#MiSiEscludeva. Lo Stato Sociale: «Basterebbe avere uno sguardo più ampio per capire che non c’è bisogno di accanirsi verso il diverso»

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Lo Stato Sociale
Foto di Giuseppe Palmisano

In un mese dedicato alla presa di posizione contro le discriminazioni non poteva mancare la parola de Lo Stato Sociale. La band bolognese non si è mai tirata indietro quando si è trattato di prendere posizione nella battaglie a tema sociale in cui credeva: solo negli ultimi mesi hanno portato sul palco dell’Ariston di Sanremo i nomi dei cinque dipendenti della FIAT licenziati ingiustamente, hanno suonato durante un’assemblea alla Magneti Marelli di Bologna al coro di “Bella la musica, più belli i diritti” e tutte le sere ricordano sul loro palco Federico Aldrovandi. Abbiamo raggiunto Alberto Guidetti (Bebo), uno dei fondatori del gruppo, con cui abbiamo fatto una chiacchierata su come sta vivendo questo clima d’odio che da troppi mesi ci sta circondando.

Partirei dal vostro ultimo concerto a Reggio Emilia (QUI la nostra recensione). E’ il 3 agosto ed a sorpresa eseguite Linea 30, brano dedicato alla Strage di Bologna. Dopo averlo cantato ti rivolgi al pubblico dicendo: «Sono tempi bui. Non si molla un cazzo». A cosa stiamo assistendo?
I tempi sono bui perché nelle ultime settimane il clima d’odio si è fatto sempre più forte e, parallelamente, è salita salita la tensione: basta guardare al tipo di linguaggio che viene espresso attraverso la politica.  C’è un indurimento forte, anche nelle scelta delle parole e di come ci si pone nei confronti dei problemi. Problemi che possono essere legati ovviamente ai migranti, ma con le questioni del lavoro o della povertà che passano un po’ troppo in secondo piano, perchè se guardiamo con attenzione questo Paese ci accorgiamo che non è mai stato così povero come quest’ultimo anno. Questo dato dovrebbe spiegare molto su come non funzionino quelli che dovrebbero essere gli ammortizzatori sociali e tutte quelle sicurezze che avevamo mutuato nel Novecento e che negli ultimi anni sono state smantellate.  Ed il nostro male di vivere quotidiano è necessariamente legato a questo smantellamento. Quando però non sei in grado di individuare il problema o di lavorarci  sopra è normale che vieni “indirizzato” da chi ha la voce più grossa, in questo caso il Governo. Di Maio, Salvini, ma in generale il M5S, la Lega e il Premier ombra Conte sono persone che indirizzano la popolazione a concentrarsi su dei temi che in realtà sono marginali (per quanto l’emergenza umanitaria esista) e che incidono veramente molto poco sulla qualità della vita degli italiani.

Secondo me sarebbe più consono fare un ragionamento di ampio spettro ed andare ad indagare i motivi per cui la qualità della vita è così peggiorata. Mi sembra obbligatorio, quando hai la possibilità, di salire su un palco dire «Ragazzi stiamo attenti, cerchiamo di capire, cerchiamo di informarci, non prendiamo una sola voce, ma cerchiamo una pluralità dove è possibile». Basterebbe avere uno sguardo più ampio possibile per capire che non c’è bisogno di accanirsi verso il diverso, basterebbe pretendere che le persone che governano il Paese garantiscano una serie di strutture per far sì che chiunque in questo Paese, chi ci vive e chi arriva, possa realizzarsi e far si che si costruisca una comunità.

Hai usato un termine importante secondo me: hai detto che ti sembra OBBLIGATORIO, quando hai la possibilità di salire su un palco, di lanciare dei messaggi. 
Tutto viene dalle nostre esperienze personali e dal nostro curriculum di vita. Il palco per noi è il posto dove magnificare le vite perciò quel tipo di messaggio si magnifica lì sopra esattamente come si magnifica la nostra attività discografica. E’ un’inevitabilità e per certi versi anche una sine qua non. Come dicevo prima quando hai la possibilità di dire una cosa a tante persone la golosità ti riempie la bocca. Quindi nel nostro caso cogliamo la palla al balzo.

Vorrei però fare un distinguio, che non vuole essere come una paraculata o un subordinare le cose: quando Rolling Stone ci ha chiesto una dichiarazione su Salvini noi lo abbiamo fatto serenamente, perché non sono 5 righe che ti spostano la giornata. Io ho trovato forte il messaggio lanciato da Rolling Stone, soprattutto perché è una rivista di costume ed è bello che una rivista di costume si occupi di certi temi. Però è anche vero che quando leggi la frase “Da adesso chi tace è complice” ti viene da pensare, perchè in fin dei conti siamo artisti e non c’è scritto da nessuna parte nel bignami del buon artista che tu ti debba esporre, prendere una parte o dire delle cose, anche perché se non sai cosa dire poi fai la figura del cretino. E non è giusto additare in questa maniera le persone che non si espongono. Secondo me chi ha qualcosa da dire è giusto che lo faccia, però se uno non ha nulla da dire che cosa si deve fare? Cavalcare l’onda? Cadresti poi nell’ipocrisia.

