Anime Salve: il capolavoro di Fabrizio De André su solitudine e libertà, contro l’oppressione delle maggioranze

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Fabrizio De André Anime Salve

Per chiudere questo mese di agosto, che noi di Spettakolo abbiamo dedicato alla lotta contro ogni forma di discriminazione, abbiamo deciso di analizzare il disco che forse più di tutti nella musica italiana tratta questo tema, scritto dal più grande cantautore italiano di sempre: stiamo parlando di Anime Salve di Fabrizio De Andrè.
Scritto insieme ad Ivano Fossati e pubblicato il 19 settembre 1996, è l’ultimo album del cantautore genovese prima della sua morte, avvenuta l’11 gennaio 1999.

Per raccontarlo, però, invece di descrivere a parole nostre il significato delle canzoni e il senso più completo dell’intero album, abbiamo deciso di lasciar parlare direttamente Faber, raccogliendo tutti i suoi discorsi tratti dai concerti degli anni 1997-98 sul significato dell’intero album e di alcune singole canzoni in particolare.

Anime salve trae il suo significato dall’origine, dall’etimologia delle due parole, e vuol dire “spiriti solitari”, ed è un disco che è una specie di inno alla solitudine.
E’ un elogio della solitudine per chi se la può permettere, intendiamoci.
Ci sono persone che la solitudine non se la possono concedere: i vecchi, i malati, il politico. Il politico solitario è un politico fottuto perchè lui ha bisogno degli altri. Gli altri magari non hanno bisogno di lui, ma lui se non ci sono gli altri è fottuto in partenza.
Comunque, senza voler fare una conferenza, perchè siamo qua per far parlare le canzoni e non per chiacchierare, io desideravo dire che se si può, e quando si può, stare da soli è molto utile.
E’ utile perchè si riesce ad avere un accordo con il circostante, ed il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta in un campo di notte fino alle stelle. Riuscendo ad avere questi contatti probabilmente si riesce a pensare meglio a se stessi, meglio a quali sono i nostri problemi, separando i falsi dai veri, si riesce probabilmente a trovare una soluzione per loro e, siccome siamo simili ai nostri simili, possiamo trovare delle soluzioni anche per la gente che ci circonda.
E’ in quel momento che possiamo finalmente poterci dire giusti, corretti, per poter avere dei contatti con gli altri.
Per farla breve, io  sono un uomo che non ha bisogno di dimostrare la sua età tirando fuori la carta d’identità o facendo vedere il pelo che comincia a imbiancare, io la vita l’ho vissuta davvero.
E’ appunto per esperienza che desideravo appunto concludere il discorso dicendo che non ho mai avuto paura nella mia vita dell’uomo solo, ma ho sempre avuto molta paura dell’uomo organizzato.

Raccontato così il disco sembrerebbe incentrarsi soltanto sul problema delle minoranze emarginate.
Credo sia riduttivo considerarlo così. Credo che queste persone singole o questi gruppi di persone proprio difendendo il loro diritto a rassomigliare a se stessi senza far male a nessuno, difendono in fin dei conti la loro libertà.
Quindi io credo che Anime Salve sia soprattutto un discorso sulla libertà.
Una libertà conquistata attraverso il disagio della solitudine.
La solitudine porta anche a delle forme di libertà straordinarie: è faticosa, sicuramente, soprattutto quando la si vive come emarginazione e non come scelta personale. Emarginazione a sua volta dovuta a comportamenti da parte di singole persone o di gruppi di persone difformi dai comportamenti della maggioranza degli esseri umani.

Ciò deriva dal fatto che certe persone nascono, per curiosi casi del destino, in qualche misura si potrebbero addirittura chiamare scherzi della natura, un individuo nasce maschio e ha dei sentimenti e direi una spiritualità completamente femminile. Quest’individuo viene iscritto all’anagrafe come maschio e di lì comincia una slavina di difficoltà, di tormenti, di sensi di colpa, di dolori, alla fine dei conti.
E’ il caso di Princesa e di tutte le Princese che vivono in mezzo a noi.

