Luca Barbarossa: “In Roma è de tutti canto la romanità positiva e mi ispiro a Petrolini” (intervista)

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Foto: Ilaria Magliocchetti

Nelle scorse settimane, dopo la partecipazione al Festival di Sanremo con Passame er sale, Luca Barbarossa ha pubblicato un nuovo album di inediti dal titolo Roma è de tutti (ve lo consigliamo e qui trovate la nostra recensione).
Abbiamo incontrato Luca per una lunga intervista sull’album e i suoi temi, passando anche per il Social Club, trasmissione che conduce sulle frequenze di Rai Radio2 da ormai quasi un decennio.
Buona lettura!

In molti alla vista di un disco in romano hanno fatto subito il paragone con il compianto Lando Fiorini. Io invece penso che soprattutto in Passame er sale ci sia molto di Franco Califano, mentre in tutto l’album si possono trovare tracce di romanità di ogni epoca, che vanno dalla Gabriella Ferri di un tempo al Mannarino di oggi, che infatti partecipa in Madur.
Mi farebbe piacere che ci vedeste Barbarossa, nel senso che sono canzoni molto mie. E’ la prima volta che che compongo canzoni in dialetto, ma sono canzoni mie a pieno titolo. La scelta di usare il dialetto diciamo che è quasi un valore aggiunto alla spontaneità, al fatto di essere diretti, di usare un linguaggio popolare, semplice. Però la realtà è che queste sono canzoni mie al mille per mille, con tutto il rispetto per tutti i riferimenti che hai citato. La canzone romana la conosco molto bene: conosco cose che voi umani, anzi, che voi romani non potete immaginare, perché nel privato l’ho frequentata tanto, nel senso che l’ho cantata con gli amici, anche se non avevo mai deciso di frequentarla nei dischi. Pensa che avevo nel cassetto questa canzone scritta con Gigi Magni, Via da Roma, dai primi anni ‘80.

Infatti c’era una domanda proprio su questo: ci racconti la storia di Via da Roma, unico brano del disco scritto a quattro mani col grande regista Luigi Magni e pubblicata solo oggi, 5 anni dopo la sua morte?
E’ nata da una casualità, da una cosa che dovevamo fare insieme per Alida Chelli, che doveva partecipare come ospite al Festival di Sanremo. Baudo e Bixio misero insieme me e Gigi Magni, che fino a quel momento non ci conoscevamo e appartenevamo a due mondi diversi, lui al cinema, mentre io mi iniziavo ad affacciare al mondo della canzone: avevo fatto Roma spogliata e probabilmente non avevo ancora scritto nemmeno Via Margutta. Fatto sta che da quel momento tra noi nasce un’amicizia pazzesca: lui era una persona straordinaria, un intellettuale e storico romano, ma dalla parte del popolo, non scollato dagli aspetti e dai linguaggi popolari, ma il vero intellettuale, quello che fa cultura popolare. La nostra amicizia consisteva nel vederci a pranzo in qualche trattoria in centro e passare due-tre ore così senza fare niente. Io lo ascoltavo, mi raccontava e mi diceva un sacco di cose, ma non perché fosse un chiacchierone, ma perché aveva un modo di parlare fantastico. Insomma, scrive questo testo bellissimo, molto “avanti” se ci pensi, perché sembra uno che vuole scappare dalla Roma di adesso, “’sta Roma m’ha stufato” sembra scritto durante Mafia Capitale, ma in realtà è di molto tempo prima. E poi c’è questo incantesimo di Roma che ti attrae a sè, che ti dice “gira gira, va ‘ndo te pare, tanto sopra a ‘ste mura ce sta scritto si proprio devi anna’ vattene pure, però nun te scorda’ che qui t’aspetto”. Gigi mi diceva che questa era un’iscrizione che è davvero sulle mura di Roma, ovviamente non così in rima come l’ha messa lui, ma c’è scritto che puoi girare il mondo ma alla fine sempre qui ritorni. E lui che è un grandissimo storico e conosceva Roma in tutte le sue sfaccettature infilò questa cosa nella canzone. Poi per un motivo o per un altro, Alida Chelli non la fece e il brano rimase lì nel cassetto. L’unica interprete degna di cantarla credo fosse all’epoca Gabriella Ferri, ma già aveva le sue difficoltà che la portarono purtroppo ad interrompere la sua carriera discografica, e così non vide mai la luce. Io la cantavo ogni tanto, i miei amici me la chiedevano, gliel’avevo fatta sentire quando l’avevo scritta, e tutti a dire “che bella, ma perché non la metti in un disco?” e io non gli ho mai dato retta fino ad oggi, dove in questo disco trova la sua perfetta collocazione.