Il Festival di Sanremo vi ha aperto le porte ad un pubblico molto più vasto. E questo ha portato anche a delle polemiche: mi riferisco ad esempio ai commenti comparsi sotto un vostro post su Instagram (QUI) nel quale ironizzavate su Salvini. Più persone vi hanno detto che “Non dovreste parlare di politica”. Diciamo che dire ad una band che si chiama Lo Stato Sociale di non parlare di politica fa quasi sorridere. Questo mi ha portato a riflettere su come molti “fan” possono giudicare (sentenziare a volte) una band senza nemmeno conoscerne il background, accecati dalla canzoncina più famosa.
E’ normalissimo e secondo me è anche giusto che succeda, nel senso che il nostro core-business è fare le canzoni ed il core-business degli ascoltatori è ascoltarle.
Dall’altro lato se è vero che un idraulico o un impiegato solo legittimati a dire “Salvini Merda” o “Viva la lega”, anche noi possiamo dire le stesse cose a seconda del nostro gusto. Noi ci prendiamo una libertà che è inalienabile: quella di poter dire tranquillamente quel che ci pare e piace sulle persone che governano o non governano questo Paese perchè abbiamo un pensiero, perchè non pensiamo di farlo in maniera volgare e perchè non crediamo di augurare la morte a nessuno. Ma soprattutto lo possiamo fare perché abbiamo diritto di voto, esattamente come le altre 60 milioni di persone che ci sono in questo paese. Ed è giusto che ognuno dica la propria, anzi, se ci fossero più opinioni trasparenti, anziché troll e campagne d’odio, sarebbe più avvincente vedere chi la spunta.

Cito la vostra canzone “Sono così indie”:  «Sono così indie che arrivo ultimo al festival della canzone italiana / Arrivo secondo e mi lamento dei brogli». Ecco, come sta andando il ricorso?
(ride) A parte che quel pezzo era già stato scritto prima della partecipazione a Sanremo, è stata una curiosa coincidenza. Ma ti dirò, è meglio così, noi siamo gente che quando arriva prima fa casino, siamo come i cani che quando si divertono troppo ti fanno la pipì addosso. Abbiamo partecipato una volta ad un concorso, il premio Buscaglione, ed abbiamo vinto. E’ stata una figata, ma quella sera lì eravamo lerci. Un’altra volta che abbiamo vinto un premio, era un premio SIAE, ce lo siamo scordati in backstage. Ecco, per Lo Stato Sociale è meglio arrivare secondi.

Credo che la chiave di lettura migliore per arrivare ad un pubblico giovane come il vostro sia quella di giocare con equilibrio tra ironia e messaggi importanti.
Io penso che l’ironia sia un elemento caratterizzante della band, anche se userei il termine umorismo, che è una cosa un po’ più ampia e non necessariamente polarizzata come può essere l’ironia. Bisognerebbe però riappropriarsi di una parola molto importante: la satira. La satira ha una direzione ben precisa, dal basso verso l’alto e per noi è così che funziona il mondo, dal basso verso l’alto: andare a rompere il cazzo a chi, in fin dei conti, ha un potere. Noi siamo dei giullari e ci prendiamo il gusto e la libertà di dirigere dal nostri basso la critica, da persone molto comuni, prive di potere decisionale. Ecco, in quel momento cerchiamo di fare satira, che è un modo per abbattere la sacralità di certe figure. Dall’altro lato trovo svilente tutto il dibattito che va nel verso opposto, dall’alto verso il basso: quando Salvini dice che i migranti sono tutti dei farabutti, fa un’operazione di forte contro debole che è una vigliaccata.

La musica invece ha sempre avuto un ruolo opposto, si è sempre schierata con gli oppressi. In un momento così difficile la musica che ruolo può (o deve) avere?
Io credo che la musica in generale debba avere il ruolo di rendere migliori le giornate delle persone. Questo è l’unico obiettivo che le si può dare, sia per noi che la facciamo, sia per chi l’ascolta. Poi se dentro il rendere migliore la giornata di qualcuno ci metti una storia che possa dare speranza, da pensare, da piangere, insomma, far succedere qualcosa, allora secondo me stai vincendo. Ed è la botta di culo più grande che ti può capitare.

Avete definito questi mesi come un palloncino che vi ha portato su e giù. Ho sempre percepito in voi un “bisogno di normalità”. Penso alle parole dette da Lodo alla data zero di Scandiano (QUI la nostra recensione): «Più si va in alto, più è importante il filo che ti lega a terra e la nostra terra sono le assi di un palco e la cosa più bella e importante di tutte è poter suonare con le cinque persone che amo maggiormente nella mia vita»
Noi abbiamo bisogno di normalità perché è l’unico modo cha abbiamo per combattere l’aurea di divismo che spesso impacchetta quel tipo di mondo. Siamo fortunati a poter vivere di questo, però penso che se un idraulico è contento di fare l’idraulico è fortunato anche lui allo stesso modo. Non c’è niente di speciale a fare quello che facciamo, è un mestiere come tanti. Rimaniamo quelli che vanno al bar dove vanno da 10 anni, ci conosciamo da quando siamo adolescenti e facciamo sempre le solite quattro cazzate quando siamo a casa. Normalità è una parola grossa perché è difficile da raggiungere, da agguantare e da tenere stretta.

Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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