Quando Noel Gallagher sale sul palco dell’ex Area Expo per gli I-Days sono da poco passate le 21.45. Due giorni fa, sempre dallo stesso palco era stato il fratello Liam a dare il via alla seconda edizione del festival, trasferitosi da Monza a Rho. Ora è stato il turno dell’altra metà dei furono Oasis, in una giornata zeppa di star. Due nomi su tutti, i Placebo e Paul Kalkbrenner (per chi non lo conoscesse, è suo il concerto italiano della prima metà del 2016 con il maggior numero di spettatori paganti).
Ad affiancare il più grande dei fratelli Gallagher sul palco i suoi fidati High Flying Birds: chitarre, basso, batteria, piano, percussioni, fiati e cori, per un totale di undici elementi (più Noel).
Le prime tre tracce rispecchiano l’inizio dell’ultimo album di Gallagher, Who built the moon? L’inizio è affidato alla psichedelia di Fort knox, strumentale che ricorda (e omaggia) The power di Kanye West. Quindi, Holy mountain, primo singolo estratto dal disco e It’s a beautiful world.
In un festival, una delle cose più divertenti è vedere il cambiamento della “fauna” sottopalco con l’alternarsi dei musicisti durante la giornata. Il pubblico di Noel Gallagher è il pubblico dei post-universitari. È il pubblico della “generazione di mezzo” troppo giovane per sognare gli anni Sessanta, che non ha vissuto, ma troppo vecchia per abbandonarsi alle mode del momento. Naviga a vista e trova nel britpop (genere di cui gli Oasis sono stati il gruppo – simbolo, non me ne vogliano i Blur) la sua comfort zone. È un pubblico appassionato ma delicato, entusiasta ma educato. Che si abbandona all’entusiasmo quando Gallagher fa suonare nell’arena i successi degli Oasis: da Little by little («Per caso c’è qualche fan degli Oasis da queste parti?», chiede Noel prima di attaccare con le prime note) a The importante of being idee, da Half the world away a Wonderwall: sparata all’improvviso, quasi per impedire al pubblico di imprimerla nella memoria eterna dei cellulari (sfocata, con un pessimo audio e destinata a essere eliminata al primo segnale di memoria piena).
Il momento più emozionante del concerto è Don’t look back in anger, e non poteva essere altrimenti. Ai limiti dell’acustico: la band elettrica c’è, ma il ruolo da protagonista è affidato alla chitarra acustica. E al pubblico, a cui Gallagher lascia cantare i ritornelli.
Il concerto è piuttosto breve: poco più di un’ora. La scaletta, tagliata rispetto agli ultimi show italiani. Peccato. Però quantità e qualità non per forza sono direttamente proporzionali. Al termine dello show, il pit si svuota piuttosto velocemente, per poi riempirsi con la stessa rapidità di giovanissimi pronti a scatenarsi sulle note di Paul Kalkbrenner.
Il pubblico di Gallagher torna a casa con negli occhi e nelle orecchie un gran bel concerto. Ma, ancora, l’ineliminabile interrogativo su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato o ciò che potrebbe essere ancora.
La scaletta del concerto:
- Fort Knox
- Holy mountain
- It’s a beautiful world
- In the heat of the moment
- Dream on
- Little by little (Oasis)
- The importance of being idle (Oasis)
- She taught me how to fly
- Half the world away (Oasis)
- Wonderwall (Oasis)
- AKA… What a life!
- The right stuff
- Go let it out (Oasis)
- Don’t look back in anger (Oasis)
- All you need is love (Beatles cover)





































