Venezia 75. First Man

La conquista dello spazio? Per uomini veri (e un po’ folli), ma teneri. E per metalli speciali

0

First Man (in concorso), firmato dal Damien Chazelle di La La Land è in apparenza la biografia del primo astronauta che posò piede sulla luna nel 1969, cioè Neil Armstrong (Ryan Gosling). Parte con un evidente omaggio al Kaufmann di Uomini veri (con una scena fotocopia dei rodei nella stratosfera di Chuck Yaeger sui primi aerorazzi inguidabili), ma capiamo subito che la parte tecnica serve a introdurre un dolore: Armstrong è un ingegnere, un civile, anche un pilota e un padre di famiglia a cui sta per morire una bambina di cancro, e poi un astronauta perché la Nasa  cerca gente che sappia mettere insieme voglia di esplorare, fegato, bisogno e perizia (quando è possibile) e abbia il coraggio di salire su cose che sembrano macchine da corsa senza finestrini. Il film è sugli sforzi e i costi per tenere il passo nella corsa allo spazio con i russi, sull’America degli anni Sessanta, sulle moglie degli astronauti e persino sulla politica di quegli anni, ma la parte del leone l’hanno i rumori, i fischi, le vibrazioni e le urla disperate dei metalli  che si contorcono messi alla prova dai razzi e gli strumenti, spesso analogici, che avevano meno elettronica (quando c’era) di quella che noi abbiamo nei cellulari. Due momenti topici si hanno quando la moglie dell’eroe silenzioso gli rinfaccia mentre si prepara ad andare sulla luna che non fa le valigie ma perde tempo finché non sale in macchina, e quando viene preparato un coccodrillo da far leggere al Presidente Usa nel caso in cui dalla luna nessuno riparta più. È anche un sontuoso film sulla paura.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome