Zucchero a Venezia: “La musica d’oggi, che disastro”

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Foto di Eleonora Rubini

A Venezia gli ultimi erano stati Sting e Antonacci, poi piazza San Marco era stata nuovamente chiusa a ogni evento musicale per sette anni finché non è arrivato Zucchero. Tre ore abbondanti di concerto concordato col sindaco e la sovrintendenza nel rispetto della piazza, palco gigante ma “trasparente”, nessuna invadente scenografia a parte due piccoli videowall ai lati, e tanta musica da parte di quella che il cantante di Roncocesi considera “la miglior band in assoluto oggi in Italia, qualsiasi cosa dicano gli altri”.

Veneziano da un paio d’anni (“ho comprato una piccola casa che uso ogni tanto quando ho bisogno di ritrovare me stesso, qui dove ho imparato ad apprezzare la gente che parla schietto, usa il dialetto, e se deve mandarti a quel paese lo fa in modo diretto”) Zucchero era già venuto a Venezia a presentare dei dischi ma non aveva mai potuto tenere un concerto vero e proprio: “L’idea – spiega – è venuta quando Eric Clapton mi ha invitato a partecipare al suo prossimo concerto a Hyde Park, a Londra, con Santana, Steve Winwood e altre star, che potrebbe essere fra l’altro uno dei suoi ultimi. Io ero in America, sulla Route 66 con la mia famiglia, a cercare nuove idee musicali che però non ci sono perché anche lì ormai è tutto omologato. Però mi son detto che se dovevo rimettere insieme la band con cui ho suonato per due anni, tanto valeva fare un po’ di date all’estero e vedere se si riusciva a suonare finalmente anche in questa città meravigliosa”.

Per farlo, svela il sindaco Brugnaro, Zucchero si è accollato tutte le spese e destinato anche 80mila euro per la sistemazione della piazza.

Pubblico limitato a 5000 persone, posti rigorosamente a sedere (“Facciamo però che quando lo dico io potete alzarvi, se no che ci sto a fare qui”, dice al servizio d’ordine), non propriamente a buon mercato, sconfitta perfino la pioggia nella prima delle due date previste e alla fine entusiasmo alle stelle per chi è arrivato non solo da Venezia ma anche dall’estero per uno show che Zucchero ha continuamente modificato in corso d’opera pescando nelle quasi 60 canzoni preparate, tra classici, nuove canzoni, qualche cover come The Letter omaggio al suo vecchio idolo Joe Cocker o la conclusiva A Whiter Shade of Pale, lasciando volare l’organo del 77enne Brian Auger, una leggenda che da giovane, circondato a Londra da musicisti come Jimmy Page, Jeff Beck, Eric Clapton, era talmente soddisfatto della sua band consolidata che quando gli proposero di inserire un giovane chitarrista americano disse di no, e così Jimi Hendrix dovette suo malgrado provare un’altra strada.

A Hyde Park Zucchero vorrebbe suonare con Clapton “River of Tears” che trova “struggente e che mi fa l’effetto dell’Intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni, ovviamente senza fare paragoni. E’ un grande pezzo di musica e gliel’ho proposta ma lui ha detto: vieni, decidiamo poi qui come al solito”. Capitò anche in passato con lo stesso Clapton di improvvisare un brano dopo averlo appena provato in camerino, o con gli U2 a Torino improvvisando senza prove:”E’ il rock’n’roll – spiega – si fa tutto e non devi mai avere paura di non essere all’altezza. Invece gli italiani ne hanno sempre così tanta…”

Che Zucchero abbia preso ispirazione dal mondo musicale che ha amato e frequentato da ragazzo non è una novità. Sul grande schermo compaiono anche le sequenze omaggio a Rufus Thomas, uno dei giganti della musica nera americana. Zucchero incontrò l’interprete di Funky Chicken a Porretta Terme durante uno dei famosi Festival Soul nella piazza che ora porta proprio il nome di Rufus. “Lo andai poi a trovare a Memphis dove lui era un’icona. Girava con un’auto leopardata e mi portò dappertutto per un mese facendomi da cicerone, a mangiare soul food, a suonare agli studi Sun Records con Stevie Ray Vaughan e Jimmy Smith. Mi fece dare anche le chiavi della città dal sindaco che sicuramente non sapeva chi ero, ma se lo diceva Rufus Thomas…”

Erano altri tempi e altra musica: “Oggi sono forse il musicista italiano che investe di più sui musicisti, e quelli come me sono una razza in via di estinzione. Io ho sempre investito più sui musicisti che sugli effetti speciali. Ray Charles, Jeff Beck, B. B. King non hanno mai avuto bisogno di orpelli. Sono un optional, e anche qualcosa in più per chi manca di arte. Certo ognuno è artista a modo suo, certo ci sono artisti che magari stonano, ma ci sono anche tanti che stonano e non sono neppure artisti. Per me la musica è altro, è investire in grandi musicisti, grandi suoni. Guarda Springsteen. Fa grande musica e tanto basta”.

Lancia anche una sfida: “Vorrei tornare ai concorsi EuroDavoli con i tornei fra band e fare delle gare con i miei colleghi dai nomi altisonanti e vedere chi sopravvive. Secondo me non c’è storia”.

La sua è una band internazionale, retta dai vecchi amici Mario Schilirò, Polo Jones e James Thompson, con sezione di fiati, coro gospel, doppie percussioni doppie tastiere, doppie o triple, se serve quadruple, chitarre, con una o due steel, l’organo di Brian Auger, l’ospite chitarrista giapponese, una violinista polistrumentista americana e un suono poderoso che richiama la tradizione del soul americano con fughe nei ritmi cubani, funk e rock che vestono melodie italiane. E’ una musica che è sopravvissuta al tempo, con anche il gusto di suonare quelo che piace, canzoni di altri, rivisitate, rinnovate, reinterpretate, come si faceva sempre dalla nascita dl rock’n’roll: “E’ fondamentale, è bello, è importante ricordare brani, musiche che appartengono alla nostra storia e farli rivivere. E’ musica che resta, mentre è difficile che rimanga quella che senti in giro oggi, che ti propinano le radio, che sembrano tanti bei panini di merda. Non è più musica, non ne sento più. E non è un problema solo italiano. Anche all’estero è tutto uguale, tutto omologato. E se traduci i testi inglesi non c’è niente. Sono banali, noiosi. Al loro confronto noi siamo grandi poeti”.

Ma non è solo un problema di radio: “Anche le case discografiche stanno educando le nuove generazioni a una musica basica, senza ombra di rischio o di arte, con nuovi talenti che li ascolti e pensi che siamo rovinati. Ma i veri talenti giovani, se ci sono, trovano tutte le porte chiuse, anche perché per un discografico è più comodo fare fatturato prendendo un giovane da un talent e producendogli con qualche migliaio di euro un disco fatto al computer piuttosto che investire un milione per uno mio”.

E l’Italia di oggi musica a parte?

“C’è un bel fermento, ma non c’è un vero personaggio carismatico nella politica. L’unico politico carismatico è il Papa, che però dovrebbe andare lui a Bruxelles come capo di Stato a dire a Merkel e Macron di non prenderci per i fondelli”.

Come tanti, anche Zucchero ha la sua ricetta per i migranti: “Potrebbero fare come fu per gli hamish, cacciati dai cattolici europei, che trovarono in America rifugio nel 1860. Se nessuno li vuole, trovategli un posto tutto loro da qualche parte”.

Niente da fare invece per un disco nuovo: “Dovrei farlo ma non ne ho voglia. Oggi cosa scrivi? Se anche fai il Nabucco passi inosservato”.

Ha da passà ‘a nuttata diceva Eduardo. Intanto Hyde Park, l’8 luglio.

Giò Alajmo
(c) 4 luglio 2018

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

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