Venezia 75. La Quietud

Da un lutto privato a una tragedia nazionale nello spazio di una famiglia ambigua, ricca e infelice

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Il fuori concorso La Quietud di Pablo Trapero (il regista di El Clan) ha bisogno di un respiro: superate i primi minuti che sembrano rubati a una rivista patinata e, dopo l’ictus che ha colpito nelle prime sequenze il padre avvocato mentre deve testimoniare su una sporca vecchia storia legata periodo delle dittature militari in Argentina, provate a distinguere le due sorelle Martina Gusman (che l’accompagnava) e Berenice Bejo (che li ha raggiunti) che sembrano truccate e vestite per confonderci e seguitele nella Quietud, la grande villa opulenta della loro infanzia e dei loro amori (felici? infelici?) in cui dimora la madre matriarca divoratrice delle figlie (una la odia l’altra la ama) e del marito  e preparatevi a un lento ma sorprendente ingresso in un nido di vipere voluttuose, ricche, disperate dove tutte le femmine usano, tradiscono, si fanno usare e strapazzano i maschi, vivi, morti, moribondi, passati e presenti. Il tono è di tragedia leggera di cui ti accorgi troppo tardi per reagire, quasi un’ironia acida, come il titolo, e la villa, Quietud: la quiete, che avvolge e ovatta anche il travagliato passato dell’Argentina

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