Roma è de tutti, come dice il titolo dell’album, e nella canzone ricordi con vanto i fasti della Roma antica. Cosa ne pensi della Roma attuale, con le storie di degrado urbano e civile che si leggono ogni giorno?
La storia di Roma è fatta di splendori e di crolli, e in questo ci mettiamo lo zampino anche noi. Roma è una città piena di contraddizioni, per questo è affascinante, come può esserlo Napoli o Istanbul: tutte città con ferite profondissime e disagi notevoli ma con un fascino enorme. Un po’ come può essere un artista: alcuni hanno una vita mediamente costante, poi ce ne sono altri che in momenti di euforia danno tutto e che in altri momenti li trovi impiccati sotto un ponte in preda alla depressione, alle droghe, all’alcol.
Le grandi città, le grandi realtà sono un po’ la stessa cosa: alti e bassi, ombre e luci, momenti di storia entusiasmante in cui conquistano il mondo e momenti in cui si saccheggiano da sole, perché Roma ha subìto vari sacchi, ma quello peggiore è quello che si fa da sola tutti i giorni.

“Nessuno è più romano de chi romano ce se sente”, se allargato al concetto dello Ius Soli, è un concetto basilare di civiltà che ogni giorno viene messo in discussione sia dalla politica che dalla gente comune, e Madur affronta in una chiave ironicamente amara questo concetto.
Qui c’è un’ironia della sorte: questo ragazzo di colore che viene massacrato da un gruppo di razzisti, e alla fine il risultato delle indagini è che l’unico romano era proprio la vittima. Questo proprio perché ci tenevo a ridicolizzare il concetto di razza pura, che è come “n’insalata co’ solo ‘na verdura”, come dico nella canzone, perché sono dei concetti ridicoli. Io credo che la realtà quotidianamente superi ogni tipo di pregiudizio: se uno personalizza le storie invece di ideologizzarle si rende conto che qualsiasi tentazione razzista è anacronistica ed è come darsi addosso da soli, perché ognuno di noi è un insieme di cose e ha il sangue misto, e meno male che è così. Purtroppo però stiamo vivendo un periodo di oscurantismo, e c’è addirittura chi rimpiange regimi terrificanti che hanno portato quasi solo morte e distruzione, come in Italia ci sono movimenti che rimpiangono il ventennio fascista. E’ incredibile oggi dover difendere questi princìpi che sono scolpiti nel DNA del nostro Paese e della nostra Costituzione, eppure ci troviamo a doverlo fare, probabilmente per responsabilità politiche molto grosse, perché se la gente arriva a una tale disperazione da rimpiangere delle dittature vuol dire che siamo messi veramente male.

Nel disco riesci a tenere legate canzoni più scanzonate come La mota e brani socialmente impegnati come Madur e Se penso a te.
La mota è un delirio: sono io che m’ero comprato la moto e giravo per Roma come un matto e dicevo “c’ho la mota, c’ho la mota”, come uno scemo.
Siccome lo studio di Maurizio Mariani, uno degli arrangiatori insieme a Francesco Valente, è ad Albano Laziale, in zona Castelli, ogni volta mi toccava andare lì. Ci tengo a citarli, perché secondo me questo è un disco che musicalmente ha delle scelte sonore che sdoganano la canzone romana e la portano nel mondo, e loro hanno fatto un lavoro strepitoso.
Un giorno, arrivato in studio inizio a dire “c’ho la mota, c’ho la mota”, allora ho tirato giù degli accordi ed è nata lì per lì. E’ una cosa un po’ alla Petrolini. Ecco, se vogliamo trovare secondo me un riferimento romano importante, aggiungendolo a Magni di cui abbiamo parlato prima, secondo me è Ettore Petrolini. Per me Petrolini era proprio un genio assoluto. Tu hai citato Mannarino, che è anche nel disco, che secondo me è eccezionale e un grandissimo autore, a prescindere dal fatto che sia romano.
In Se penso a te secondo me c’è un verso molto bello, quando dico “fa freddo si fa freddo, fa callo si fa callo”. Ecco, se posso andare fiero di un verso lo sono di questo, che secondo me descrive perfettamente questa sensazione in cui tu non puoi fare proprio niente, che è la sensazione orribile che provano i detenuti, indipendentemente da quello che hanno combinato per stare lì dentro, perché è il contrario della libertà: noi abbiamo freddo e ci riscaldiamo in qualche modo, abbiamo caldo e apriamo le finestre, mentre lì è così e basta. Questo, secondo me, è un passaggio molto importante di quella canzone.

