Paolo Rigotto presenta la sua Fintascienza: dal post punk all’avanguardia

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Paolo Rigotto

Un perfetto sconosciuto ai più, ma Paolo Rigotto è un personaggio molto attivo sulla scena musicale. Ha messo mano a numerosi dischi gestendo una sala di registrazione a Torino. Molti artisti si rivolgono a lui anche per usufruire del suo senso del ritmo, come batterista. Incontrato per caso a un omaggio a Freak Antoni, dove cantava a squarciagola le sue canzoni, Rigotto è apparso subito disponibile a raccontare cose sulla propria attività, perché lui stesso cantante era in procinto di registrare un nuovo album. Appena pubblicato Paolo Rigotto ha subito mantenuto la promessa di un incontro per parlare di Fintascienza, questo il titolo, e di tanto altro.

Prima di arrivare a parlare di questo nuovo album, un minimo di biografia, da dove inizia il tuo percorso e cosa hai fatto in linea generale?

Il mio percorso inizia dalla sorgente, quando a tre-quattro anni, grazie ai dischi di mio fratello maggiore i miei ascolti musicali già spaziavano tra i mondi del rock, della psichedelia e del prog di quegli anni (sono nato nel 1973). Quando successivamente in casa nostra cominciarono a passare musicisti, sintetizzatori, batterie e quant’altro io non ebbi praticamente altri interessi. Volevo produrre suoni. Tra i dodici e i diciott’anni, però, non feci altro che esperimenti domestici. Fu grazie allo studio della batteria che cominciai a vedere il mondo esterno. Ho fatto parte di numerose formazioni rock e jazz, prima di iniziare collaborazioni durature come ad esempio quella con la Banda Elastica Pellizza. Inoltre produrre registrazioni è rimasta la mia attività principale, al punto che ora riesco a sbarcare il lunario soprattutto grazie al mio piccolo studio, il Freakone.
Banda Elastica Pellizza, che gruppo è stato cosa avete fatto di rilevante?

La Banda Elastica è senza dubbio una delle realtà più stimolanti nelle quali sia stato coinvolto. Targa SIAE-Tenco nel 2008 con il CD La Parola che consola, premio miglior artista indipendente al MEI di Faenza, regolari passaggi radiofonici nazionali tra i quali Caterpillar (con annesso Caterraduno), Dottor Djembè con David Riondino e Stefano Bollani, il mitico Sergio Mancinelli di Sentieri Notturni. La Banda Elastica rappresenta, con tre dischi all’attivo e un vecchio primo EP, un ottimo esempio di musica d’autore dove la musica c’è davvero (e non è solo un pretesto per accompagnare una bella voce).
Raccontami in cronologia i tuoi album da solista, cosa contengono nei dettagli?

Premesso che (come già accennato) il catalogo delle mie registrazioni private si perde nella notte dei tempi, nella maggior parte dei casi con terribili lavori ben oltre i limiti dell’ascoltabile, possiamo sintetizzare la mia discografia ufficiale in cinque lavori composti, suonati, cantati e prodotti interamente dal sottoscritto. 

Corpi Celesti del 2010 è stata una liberazione, all’improvviso mi sono accorto che potevo comporre musica per farla sentire anche agli altri. Sembra ovvio oggi per me, ma all’epoca fu come se mi fossi reso conto per la prima volta che le gambe servono per camminare. Registrai tutto il disco in meno di un mese, mettendoci dentro ogni sorta di pensiero e di musica che mi passasse per la testa. La canzone Scheda Madre vinse il terzo premio al concorso di musica elettronica Club to Club-la musica italiana nel futuro. A quel lavoro seguirono Uomo Bianco (2012) e Tabù (2013) . Poi ci fu Meno infinito (2015), il più strano e per certi aspetti uno dei miei preferiti, un disco sulla necessità dell’uomo di limitare le proprie aspettative e il proprio strapotere sulle risorse di questo pianeta, a partire da quelle umane. Fino ad arrivare all’ultimo Fintascienza.

Ti ho visto la prima volta a un omaggio a Freak Antoni fatto a Fano con Alessandra Mostacci e Ricky Portera. Conoscevi Freak. Puoi raccontare qualche episodio in merito?

Conobbi Freak nel 2007 durante le registrazioni del primo cd della Banda Elastica. Ci piaceva e ci stuzzicava assai l’idea di averlo ospite nel nostro disco per duettare con noi in una canzone. Non si fece pregare, arrivò in studio, professionale e stralunato, adorabile e ciarliero come sempre. Fu amore a prima vista. O, meglio, io già lo amavo artisticamente da quando sentii per la prima volta Sono un ribelle, mamma a quindici anni. Ebbi altresì modo di amarlo umanamente, soprattutto scoprendo che amava la panna cotta, gli snack e le bibite gassate. Lui e Alessandra (Mostacci) furono più volte ospiti in casa mia e rimpiango il troppo poco tempo passato a sentirlo parlare a ruota libera di qualunque cosa gli passasse per la testa. Era un geniale adorabile chiacchierone dal cuore d’oro.
E veniamo a questo nuovo album. Cosa hai voluto condensare in Fintascienza?

Ho sempre avuto un debole ed un certo interesse letterario per tutto ciò che ha a che fare con il tempo e con gli esiti del suo passare (il titolo della prima canzone del mio primo cd era, appunto, Cronofilia). In Fintascienza ho preso come spunto di partenza la bozza di un romanzo di presunta fantascienza che non ho mai terminato di scrivere.  Mi serviva solo un pretesto per parlare di questo presunto futuro, e l’idea fu quella di essere ibernato e scongelato nel 2106 (anno scelto unicamente per la sua metrica).

