Michele Gazich: poesie suonate per esorcizzare una tragica verità

È uscito Temuto come grido, atteso come canto, il tredicesimo album autografo del poliedrico musicista, compositore, autore, interprete, produttore e letterato dalle prestigiose collaborazioni internazionali. Il magico violino del bresciano ‘cittadino del mondo’ e la sua originale vocalità sono pronti per raccontare un suggestivo e drammatico viaggio “nell’isola che non sarà mai casa”

0
Michele Gazich
Michele Gazich a San-Servolo (foto di Paolo-Brillo)

Il maestro Michele Gazich non perde tempo. Casomai, lo aggira e lo sfrutta biecamente, lo ignora e finanche lo aggredisce. Si fa persino beffe di lui. Il maestro Michele Gazich medita anche mentre compone e compone anche mentre scrive i versi dei suoi poetici racconti musicati. Il maestro Michele Gazich parte dalle emozioni e, passando attraverso una certosina ricerca, senza il timore di sbucciarsi le ginocchia e di ferirsi al cuore, ti restituisce le emozioni dopo aver cercato di renderle almeno più sopportabili.

Non si sa quando, il maestro Gazich, trovi il tempo per realizzare i suoi progetti più personali. Da quasi un anno costantemente in tour negli Stati Uniti al fianco della leggendaria cantautrice di Nashville, Mary Gauthier (l’album, Rifles & Rosary Beads, finalista agli Americana Awards, ha creato parecchio scalpore per la vetrina concessa alle tragedie dei reduci delle guerre che hanno coinvolto le truppe americane negli ultimi lustri), è riuscito comunque a ideare, plasmare e incidere un altro piccolo capolavoro di storica drammaticità. Italiano ma mondiale al tempo stesso.

Ecco perché il maestro Gazich non perde tempo ma, anzi, si prende gioco di lui.

La copertina del nuovo album di Michele Gazich

È appena uscito, dunque, Temuto come grido, atteso come canto: nono album autografo del poliedrico musicista bresciano (considerando anche la quadrilogia uscita come La nave dei folli) che continua a non farsi mancare nulla nelle vesti di compositore, autore, interprete, produttore e letterato dalle prestigiose collaborazioni internazionali (da Michelle Shocked fino a Eric Andersen e Mark Olson, senza dimenticare i ‘nostri’ poeti con la chitarra Massimo Bubola e Luigi Maieron). Il suo magico violino, la sua storia personale, il suo modo di ‘leggere’ e ‘interpretare’ la storia, il suo essere ‘cittadino del mondo’ e la sua originale vocalità sono pronti per raccontare un suggestivo viaggio “nell’isola che non sarà mai casa”. Un percorso che segue quelli già intrapresi lungo La via del sale e, due anni prima, anche attraverso Una storia di mare e di sangue che ripercorreva antiche e struggenti storie familiari di migrazione, inserendole nel mondo odierno (nominato dal prestigioso Premio Tenco tra i 50 migliori album usciti in Italia nel 2014).

Un album scritto nel 2017, durante un periodo di ospitalità dell’artista nell’ambito del progetto WaterlinesResidenze artistiche e letterarie a Venezia. Ambiente ben poco ridente e vibrazioni stimolanti, ma evidentemente sinistre, quelli ‘vissuti’ da Gazich sull’isola di San Servolo, proprio di fronte alla città del Doge, manicomio per oltre 250 anni fino il 1978. “Ogni giorno ho trascorso la mattinata nell’archivio dell’ex manicomio – racconta – e il pomeriggio e la notte a scrivere”. Proprio qui, nel 1944, vennero ‘ritirati’ – “questo l’orribile termine burocratico che leggo sulle loro cartelle cliniche” – gli ebrei presenti nel manicomio e deportati verso i campi di sterminio tedeschi. “Ho guardato i loro visi e ho riletto le loro storie nelle cartelle cliniche, nel tentativo di restituire loro qualcosa, che non sarà comunque mai abbastanza. E di ridare loro la parola. La loro storia non è conosciuta: la mia missione è quella di farla conoscere. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di ritrovare queste donne e questi uomini da qui ‘ritirati’”.

Le ricerche di Michele Gazich a San Servolo (foto di Paolo Brillo)

Ovviamente, essendo trascorsi più di settant’anni dal 1944, le cartelle cliniche sono pubbliche e, volendo, si potrebbero anche divulgare nomi, cognomi e fotografie. “Ho pensato, tuttavia, di non farlo – spiega – per rispetto dei congiunti delle vittime e per dare alle loro storie un valore non solo personale. Ho scelto per loro nomi come Euridice, Debora, Anna, ma anche Alice, San Sebastiano, Torquemada, incrociando codici culturali e allusioni con motivazioni sempre specifiche, stringenti e legate alla biografia di questi uomini e donne”.

