Eminem immortala il “momento”: per Milano è ancora tempo di vero hip hop

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Eminem
Foto di Jeremy Deputat tratta dal sito Eminem.com

La canotta bianca con sopra impressa la copertina di Yo! Bum Rush The Show dei Public Enemy. Il berrettino rosso a coprire il capello rigorosamente corto che ormai non sarà più ossigenato da un bel po’ di anni (qualcuno potrebbe spiegarlo a quel giornalista che, con questa storia del “rapper biondo”, c’è andato avanti mezzo articolo?). Una tuta grigia della Nike talmente stilosa che ci tocca fare un inevitabile product placement. Le scarpe da basket per muoversi come un talentuoso playmaker del microfono. Eminem (46 anni il prossimo ottobre) si presenta così, senza fronzoli, sul palco dell’Area Expo alle porte di Milano. E per gli ottantamila presenti (una cifra spaventosa, da finale dei Mondiali di calcio) potrebbe già essere oltremodo sufficiente.

Slim Shady, d’altronde, non si era mai scomodato di venire in Italia fino a questo fatidico, storico e torrido 7 luglio 2018. Ok, c’erano state un paio di visite promozionali a Sanremo 2001 (usavamo ancora la lira) e ad un vecchio MTV Awards romano (Zuckerberg aveva lanciato Facebook appena da qualche mese), ma quello di Rho è un concerto vero e proprio. Un evento imperdibile per noi italiani. Un avvento per chi è qui da stamattina, a rosolare sotto il sole. Un lavoro da fare, un business as usual (la citazione la spiegheremo più avanti…) per il famigerato rapper di Detroit.

Ma cosa hanno visto i nostri occhi? Uno spettacolo hip hop, certo; ma non da puristi, visto che la produzione è crossover (con Em sullo stage ci sono anche un chitarrista, una nutrita sezione ritmica, un tastierista, una corista e addirittura un ottetto d’archi) mentre la resa – audio perfetto, campionamenti delle armi da fuoco compresi – hollywoodiana al 100%. A cominciare dal filmato d’apertura proiettato sui maxi schermi (uno Slim Shady in versione King Kong/Godzilla che fa il monello distruggendo automobili ed elicotteri della polizia) e dalle varie grafiche, che anticipano sarcasticamente il contenuto del brano, proiettate anch’esse tra un pezzo e l’altro. Così i perbenisti non hanno di che protestare o chiamare il Moige.

E poi c’è lui, il signor Marshall Bruce Mathers III, in arte Eminem, fiero, poco accomodante (i ringraziamenti a Milano li farà solo in dirittura d’arrivo), altero e concentratissimo su quello che sta sciorinando con la lingua, questo sì uno spettacolo nello spettacolo. La favella è sciolta come da tradizione, la memoria semplicemente di ferro (nemmeno un “gobbo” nei paraggi: una specie di record visto che nel pop/rock contemporaneo ormai ci sono teleprompter ovunque), mosse pacchiane non pervenute. Anche se, al momento dei saluti, ci sarà una bella linguaccia con tanto di grattatina allo scroto. A ricordarci che lui e solo lui era l’anticristo di inizio millennio per molti critici italiani, francamente illeggibili e paludati.

Ad accompagnarlo nel cerimoniale il socio Mr. Porter della fantastica crew D12 (ricordate che discone fu Devil’s Night?)  e, parliamoci chiaro, ogni volta che Eminem alza il braccio e ci mostra il tatuaggio dedicato all’amico d’infanzia Proof (pedina fondamentale degli stessi D12, assassinato nella primavera del 2006 in un club di Detroit) lo capisci anche tu, che stai a centinaia di metri di distanza nella sterminata area di Rho, quanto questa in fondo sia solo una storia di quartiere portata (per sbaglio?) di fronte ad ottantamila anime paganti.
EminemScaletta seria, serissima (la prima vera hit arriva all’ottavo brano con un’esecuzione intensa di Sing for the moment intonata benissimo dalla corista) e omaggi dovuti: Medicine Man di Dr. Dre piazzata come prima traccia (un grazie doveroso allo scouting del Dottore), Forever di Drake a ricordarci che siamo pur sempre nel 2018 e la chicca di Fast Lane dei Bad Meets Evil (progetto collaterale di Marshall) con tanto di Royce da 5’9” in scena e presentato da Shady come “il rapper migliore del mondo”. Un altro che se ne intende di trucchetti linguistici, il buon Royce, e poi quel da 5’9” significa che è alto solo un metro e settantacinque; ragion per cui sul parquet te la devi guadagnare la pagnotta se Madre Natura non ti ha fatto alto come Hakeem OlajuwonRasheed Wallace. A Detroit, lo si è capito, ogni scusa è buona per parlare di basket.