C’è poi un altro aspetto molto importante che mi ha spinto a scegliere la tematica della fantascienza o fintascienza, ed è quello della religione. La mia religione è la scienza, e su questo non si discute. Credo in Einstein molto più che in Dio, ma in questo so di essere inevitabilmente legato a ciò che sono: un essere umano. Non c’è formula matematica, teoria fisica o scoperta scientifica che non sia legata alla nostra limitatezza umana. I nostri cinque sensi e il nostro intuito racchiuso in un cervello poco più grande di un pugno sono tutto ciò che abbiamo per tentare di spiegare il mondo.  

Canzone per canzone, noto un filo logico. Voluto?

E’ appunto un concept sul futuro e sulla scienza. Ma anche sul rimanere umani in un tempo in cui “umanità” sembra una sorta di pecca caratteriale.
C’è una vena post punk che si manifesta con All’inferno. Una delle tue anime?

Che meraviglia il post-punk. Adoro quasi tutto ciò che la musica alternativa (la cosiddetta new wave) ha portato alla luce nei tardi ’70. Amo i Joy Division, Siouxie & the banshees, i Japan, i Clash, gli XTC, i Devo. E da qualche tempo ho scoperto i fenomenali Buzzcocks. Sono stupendi. Canzoni di una bellezza visceralmente minimale.  

Perchè poi c’è anche molta sperimentazione e cambi di ritmo, perfino Jazz, come appare in Vecchio continente. 

In realtà non so esattamente che genere di musica io faccia. So che di volta in volta l’idea di un testo abbozzato mi ispira musicalmente. Di norma avviene il contrario, ovvero spesso la musica nasce prima del testo, il quale in questo modo può agevolmente adattarsi alla metrica musicale. Ma nella maggior parte delle mie canzoni l’idea tematica è a monte di tutto, e la musica diventa ricerca timbrica per descrivere un certo argomento o stato d’animo. Nel caso di Vecchio continente ho cercato una vena sonora che rappresentasse un certo decadentismo artistico tipico dei nostri tempi. Il rocker è il nuovo decadentista, aggrappato ad una cultura musicale che potrebbe essere alla frutta. E il prog-rock (molto presente nella mia musica anche se spesso in modo involontario) è l’esempio più plateale di decadentismo rock, legato com’è a schemi sinfonico-faraonici spesso gratuitamente ipertecnici.
L’ironia soprattutto, con degli sketch pubblicitari divertenti. Non scherziamo più?

Storicamente l’ironia si è sempre evoluta con le trasformazioni del linguaggio, della società e della cultura. Ciò che quarant’anni fa avrebbe fatto sbellicare chiunque oggi raramente strappa un sorriso, e viceversa l’ironia di un ipotetico futuro sarebbe per noi incomprensibile. A questo si aggiunga che fatico ad immaginare persone del futuro passionali ed emotive. Anzi, immagino più probabilmente una società prossima in cui gli stati d’animo estremi saranno in un certo senso compressi. Niente più tristezze lancinanti, niente più gioie esaltanti. Ai fini della nostra sopravvivenza l’umanità probabilmente scoprirà che i sentimenti sono un ostacolo al procedere pragmatico della società e ne farà progressivamente a meno. Così anche per quanto riguarda l’ironia. 

C’è Marco Carena, anche lui torinese che vinse un Sanscemo se non sbaglio. Siete in contatto?

Sì, certo, ho suonato spesso le percussioni dal vivo con lui ed ha anche registrato alcune cose nel mio studio, lo considero un amico e un illustre “sopravvissuto” agli anni ’90.
Cosa mi dici della scena torinese/piemontese. Ha esaurito la sua propulsione dopo Statuto e Subsonica? Dimentico qualcuno?

Beh gli Africa Unite… A dirla tutta, Torino è, a mio avviso, ancora oggi una delle scene musicali indipendenti più stimolanti d’Italia. Purtroppo succede che dove ci sono tante idee manchino i mezzi concreti per realizzarle (non parlo solo di denaro, anche il pubblico disposto ad ascoltarti è piuttosto importante). Torino, con la sua vocazione europea ma con prudenza e il suo aplombe tipicamente piemontese, di chi non la sa più lunga ma ama “saperla diversa”, è una fucina di talenti inesauribile. Avendo uno studio di registrazione in questa città ho la fortuna di incontrare artisti di ogni specie, e spesso mi imbatto in fenomeni il cui anonimato rappresenta per me una autentica ingiustizia.
Ci sono locali a Torino o Piemonte dediti alla musica dal vivo?

A Torino ci sono praticamente solo locali dediti alla musica dal vivo. Con tutta la buona volontà ne è pieno. Circoli e club ovunque, il più delle volte non molto più grandi del mio salotto, in altri casi locali straordinari di grande tradizione musicale. Devo fare i nomi? Hiroshima mon Amour, Spazio 211, Blah Blah, Askatasuna, Folk Club, Gabrio, Jazz club,  Cap 10100, Circolo Neruda, Polski Kot, Circolo SUD, Circolo Neruda, Magazzini di Gilgamesh, O.G.R.,  le Officine Ferroviarie, il Lab, il Samo, il Manhattan, Officine Corsare, solo per citare i primi che mi sono venuti in mente.
Cosa stai progettando per i prossimi mesi?

Con Paolo Dossena di CNI (che ha pubblicato Fintascienza) stiamo lavorando ad un calendario di concerti per l’autunno, concerti che prevedono anche una band. Quindi sto sostanzialmente preparando ottimi musicisti a suonare i miei vaneggiamenti sonori… 

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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