Venezia 75. L’amica geniale

Un assaggio dalla serie tv che Saverio Costanzo ha tratto al longseller di Elena Ferrante

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Non ho letto i libri di Elena Ferrante (chiunque sia) sulla ricostruzione di una fetta di storia italiana nella vita parallela delle amiche Elena e Lila, e non posso fare paragoni tra la sua scrittura (ha collaborato in sceneggiatura) e il lavoro di Saverio Costanzo per la televisione: però la parte che ho visto (l’infanzia delle bambine e l’impatto con la scuola)  è stato un ritorno di emozioni agli anni Sessanta, ho riconosciuto le spoglie aule scolastiche, i banchi poveri,  i bambini coi grembiuli con collettoni e fiocchi, il gesso, l’inchiostro, le lavagne e quegli insegnanti che spesso stavano costruendo la nazione in cambio di avare soddisfazioni morali. La storia della bambina Lenù, brava e di famiglia povera che però vuole migliorare e in parallelo di Lila, l’amica geniale e di famiglia sottoproletaria che proprio a migliorare non ci prova più, prende le forme di un film neorealistico delicatamente ricolorato, come si faceva con certe fotografie buone per tenere i ricordi. Quell’Italia ricostruita a volte stringe il cuore, a volte appare  una scenografia simbolica (splendida nella sua miseria) separata nello spazio e nel tempo. La narrazione fa venire voglia  di continuare a sapere, Costanzo alterna tratti morbidi e nervosi e un’accuratezza nei colori, nei vestiti, nei tagli di capelli e persino nelle posture che non fanno rimpiangere certo cinema puntiglioso nelle ricostruzioni.È anche citazionista, però la caduta della moglie che corre dietro la camionetta  come la Magnani in Roma città aperta sembra un esercizio di acrobazia inutile. Costanzo è già bravo senza.

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