Claudio Lolli, 1950-2018. Scrittore, direi. Cantore, meglio.

 Ammesso che qualcuno sia ancora in grado di cogliere il senso e la portata del cantare la realtà sottoponendola agli altri come evidenza, anche e soprattutto quando tale realtà sia dolente. Ma oggi non è così, non è affatto così. Il dolore ci spaventa perché non sappiamo gestirlo di dentro, e così preferiamo fingere che non ci sia, e quando esplode zittirlo in vario modo, a partire dagli psicofarmaci fino a giungere alla canzone finta, al finto cinema, alla finta narrativa. La finta politica. Persino il giornalismo è finzione. Si deve descrivere il mondo sempre un po’ più allarmante di quanto non sia in verità. Per potervi fare profitto, un profitto che si estende in ogni dove, ma la cui meschinità viene mascherata con il concetto vago di “lavoro”, e la imbellettiamo con il “sacrosanto” e menzognero diritto di “mangiare”.

 Così una disgrazia figlia diretta di noncuranza e negligenza, di responsabilità politiche e carenze etiche diviene principalmente un piagnisteo pubblico, del tutto sganciato dall’opportunità di fare riflessione sulle cause e porvi un serio rimedio onde scongiurare per sempre il ripetersi di catastrofi che trovano nella stupidità spinta sino all’assurdo la loro unica collocazione.

Porre rimedio ai problemi sarebbe il compito dell’informazione? Anche.

Sarebbe il compito di chiunque abbia voglia o ambizione di alzarsi in piedi in un contesto collettivo e dire la propria. Che faccia cronaca o poesia. Lo scopo deve sempre e comunque essere curativo, altrimenti è solo l’occasione per mettersi in luce a proprio vantaggio e dunque, indirettamente a svantaggio di tutti. Ogni vantaggio puramente individuale è per sua natura uno svantaggio collettivo. Come si osserva bene in dittatura. Si mettono le mani nel piatto generale e si sottrae con la scusa di giudicare. L’unico risultato che si ottiene è che il piatto ne sarà solo impoverito.

 Nel caso di Lolli, questo suo impaurito, traballante mettersi in piedi e parlare, devastato dalla paura che è propria di chi è consapevole della prova da affrontare, ha avuto un valore davvero curativo per tutti, almeno nelle stagioni in cui è stato puntuale e significativo. Proprio come deve essere il pensiero di ogni singolo, autentico cantore. Curativo, non auto-celebrativo. Non compiaciuto.

Di vati e di papi in ogni ambito ne abbiamo piene le orecchie, servono solo a far sentire colti gli idioti che non vogliono approfondire. Si elegge il miglior cantautore della storia, ad esempio, e buonanotte, la cosa finisce lì. Quando si deve fare bella figura si cita De André e siamo tutti a posto. Citare qualcuno che, spesso proprio malgrado, sia divenuto un papa ha anche la funzione di scaricare il barile della responsabilità, oltre a fornire l’alibi della comodità di non doversi assumere l’onere personale di intervenire sul reale. Basta demandare.

 Ma se l’intellighenzia ha avuto un papa, per quanto involontario, in De André, la realtà intima del Paese, tra il 1972 (“Aspettando Godot”) e il 1977 (“Disoccupate le strade dai sogni”) circa, ha avuto la voce autenticamente lirica di cui c’era bisogno in Claudio Lolli.

Qualcuno che ha detto le cose come andavano dette, dal dentro di una vera poetica perché priva di retorica, vera perché malata, e perché defilata e per niente disposta a primeggiare.

 Se nella manifestazione di piazza vuoi cercare il protagonista, non devi guardare sul palco, ma in un angolo da qualche parte, devi ascoltare il sussurro che avviene al livello del diaframma e il tremore al livello delle ginocchia dei tanti astanti, e devi saper risalire le singole disperazioni per cogliere il senso stesso di un malcontento. 

Lolli era anche questo.

