Bob Dylan Live Mantova 8 aprile 2018: seeing the world as Bob Does

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Come vede il mondo Bob l’errante

Cosa vede dei posti che attraversa come un Greyhound, con al seguito i suoi Rock and Roll Trucking, quei favolosi tir che portano in giro il backline e il p.a. dei suoi concerti, ai quali è affidato il messaggio da diffondere: Bob’s in Town?

Come vede i cambiamenti nei paesi che visita come Papa della musica popolare americana?

Quegli occhi dallo sguardo vivo, intelligente e passionale cosa recepiscono dei grandi cambiamenti, non sempre positivi, che caratterizzano la nostra vita?

Occhi che si sono posati su Woody Guthrie ma anche sui Beatles quando erano esordienti di successo, una specie di boy band dei nostri giorni, oppure su Johnny Cash, intercettato  a Nashville o ancora per un chitarrista di belle speranze chiamato James Marshall Hendrix detto Jimi, ossessionato dalla figura di Bob?

Occhi che si sono posati sulla notizia della morte di Elvis Presley nel 1977 e non hanno parlato con nessuno per una settimana perché non c’era nulla da dire.

Occhi che sanno come riconoscere una grande canzone, quando la scrivono e quando la ascoltano.

Occhi misteriosi, musicali.

Bob gioca in un campionato diverso dagli altri, ove non ci sono altri concorrenti.

L’unità di misura cambia perché ti devi confrontare con un canzoniere pazzesco, di canzoni che, da un disco all’altro hanno cambiato l’idea mondiale di folk, per poi cambiare quella di rock and roll, diventare il suono del nuovo country, immergersi nel cantautorato prima che questo esistesse, dare voce a una crisi spirituale reinventando il gospel, fino al genere “pre-war”, per poi tingersi di americana fino al “Tin Pan Alley” e al “great american songbook”.

Occhi che mantengono uno sguardo disilluso ma non meno poetico e sognante, perché quando lo show inizia, come ieri, con una spazzolata di chitarra acustica dal sound strabiliante e lui entra per andare dietro al piano, una calda sventolata di emozioni ti colpisce come un pugno.

Quello è Bob e sta cantando live i suoi pezzi davanti a te e a Luce.

Una colonna di energia e colori cinematografici parte dal palco e arriva fino al cuore di tutti quelli che sono lì e che stanno sperimentando una esperienza unica, per la quale sono disposti a sottoporsi al controllo draconiano della security rispetto al divieto di fare foto del palco, anche prima che lo show abbia inizio, durante e forse dopo.

Giusto.

Le regole sono quelle di un tempo, non solo musicale, altro rispetto alle nostre esistenze di criceti digitali sulla ruota.

Ti devi abbandonare alla visione di quegli occhi che ti portano dentro un mondo ove regnano gli arrangiamenti dei suoi vecchi pezzi che devono avere uno stimolo anche per lui che li ha scritti, registrati e suonati centinai se non migliaia di volte.

Ti capita di preoccuparti per i musicisti della band di Bob, ti piacerebbe tanto domandare loro come è andare in giro con quegli occhi che scrutano, con quei gesti piccoli ma precisi coi quali Bob guida con sicurezza il manipolo di grandi strumentisti che lo accompagna da anni e che ha raggiunto un livello straordinario di pertinenza e suono.

Rispetto a tre anni fa, da bassista, noto un ritorno del grande Tony Garnier all’uso del Fender Precision, oltre che al Fender a 6 corde che si era già sentito nell’altro giro.

Gigantesco al contrabbasso, questa volta gratificato da un suono globale della band che si è fatto splendidamente pieno di dinamica, dal pianissimo al potere del r’n’r quando decidono di aprire.

Ve lo ricordate con gli Asleep at The Wheel vero?

Ho ammirato anche dei fraseggi della mano sinistra che provenivano dal piano e degli accenni solistici del Nostro straordinari, che si aggiungono alla leggenda che si narra sul fatto che, di nascosto, Bob sia un chitarrista pazzesco, che però non lo vuole far vedere.

Ora capita la stessa cosa con il piano e, cavolo, con la Voce.

Quella voce che abbiamo ascoltato rovinata negli anni è tornata, ora è profonda, capace di adattarsi a pezzi di Tempest ma anche al repertorio dei tre dischi dedicati al “Great American Songbook”, come li canta, è stupefacente.

George Receli alla batteria è un portento vero, capace di infondere groove e swing con generosità, con un gioco di colori che infonde profondità allo scorrere del tempo, mai rigido ma sempre fantasioso.

Charlie Sexton è capace di suonare qualsiasi cosa col suono giusto, senza strafare e sempre attento all’essere al servizio delle canzoni. Ve lo ricordate vero cogli Arc Angels?

Il polistrumentista Don Herron mette a disposizione tutto un campionario di suoni che fanno molto bene alla musica di Bob, mentre Stu Kimball all’acustica e alla elettrica è un team player perfetto.

Bob non da mai alla gente quello che vuole, lui, con i suoi occhi, decide ciò che vuole dare.

Alla fine capisci che è la Libertà quella che vuole sottolineare, libertà che tutti noi aneliamo senza poter avere, lui ce la ridà, dicendo a chiare lettere che lui ce l’ha, se la è conquistata anche per noi.

E che noi ce la possiamo prendere da lui.

Ve l’avevo già scritto che il concerto è stato bellissimo?

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Bassista, cantante, scrittore. Trenta anni di rock’n’roll on the road! Dai Rocking Chairs a Luciano Ligabue, tante note e tante storie di r'n'r!

4 COMMENTI

  1. ero al concerto ieri sera e il pezzo qui sopra è specchio fedele. davvero una grande performance.
    mi è sembrato che Dylan almeno in una occasione di incertezza strumentale abbia cazziato con lo sguardo la band alla sua destra, forse è stata solo un’impressione.
    Unica cosa che non ho digerito Tangled up in blue fatta in quel modo, ma si sa com’è…
    ciao

  2. C’ero pure io.
    Mi ha colpito molto il ritorno della voce, rispetto ad esempio al 2013, ultima volta in cui l’ho sentito.
    L’ho trovato anche più “filologico” del solito.
    Alcuni pezzi (ad esempio Love Sick, A simple twist of fate, Ballad of a thin man) erano davvero molto simili alle incisioni su disco.
    Un solo neo: mi sono abituato da un po’ a non sentirlo suonare la chitarra. Ma rinunciare anche all’armonica a bocca è davvero doloroso.

    • Vero…diciamo che ha approfondito la tecnica sul piano, io ho davvero sentito dei passaggi di piano davvero interessanti, favoriti dal suono che si sentiva al Palabam davvero ottimo, si sentiva con grande chiarezza tutta la band, fino al contrabbasso di Garnier che è strumento ostico da amplificare …

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