Venezia 75. Peterloo

Dopo Waterloo, nel 1819, una brutta pagina per la democrazia inglese

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Peterloo di Mike Leigh è una lezione (bella, ma sempre una lezione e questo è un po’ il suo limite: e lunga, più di 150 minuti) sulla democrazia e sull’equilibrio politico tra chi ha e chi non ha. La definizione giornalistica di Peterloo venne per assonanza con Waterloo, dove la vittoria di Wellington su Napoleone  era costata così tanto che il governo aveva alzato le tasse sul grano e alla fine aveva mandato a Manchester un generale che si era distinto sotto Wellington per tenere a bada eventuali focolai di rivolta nel proletariato operaio del tessile, che si sentiva tradito dai politici di Londra e affamato dal Parlamento dove comandavano i proprietari terrieri. Manchester chiese il suffragio universale e si coalizzarono un po’ tutte le forze antagoniste per una manifestazione pacifica. I proprietari terrieri e gli industriali manovrarono i militari fino a che la riunione di popolo in Saint Peter’s Field (da cui Peterloo) viene spazzata dalla cavalleria che si accanì su uomini, donne e bambini. Una pagina nera. Che è solo la punta dell’iceberg del film. Tutto quello che viene  “sotto” la strage è una puntigliosa ricostruzione cinematografica delle stampe, dei fogli politici e della retorica politica dell’epoca, con tutte le ambiguità e gli abbagli delle cariche ideologiche. In Peterloo Leigh continua in chiave di indagine politica lo stesso processo minuzioso che aveva fatto sulla luce e i colori in Turner. A parte la finezza dei particolari spinta fino al puntiglio storico, colpisce quanto somigli alla cronaca dei nostri giorni il dibattito politico dell’Inghilterra del 1819  dove arrivarono alla sospensione delle garanzie (Habeas Corpus) con la scusa dell’emergenza…

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