Momento culinario: ne La dieta spieghi in maniera geniale (e correttissima) alcuni storici piatti romani: siccome non sono citate nella canzone, vogliamo ricordare a tutti che per amatriciana, carbonara e gricia si usa il guanciale e non la pancetta e sono assolutamente vietati olio e cipolla?
E’ ovvio, come la scoperta dell’acqua calda, questo è il minimo da cui partire, visto che a volte si mangiano delle cose imbarazzanti, perché ci sono dei ristoranti che si sentono in diritto di metterti a tavola delle carbonare che sembrano dei tiramisù o dei millefoglie. Quindi La dieta è un po’ questo: la nostra cultura culinaria, il nostro modo di cucinare, di mangiare, anche se fondamentalmente fa ridere, perché alla fine si scopre che è una dieta d’amore, sentimentale.
Comunque La dieta, come dice un amico mio che se ne intende, è una canzone politica, perché nella spiegazione minuziosa di come si fanno le cose c’è anche un modo di vivere. C’è cultura, perché anche in cucina si può avere cultura o non averla, e la cultura popolare per me è sacra, è quella più importante di tutte. A me di quei quattro intellettuali settari che si vedono tra loro, sono cinquecento in tutta Italia e parlano del sesso degli angeli non me ne frega niente, a me quella che interessa è la cultura popolare perché è quella che arriva a tutti. Se tu non sei in grado di arrivare a più persone possibili non stai facendo cultura, stai creando un circoletto tuo. La sfida è arrivare alla gente, ed è quella che descriveva benissimo Mozart nelle lettere a suo padre, quando diceva che la vera arte è quella che piace al critico più feroce e che diverte il popolo, che non sa perché gli piace, ma gli piace.

Come mai la scelta di reinterpretare la celebre Lullaby di Brahms e trasformarla in una ninna nanna in romanesco?
Ero indeciso se mettere Lallabai nell’album per un semplice motivo: non nasce come una canzone composta per questo disco, semplicemente è un messaggio vocale di WhatsApp che ho fatto per mia figlia mentre era via. Era partita per due settimane per la Francia con la mamma e io una sera per augurarle la buonanotte mi sono divertito a mettere le parole su Lullaby di Brahms, così, per divertimento. Siccome in questo periodo parlo in romano e scrivo in romano, ho fatto in romano anche quella, anche perché mia figlia è bilingue: parla francese correttamente, parla un italiano perfetto, je manca ‘n po’ de romano. Siccome l’unico coatto di casa sono io, le ho mandato questo WhatsApp fatto in casa voce e tastierina come buonanotte. Successivamente l’ho fatta sentire ai musicisti in studio e loro hanno cominciato a dire “tu sei pazzo, la devi mettere nel disco”. Alla fine ho chiesto il permesso a Margot, che ha 8 anni, e mi ha dato la liberatoria, anche se è stata dura confrontarmi col suo ufficio legale (ride, ndr).

Non pensi che a portare le canzoni di questo album in giro per l’Italia possano esserci delle “incomprensioni linguistiche”, seppur le canzoni non siano propriamente nell’antico dialetto romanesco che ormai purtroppo non conosce e non parla più nessuno, ma più in un’inflessione?
In realtà di termini romaneschi non ce ne sono molti, dovrò giusto spiegare cos’è la picchiapo’, perché non lo sanno neanche i romani, dato che tanti romani, o presunti tali, mi hanno chiesto cosa fosse: la picchiapo’ è il bollito ripassato con cipolla e pomodoro. E’ la carne del giorno dopo, per la serie “non si butta niente”, ed è anche una filosofia, perché letteralmente picchiapo’ vuol dire “picchia poco”, ed è un termine che viene dalla muratura: quando tu devi rifare casa e non hai i soldi, non fai togliere tutto l’intonaco come andrebbe fatto, rifacendo l’isolamento e poi riverniciando, ma dici al muratore “famme ‘na picchiapo’”, ovvero lo fai ripassare sopra. La stessa cosa si fa col cibo: è avanzato il bollito, che fai, lo butti? No, si ripassa.
Comunque io credo, nel concetto proprio che Roma è de tutti, che il desiderio sia proprio quello di avvicinare, ovvero di portare Roma un po’ ovunque e, se mi posso permettere facendo un pochino il presuntuoso, di portare una romanità positiva, dato che ultimamente stiamo tutte le sere sul TG1 a causa di una capocciata e ho la nausea nel vedere quella scena. Voglio portare una romanità fatta di cultura popolare, di ironia, di cose buone da mangiare, di storie d’amore, di vicende umane, e secondo me è quasi doveroso farlo, mi farà molto piacere vedere le reazioni del pubblico di tutta Italia, e ho lasciato non a caso Roma per ultima nel tour, col concerto del 29 giugno alla Cavea dell’Auditorium.