La palla a spicchi, d’altronde, non mente. E neppure i tanti brani estratti sia dal recente passato di Em che da monumenti del white trash rap come The Slim Shady LP, The Marshall Mathers LP e The Eminem Show. Ma ci sta anche la parentesi glamour grazie alla presenza della bionda Skylar Grey (tacchi a spillo e abito verde con tanto di maliziosa scollatura nude look) che stasera fa le veci rispettivamente di Beyoncé (Walk on water), Dido (Stan, probabilmente il momento più emozionante del concerto) e Rihanna (Love the way you lie). Skylar non è sfacciata e provocante, seppur bellissima, e porta con sé tutto quello charme da grande opera americana che è un po’ il succo di spettacoli come questo. Dove nulla è lasciato al caso, ma l’anima di strada sopravvive.

La durata è quella che è, ben sotto le due ore, ma la tripletta My name is, The real Slim Shady e Without me provoca un’isteria collettiva tale da far vibrare il terreno. Tutti ballano, cantano e riprendono la scena con gli smartphone tant’è che Eminem preferisce darci un taglio con le arie da giullare da classifica congedandoci con la decisamente più seria Not afraid. Prima di salutarci una volta per tutte con una Lose yourself attesa da chiunque, ma non così devastante come ci si sarebbe aspettato. Forse l’ex ragazzo della Motor City è solo stanco dopo una performance così talmente appagante. La nota di colore però non manca: Shady, nel frattempo, si è cambiato la canotta madida di sudore. E stavolta, dopo i leggendari Public Enemy, rende omaggio a Business As Usual, terzo album degli EPMD (la sigla sta per “Erick and Parish Making Dollars”) uscito nell’anno di grazia 1990, in piena golden age.

Eminem
Foto di Jeremy Deputat tratta dal sito Eminem.com

Non un abito di scena qualsiasi, ma una sorta di messaggio in codice che il signor Marshall – a leggerla in chiave romantica – vuole mandarci stasera. Una morale tipo: guardate che io non ho inventato niente, questa musica (l’hip hop) c’era anche prima di me ed io sto solo cercando di fare del mio meglio, nonostante 250 milioni di album venduti. Una dichiarazione d’umiltà che i giovani VIP della trap nostrana dovrebbero fare loro visto che, leggendo le loro svariate interviste, c’è sempre quella fastidiosa sensazione che prima del loro arrivo sulle scene, alla fin fine, non ci fosse quel granché. Ed invece la Terra era già popolata da dinosauri, imperatori, gente comune e divinità del rap. Ed un Rap God, stanotte, ce lo siamo goduto fino in fondo. Oh se ce lo siamo goduto!

La scaletta del concerto di Eminem all’Area Expo:

1) Medicine Man (cover di Dr. Dre)
2) Won’t Back Down
3) 3 a.m.
4) Square Dance
5) Kill You
6) White America
7) Rap God
8) Sing for the Moment
9) Like Toy Soldiers
10) Forever (cover di Drake)
11) Just Don’t Give a Fuck
12) Framed
13) Criminal
14) The Way I Am
15) Walk on Water (con Skylar Grey)
16) Stan (con Skylar Grey)
17) Love the Way You Lie (con Skylar Grey)
18) Berzerk
19) ‘Till I Collapse
20) Cinderella Man
21) Fast Lane (dei Bad Meets Evil con Royce da 5’9’’)
22) River
23) The Monster
24) My Name Is
25) The Real Slim Shady
26) Without Me
27) Not Afraid

Bis:
28) Lose Yourself

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