Venezia 75. The Ballad of Buster Scruggs

Dai fratelli Coen un’antologia di racconti western tra il demenziale e il surreale

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C’è stato un applauso  quando nella prima delle storie dell’antologia western The Ballad of Buster Scruggs  (in Concorso) i fratelli Coen hanno fatto volare in cielo con le alette in movimento e un’arpa tra le mani un cowboy mingherlino, feroce, chiacchierone e canterino vestito come nei western della Hollywood del muto. C’era ironia, storia del cinema, fantasia, ed era solo l’inizio, con tanto di musichette in tema. The Ballad of Buster Scruggs sfotte tutti i luoghi comuni del western (impiccagioni impossibili, attacchi indiani idioti, furti di bestiame non consumati, rapine bancarie a rovescio, carovane che incubano amori verginalissimi di frontiera, suicidi per non finire torturati dagli indiani, sparatorie tra giocatori nei saloon, chiacchierate metafisiche nella diligenza, baracconi con animali sapienti e freaks, cercatori d’oro) alla maniera dei Coen: quindi esagerazioni sofisticate, citazioniste, spesso feroci. A voler essere critici benché assai spinti i Coen non hanno superato il western d’oltretomba del Jarmusch di Dead Man, ma un paio di volte si sono messi sullo stesso piano del Raimi di Pronti a morire. Il gioco è bello, e di per sè il volume che si sfoglia sulle illustrazioni protette dalla velina ricorda le Silly Simphonies dei vecchi cartoon Disney, ed è meglio quando dura poco, perché le prese per il sedere spesso hanno la corsa corta e drogano: ne vorresti di più e più potenti oppure ti abitui e ridi di meno. Ma come spesso accade con i Coen le risate sono anche preludio all’oltretomba…

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