Ma era soprattutto un letterato. Per me è stato la scuola, quello che non sapeva né ha saputo poi essere la scuola, con mio grande rammarico. Accanto ai grandi trasgressori, quasi nessuno dei quali italiani, che mi hanno formato, c’è stato Lolli. Al punto da spingermi a formulare a mia volta il desiderio di una più integra e totale idea di scuola.     Nel vuoto citazionismo, nel nozionismo improduttivo e nel parcheggio mediocre che l’istituzione scolastica ha fornito alle generazioni successive al mancato rinnovamento della società sfiorato con il millenovecentosessantotto, dai primi anni settanta e sino alla fine della decade, gente come Lolli, ben poca, ha saputo essere la narrativa che non si trovava nei programmi didattici, e che era allora difficile afferrare persino nelle voci più autentiche, nelle voci pasoliniane, diciamo, quelle di chi sa sporcarsi le mani del vero per poterlo rappresentare; e che esisteva sempre meno nel cinema visto che la potenza del neorealismo del dopoguerra era caduta da un pezzo. Tenco era morto e dimenticato, il rock non essendo ancora punk, era onanismo affidato a barocchismi, giocoleria chitarristica, strizzata di occhi al commercio. Non c’era poi molto.

 In letteratura accanto alle forzature editoriali di “Porci con le ali”, insieme al PCI, i Moravia perdevano consistenza, e l’astro di Calvino volava troppo alto con sottigliezza per poter essere, paradossalmente, assimilato subito. Occorreva tempo e lavoro, maledetta Italia, oggi lo sappiamo che è così, ma allora non si poteva capirlo del tutto, e la cancrena avanzava.

Le ballate di Lolli erano una sicurezza, garantivano il fatto che una coscienza civile e poetica sopravvivesse e potesse lanciare un ponte di significato tra un passato tragico e il futuro, verso una miglioria. Essere un vero ponte. È tutto ciò che si chiede ad un cantore autentico. E ascoltare quelle storie nostre, così nostre e così universali aveva per me lo stesso valore dello studio, come involontariamente doveva essere per molti altri ragazzi o adulti che volessero assumersi la responsabilità di se stessi e non pesare passivamente sul mondo.

 Ma studiare in quel modo per me aveva anche il segno inestimabile di farlo con una chitarra addosso, e di passare al vaglio dei sensi i versi, oltre che a quello della comprensione del mondo, comprensione intima, personale e dunque per questo massimamente collettiva.

 Inutile elencare qui l’opera di Lolli; io credo che a noi debba bastare il fatto che un italiano che voglia svincolarsi dal nulla nel quale ci siamo sporti, nel quale abbiamo concesso che ci facessero sporgere, debba assumersi la responsabilità della propria crescita. O non vi sarà nulla, oltre.

Affideremo altrimenti le nostre sorti a cantautori usa-e-getta, – qualche stagione uno e poi avanti un altro purché “venda” proprio tanto – a cineasti che si rifanno alla pubblicità sontuosa, a scrittori che scrivono pensando a quante copie potranno tentare di vendere se riescono ad essere opportunisti e cavalcare l’onda. A “politici” che confondono la naia con la scuola.

 Quindi non voglio rimarcare oltre il fatto che se la canzone di Lolli ha avuto un peso autentico lo ha avuto in anni diversi da questi, mentre la sua figura di mentore è valsa sino alla fine, come è giusto sia per un uomo che sappia alzarsi in piedi e parlare come si deve. Per il semplice fatto che scrivere può in rari casi significare incidere nella roccia della storia, e dopo quello le cose non saranno mai più le stesse, lo si voglia oppure no.

 Lolli muore peraltro in prossimità, e quasi in consonanza, con un ennesimo e assurdo, tragicamente ridicolo dramma collettivo. Un ponte che crolla e trascina con sé molte vite a causa di colpe che sono profondamente insite nella carne del pensiero italico, opportunista, superficiale e antietico.

Sancisce dunque la fine di un ponte tra il significato e il nonsisa della società culturale.

In questo moncone di realtà che ci rimane, fotografato e rilanciato in ogni modo da tutti i mezzi del pianeta, l’italiano è sporto verso un vuoto di fatto: la voragine mediocre che illustra e delimita il suo niente raggiunto a forza di errori.

 Ma nel deserto prodotto, a differenza di un passato ancora sufficientemente sano quanto bastava a fare analisi e autocritica, abbiamo solo chi descrive la vita attuale per mestiere, non mancando di sbagliare il modo e il tempo di somministrazione, come i media tutti, ma non c’è più chi la sappia raccontare come rimedio catartico, perché si è esaurita la capacità narrativa.

E ciò che è peggio, come nei più cupi incubi, non abbiamo più chi la sappia cantare.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onorato Musicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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