Un progetto ambizioso e per nulla facile, riservato a orecchie allenate e a cuori aperti. Un lavoro che, ancora una volta, si apre non a caso con la parola ‘amici’, vocabolo assai caro al Maestro. Un cd di undici brani suddiviso in tre sezioni non equamente divise. La prima, il Prologo, ci dà il benvenuto su L’isola. Un’isola “che non sarà mai casa: non giungono qui gli uomini attenti, non giungono qui guidati dal vento. Se arriva qualcuno, lo portano a forza…”. Un cantato credibile e maturo, ma non ancora sofferto come in alcuni passaggi che seguiranno. Probabilmente, Gazich si sente più sicuro grazie alla sua conoscenza del dialetto veneto. Un esordio piuttosto cantautorale e corale con la chitarra acustica di Marco Lamberti, il basso di Paolo Costola e le percussioni di Alberto Pavesi ad affiancare l’archetto di Gazich prima che la successiva Maltamè, lanciata da un arpeggio, metta in luce anche l’arpa di Raul Moretti e la voce suadente di Rita Tekeyan per contrastare con le “parole che sono sbarre di cancello”. L’ultimo tassello del mosaico in ordine di composizione, ma che diventa il cuore dell’intera missione, grazie “alla parlata degli ebrei di Venezia, lingua oggi non più utilizzata. Era un affascinante miscuglio di parole di matrice ebraica, provenienti da varie tradizioni, e di veneziano. La canzone si configura come un omaggio a questa parlata, a cui le deportazioni verso i campi di sterminio tedeschi infersero una terribile ferita. Ho scelto, dunque, di narrare il momento della deportazione da San Servolo proprio attraverso la parlata che l’ignorante violenza dei carnefici ha ucciso, uccidendo gli ebrei deportati. Le parole divengono mattoni di memoria per costruire canzoni-case di memoria”. Un brano scritto in volo tra Milano, Chicago, Nashville, Saint Louis, Seattle, Portland e Oakland che introduce la lunga sezione denominata Personae.

L’Isola di San Servolo a Venezia (foto di Michele Gazich)

Ed è proprio qui che andiamo a conoscere la figura di Alice, la bambina (“Vivo bloccata, corda e corridoio”) con il ritorno full band e il violino ancora più in luce: la ripetitività del testo fa eco alla ruvidezza del cantato e alla morbidezza dei suoni che invocano speranza all’entrata dello strumento maneggiato da Gazich.

“Un approccio più ruvido ed espressionista – lo definisce l’autore – rispetto il precedente album La via del sale per far e convergere e lasciar coabitare tutte le tematiche a me più care: ebraismo, follia, Venezia, …”. Debora è invece una ballata pianistica (c’è sempre Gazich, ovviamente, ai tasti bianchi e neri) che si dibatte tra preghiera e sorta di bestemmia mai blasfema per le domande che si pone: “Tu che uccidi ogni respiro, Colpisci e nascondi il pugno”.

Michele Gazich a San-Servolo (foto di Paolo-Brillo)

Teste legate si presenta accompagnata da visioni terribili ma, al tempo stesso, inserita in un’ambientazione quasi aulica e agreste, condizionata anche dall’uso della campana tibetana che non riesce a eliminare del tutto alcune sfumature irish, mentre nel successivo Caminanti l’autore estrae dal cilindro anche un flauto barocco contralto. Qui ritorna anche il dialetto veneziano che attenua parzialmente il senso di claustrofobia e di oppressione.

Le note abbinate a ogni canzone, dove sono anche trascritte porzioni delle cartelle stesse (“In ogni nota è riportato il numero di ogni cartella, per lo studioso che volesse approfondire e incontrare queste persone direttamente, senza il filtro della mia trasfigurazione artistica”), contribuiscono a completare il quadro, mentre le fotografie dei ricoverati, per ovvi motivi di delicatezza, vengono sostituite da xilografie ad esse ispirate e declinate dall’ispirata Alice Falchetti in una chiave legata all’espressionismo tedesco.

Torquemada, con i suoi 6’20” il passaggio più lungo dell’opera, arriva dopo il giro di boa ed è fondamentalmente recitata su sonorità tanto essenziali quanto pungenti in riferimento a un medico ‘visto’ attraverso le parole da lui stesso scritte nella cartella clinica della sua vittima preferita in un crescendo di insulti e disprezzo, fino alla deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz: “Non è sopravvissuto alla Shoah”. Mentre il mare danza riporta sonorità violente e immagini, se possibile, ancor più gravose rispetto le precedenti con la sezione ritmica a simulare ossessioni insieme al piano di Valerio Gaffurini e un crescendo di pathos, talvolta solo alleviato dal violino, lasciando alla dolce San Sebastiano (solo 1’46” di durata) il compito di attenuare i toni e concedere un pizzico di speranza attraverso la voce di Gazich e i tasti del suo Wurlitzer con le parole del titolo dell’album (“Temuto come grido, atteso come canto”) ripetute più volte nel finale. A Euridice il compito di chiudere la sezione Personae con una figura interlocutoria e commovente per la descrizione della quale Gazich si affida anche alla viola.

Michele Gazich Live (foto di Debora Locci)

Il commiato è affidato ad Anna, te scrivo (unico brano della sezione Envoi) che pare un piccolo walzer all’insegna della dolcezza che vede la partecipazione anche di Gualtiero Bertelli alla voce e all’incisiva fisarmonica.

Il cd (stampato da Hilux Srl per FonoBisanzio Editrice e distribuito da IRD con traduzioni dei testi in inglese supervisionate da Mary Gauthier) è stato realizzato con il supporto del Progetto Waterlines e dei suoi promotori (Fondazione di Venezia, Collegio Internazionale Ca’ Foscari, San Servolo s.r.l.), Beit Venezia – casa della cultura ebraica e Associazione Culturale Il Colore degli Angeli. Waterlines – Residenze letterarie e artistiche a Venezia è un progetto nato per fare incontrare la scrittura con le altre discipline e ribadire il ruolo di Venezia come luogo di produzione culturale e artistica. L’iniziativa si pone l’obiettivo di creare contaminazioni culturali e favorire la nascita di progettualità comuni.

Vogliate gradire!

Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome