Christian Tipaldi ci presenta “Soundtracks”, un album di “all stars”

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Il suo nome è Christian Tipaldi. Probabilmente, la maggior parte di voi lo conoscerà come giornalista, fotografo e scrittore. Eppure è anche musicista: diplomato in pianoforte al Conservatorio, ora ha deciso di far conoscere anche questo suo lato. Lo fa con Soundtracks, un album quasi interamente strumentale (una sola canzone cantata: da Michele Luppi, tastierista e vocalist dei Whitesnake, per dire). Ma quella con Luppi non è che la ciliegina sulla torta per un lavoro che ha coinvolto alcuni tra i principali musicisti italiani, con una spruzzata di musica internazionale: Michael Landau, Vinnie Colaiuta, Will Hunt e poi Matt Laug e Claudio “Gallo” Golinelli della scuderia Vasco Rossi, Maurizio Solieri, Daniele Tedeschi, Ricky Portera, Fabrizio Foschini, Cristian “Cicci” Bagnoli, Sergio Ascheris, Luca Martelli e Davide Vicari.

Fotografo, giornalista, scrittore, ora anche musicista. Chi è Christian Tipaldi?
Non lo so neanch’io! Ho fuso in un “unicum” il mio mestiere e le mie passioni, quindi fotografia, giornalismo e “multimedialità”. Nasco come pianista, però poi ho fatto altro. Sono stato per anni il fotografo ufficiale di Vasco, ho pubblicato il libro Vasco All Areas, con prefazione dello stesso Rossi. Ho avuto un successo enorme e questo mi ha permesso di incontrare vari musicisti internazionali.

E da qui l’idea di un disco tutto tuo?
Esatto. L’ho fatto ascoltare a Guido Elmi, a cui è piaciuto molto, e che infatti mi ha proposto di produrlo. Ho rifiutato, però gli ho chiesto comunque di darmi qualche dritta. Quanto alle tante collaborazioni, visto il mio lavoro nell’ambiente di Vasco, sicuramente ho avuto una “via preferenziale” per raggiungere parecchi musicisti. Li ho contattati, li ho portati in studio, facendo loro ascoltare il materiale, sono stati contenti e hanno accettato tutti.

Il disco però è partito dall’America…
Ha un’impronta americana. Solieri, ad esempio, lo considera un prodotto internazionale e io sono d’accordo con lui. L’ho lanciato con una piccola etichetta, giusto per fare una prova, e invece il successo è stato enorme. Io sentivo l’esigenza di tirar fuori dei miei pezzi, la mia unica “furbizia” è consistita nell’aver cavalcato l’onda del successo del libro su Vasco. Comunque Soundtracks non è solo un album: è un progetto.

Cioè?
C’è il cd, un dvd, un libro interno, fotografie. Ci sarà una mostra, ho pubblicato un libro multimediale gratuito.

Nessuno schema, quindi?
Esatto. Ed è anche il motivo per cui ho rifiutato varie proposte da alcune etichette grosse: mi imponevano delle regole, che io però non volevo rispettare. Mi dicevano che mi sarei dovuto vestire in un certo modo, che avrei dovuto dire determinate cose. Io invece volevo fare un album “alla vecchia”, scegliendo i singoli musicisti che avrebbero dovuto suonare in ciascun pezzo e con un uso del computer molto limitato. Volevo dire la mia, da outsider: non mi interessa essere famoso, voglio che siano le mie canzoni a parlare e a essere conosciute. Venivo da un periodo molto brutto: dopo una tournée con Vasco, ho perso i miei genitori. Ho capito veramente che cos’è la vita. E poi sono arrivato alla “boa” dei 40 anni e vivo ogni cosa con più leggerezza, anche i rifiuti.

@ Dima Bazak

I pezzi sono nati dopo queste esperienze o erano brani che avevi “nel cassetto”?
Finito il tour, sono partito un mese per l’America. Ho “sfruttato” il mio dolore e l’adrenalina, mi sono messo al pianoforte e ho scritto nove dei dieci brani del disco. Ho messo in musica le sensazioni che provavo ed è uscito questo disco.

E il decimo pezzo?
L’avevo scritto quando ancora frequentavo il Conservatorio per una stronza, che poi si è trasferita a Milano.

Molti dell’ambiente che frequentavi non sapevano neanche che suonassi…
Quando avevo 15 anni sognavo di suonare con Vasco, un giorno. Sognavo che lui mi chiamasse sul palco. Poi mi sono scontrato con la realtà e mi sono messo a scrivere e fotografare. Alcuni dell’ambiente – ma non lui – hanno mal digerito questo mio progetto musicale, pensando che la mia intenzione sia approfittare di quest’onda mediatica. In realtà non è così: io mi sono diplomato al Conservatorio, e non l’ho certo fatto per Vasco Rossi, ma per costruirmi una mia cultura musicale. Non l’ho fatto nemmeno per fare il concertista, un giorno. Semplicemente avevo voglia di suonare e avevo del talento. Le mie tre passioni sono New York, la fotografia e la musica, che amo più della mia vita. Ho unito tutto questo.

Modena Park
Foto di Enrico Ballestrazzi

New York?
Ho una casa lì e una anche a Bangkok, dove trascorro alcuni periodi dell’anno. E poi a Roma. Mi considero un cittadino del mondo.

Parliamo delle collaborazioni: come sono nate?
Ho chiamato Solieri perché a casa avevo due poster, di cui uno suo. Non che l’abbia chiamato per il poster, ma questo ti fa capire che considerazione abbia di lui. Quanto a Landau, il suo numero mi è stato dato da Elmi. L’ho contattato, parlandogli del progetto. Lui mi ha detto giustamente che, prima di accettare, voleva sentire il pezzo, visto che non collabora con chiunque. Aggiungendo però che per i successivi quattro giorni sarebbe stato impegnato con Eric Clapton: ho avuto un mezzo mancamento. La settimana dopo sarebbe stato disponibile. Comunque, gli ho mandato il brano, l’ha ascoltato e ha accettato. Ci siamo dati appuntamento in studio, lui ha attaccato il jack e, buona la prima, ha suonato. Sapeva già il pezzo. Gli ho chiesto se volesse fare una prova, ma lui mi ha detto che non ce n’era bisogno.

Mike Landau

E con gli italiani, invece?
È stato completamente diverso. Prova a immaginare il Gallo, Solieri e Tedeschi insieme, ad esempio. Ci siamo divertiti tantissimo. Sembrava una comitiva da “vacanza al mare”. E poi Michele Luppi, dei Whitesnake: un vero colpo di classe, necessario per un disco suonato perfettamente. D’altra parte non ho scelto, come fanno tutti, dei semplici turnisti, ma dei musicisti che calcano i palchi da oltre quarant’anni. È stato un lavoro di squadra, artigianale e di cui sono veramente contento.

Sei partito “in sordina”, hai avuto un successo inaspettato. Ci sarà un secondo capitolo di tutto questo?
Nell’ultimo periodo ho imparato che il futuro è oggi. Un tempo, ragionavo come la Cina: per generazioni. Ora invece non faccio più progetti a lungo termine, perché siamo di passaggio, le sensazioni vanno e vengono. Vengo da tre anni di rianimazione: un viaggio all’inferno da cui sono uscito barcollando. Ora sono un’altra persona rispetto a prima: ho i capelli bianchi, sono stanco, sono stressato. E do più importanza alla musica. Ho messo l’anima dentro questo disco, che ora voglio solo godermi.

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