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Ci sono emarginazioni dovute anche a comportamenti desueti e diversi dovuti all’eredità di culture millenarie, che certi popoli si portano dietro e a cui non hanno nessuna intenzione di rinunciare. E’ il caso del popolo Rom, quello che noi volgarmente chiamiamo zingari. Prendendo a prestito il termine da Erodoto che li chiamava “zinganoi”, diceva che era un popolo che veniva dal sud-est asiatico, dall’India, che parlavano una strana lingua (che poi si è scoperto essere il Sanscrito) e che facevano come mestiere, se mestiere lo si può considerare, quello del mago e dell’indovino.
E’ quindi un popolo che gira il mondo da più di 2000 anni, afflitto o affetto – io non so come meglio dire, ma forse semplicemente affetto – da quella che gli psicologi chiamano “dromomania”, cioè la mania dello spostamento continuo, del viaggiare, del non fermarsi mai in un posto. E’ un popolo, secondo me, che meriterebbe – per il fatto, appunto, che gira il mondo da più di 2000 anni senza armi – meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo.
Purtroppo i nostri storici, e non soltanto i nostri, preferiscono considerare i popoli non soltanto in quanto tali ma in quanto organizzati in nazioni, se non addirittura in stati, e si sa che i Rom, non possedendo territori, non possono considerarsi né una nazione né uno stato.
Mi si dirà che gli zingari rubano. E’ vero, hanno rubato anche in casa mia. Ve ne accorgete se sono loro a rubare perchè vi rimane l’argento. Loro l’argento non lo portano via, perchè siccome lascia il nero loro pensano che porti male, e allora vi rubano l’oro e il grano. Se voi vi accorgete che l’argento è rimasto al suo posto vuol dire che sono stati gli zingari.
D’altra parte si difendono come possono: si sa bene che l’industria ha fatto chiudere diversi mercati artigianali. Buona parte dei Rom erano e sono ancora artigiani, lavoratori di metalli, in special modo del rame, addestratori di cavalli e giostrai, tutti mestieri che, purtroppo, sono caduti in disuso.
Anche loro hanno i loro difetti, d’altra parte non possono sottrarsi a quello che è uno degli impulsi primari che fanno parte del dna dell’uomo che è l’impulso al saccheggio, ne abbiamo avute ampie dimostrazioni anche nelle ultime amministrazioni.
Però devo aggiungere che non ho mai sentito dire, non ho mai visto, non l’ho mai visto neanche scritto che uno zingaro abbia rubato tramite banca. E devo anche dire a loro vantaggio che non ho neanche mai visto una delle loro donne battere un marciapiede, questo va detto. Quindi hanno anche loro un codice morale preciso che rispettano.

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Quella che sto per cantare è una canzone che parla di una solitudine particolare, la solitudine in cui si trova l’innamorato non corrisposto: vive una specie di sogno paranoico e questo porta di solito a cercare di escludere, ad eliminare, rimuovere tutto quello che è di ostacolo fra se stessi e l’oggetto del proprio desiderio.
Questo scemo qui di cui sto per raccontarvi la storia riesce addirittura a rimuovere l’assenza della persona con cui vorrebbe stare, perchè la persona non può arrivare all’appuntamento, dal momento che sta naufragando insieme alla città di Genova nell’alluvione del ’72.

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Eccola qui, l’unica canzone che, dal punto di vista della tematica, è in contrasto con le altre otto dell’album, infatti si chiama Disamistade.
Secondo me è un termine bellissimo, anche se vuol dire una brutta cosa: “disamistade” in sardo vuol dire disamicizia, tradotto letteralmente, e in italiano significa faida.
Non parla dell’uomo solo, parla invece dell’uomo che vive insieme ai suoi simili, in un agglomerato semiurbano pieno di gente, in cui gli spazi sono pochi, il tempo scorre, la fortuna spariglia i destini, l’uomo comincia a guardarsi in giro e comincia a provare per le persone che riescono meglio di lui quel sentimento che è comune a tutti noi, il sentimento dell’invidia.
E’ appunto dal sentimento dell’invidia che nasce la faida, che ha come curioso obiettivo quello di uccidere l’ultimo assassino.
E’ inutile che ritorni a dire che sarebbe meglio che l’uomo, quando può, evitasse di mettersi nelle condizioni di odiare i suoi simili e quindi desiderarne la morte, ed è anche inutile dire che allargando il concetto di faida nel piccolo paese si arriva alla grande guerra mondiale.

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L’ultima canzone dell’album è una specie di riassunto dell’album stesso, quella che i letterati chiamano la summa.
E’ una preghiera, una sorta di invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma o un papà ma molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali immaginate così potentissime come una divinità, le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, le chiamiamo la Madonna.
In questo caso l’invocazione è affinchè si accorgano di tutte le umiliazioni, di tutte le sofferenze, di tutti i torti a cui sono di solito sottoposte le minoranze soltanto per il fatto di esserlo.
Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi: dire “siamo seicento milioni”, “siamo un miliardo e duecento milioni”; e a seconda di questi numeri e approfittando del fatto di essere così numerose pensano di poter essere in grado e soprattutto di avere il diritto di vessare e di umiliare quelli che non la pensano come loro.
La preghiera si chiama anche smisurata, proprio perchè è fuori misura, quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.

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E proprio con alcune parole tratte da Smisurata preghiera vogliamo lasciarvi con qualche spunto di riflessione:

Recitando un rosario di ambizioni meschine,
di millenarie paure, di inesauribili astuzie,
coltivando tranquilla l’orribile varietà

delle proprie superbie la maggioranza sta,
come una malattia,
come una sfortuna,
come un’anestesia,
come un’abitudine.Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria,
col suo marchio speciale di speciale disperazione

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità.
Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti
alle leggi del branco,
non dimenticare il loro volto,
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti,
come una svista,
come un’anomalia,
come una distrazione,
come un dovere.

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