The Mountain di Rick Alverson, opera prima in concorso, turba. In due parole è un viaggio negli Stati Uniti degli anni Cinquanta per diffondere una tecnica. Un ragazzo (Tye Sheridan) la cui madre è stata lobotomizzata, cioè ridotta a un vegetale da un’operazione al cervello, e il cui padre è morto mentre insegnava danza a giovani pattinatrici sul ghiaccio, si aggrega come fotografo con una grossa Polaroid per testimoniare le imprese del dottor Wallace Fiennes, che gira per gli istituti psichiatrici d’America a eseguire e insegnare le lobotomie fatte con un punteruolo ispirato a quello per il ghiaccio. È la lobotomia transorbitale: meno costosa di quella in cui aprivano il cranio, pretendeva di risolvere i problemi psichici tagliando le connessioni della corteccia prefrontale. Durante il viaggio il ragazzo arriva in una comunità che anticipa le tematiche della New Age e si innamora di una ragazza lobotomizzata. Se state pensando a un film di zombi psichici o a una variante di Qualcuno volò sul nido del cuculo (con citazioni di Il corridoio della paura) niente da fare: il film è una sorta di sogno color clinica psichiatrica che con cadenze ripetitive e oniriche (e strani sfoghi teatrali di Denis Lavant, attore feticcio di Leo Carax) mescola una delle figure storiche della lobotomia transorbitale (Walter Freeman, che nel film è Fiennes, un efficace Jeff Goldblum) con fermenti antipsichiatrici che si coaugulano attorno alla metafora della montagna (prima in un quadro poi nella realtà). Con una modalità affascinante, anche se il senso sfugge…
Venezia 75. The Mountain
Un lobotomista e un ragazzo inquieto in viaggio nell’America psichiatrica degli anni Cinquanta. Inquietante.







