Da nove anni ormai conduci Radio 2 Social Club. Quali sono stati i momenti che ricordi con più affetto e l’emozione più grande che hai provato?
L’emozione più grande che ho provato è stata quando è entrato in studio James Taylor, che era venuto per fare al massimo una canzone chitarra e voce, da come ci aveva detto il manager, e invece quando ha sentito la Social band ha fatto sei pezzi senza provarli, completamente in diretta, perché sentiva che la band gli andava dietro qualsiasi cosa facesse, da Fire and rain a Shower the people. Quest’ultima l’abbiamo addirittura cantata insieme perché tempo fa avevo fatto un adattamento in italiano del testo dal titolo Sciogli l’amore che, tra parentesi, mi aveva autorizzato lui in persona a fare, dato che la sua casa editrice non rilascia autorizzazioni per versioni non originali del brano. Allora io scrissi a lui, visto che ci eravamo già conosciuti in altre occasioni e lui mi rispose autorizzandomi, a dimostrazione che avere un po’ di faccia tosta apre tutte le porte.
Il momento che ricordo con grandissima tenerezza e affetto è Lucio Dalla al Social Club: Lucio era un grandissimo affabulatore, raccontava sempre delle storie molto divertenti, dove c’era una piccola percentuale di verità e poi c’era tutta la sua creatività e la sua fantasia: perfino nel raccontare un episodio che teoricamente doveva appartenere alla sua vita lui riusciva a colorirlo e a farlo diventare un romanzo. E poi la sua eterna disponibilità: gli dicevi “giovedì vieni da noi in radio, che pezzi faccio preparare alla band? Una canzone, due canzoni, decidi tu quali”, e lui ti rispondeva “quelli che volete. Io sto là e canto tutto”. Arrivava, si sedeva e ti diceva “che volete sentire?”.
Dovevamo fare questo duetto su Vita, che io non avevo mai cantato, e avevo la parte che nella versione originale è cantata da Gianni Morandi. A quell’epoca ancora registravo le puntate per il sabato e la domenica, perché all’inizio non era un programma quotidiano in diretta, quindi entra Lucio e facciamo una prova della canzone. Come al solito anche le prove erano registrate, perché noi registriamo sempre. Proviamo il pezzo, lo cantiamo, ringrazio Lucio e gli dico “dopo la facciamo” e lui mi fa “no no, lascia questa, era perfetta”. Quindi la prova in cui io cantavo Vita per la prima volta in vita mia è stata quella che poi è andata in onda e che è finita anche nel disco Radio Duets, un disco abbastanza unico, con 16 artisti del calibro di Dalla, De Gregori, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, Fiorella Mannoia, Gianni Morandi, Malika Ayane, in cui abbiamo ripercorso un po’ tutte le colonne della musica italiana e le canzoni più importanti, e quindi questa prova con Lucio andò a finire direttamente nel disco.

Nelle prossime settimane il cantautore, oltre all’ormai classico appuntamento mattutino dalle 10:30 alle 12 su Radio2 con il suo Social Club, sarà impegnato con il tour teatrale per presentare dal vivo Roma è de tutti.
Ecco le date:
16 marzo – Bari, Teatro Palazzo
17 marzo – Foligno (PG), Auditorium San Domenico
18 marzo – Rimini, Teatro Novelli
21 marzo – Napoli, Teatro Cilea
24 marzo – Genova, Teatro della Tosse
26 marzo – Milano, Teatro Dal Verme
7 aprile – Montegranaro (FM), Teatro La Perla
10 aprile – Torino, Teatro Colosseo
19 aprile – Belluno, Teatro Comunale
20 aprile – Firenze, Teatro Puccini

Il tour si concluderà con un grande concerto-evento a Roma, il 29 giugno alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica.

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