Venezia 75. They’ll Love me When i am Dead

Un documentario su una possibile interpretazione di The Other Side of the Wind di Welles

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Come molti mi sono rotto inutilmente la testa sul modo di interpretare The Other Side of The Wind, l’inedito finalmente montato di Orson Welles. Ecco che dopo due giorni a Venezia è passato They’ll Love me When i am Dead di Morgan Neville, che a prima vista sembrava un documentario sulla vita di Orson Welles (destinata a chiudersi su quella terribile profezia che è il titolo: Mi ameranno quando sarò morto) e poi si è rivelato un cospicuo lavoro proprio su The Other Side of the Wind. Il lavoro di Neville propone una tesi davvero interessante. Nello stesso periodo in cui Welles veniva insignito di vari premi “alla memoria”, ma doveva amaramente constatare che nessuno se la sentiva di finanziarlo, e mentre Hollywood cambiava tutto due volte (gusti, autori, pubblico, incassi) tra Easy Rider (69) e l’avvento di Guerre stellari (77), ecco che Welles sfidava Hollywood con un tipo di film mai fatto prima: un film che ne conteneva due, il secondo spiegava il primo ma era strutturato come un documentario. In pratica The Other Side of the Wind sarebbe un falso documentario di Orson Welles su Orson Welles, solo che è rimasto indecifrabile come un codice in cifra: la chiave per decodificarlo (cioè il corretto montaggio delle migliaia di ore di girato) se ne è andata con Welles alla sua morte. Aneddoto: il suo operatore di fiducia vagò con le ceneri di Welles in auto per più di un anno e mezzo, e tentò inutilmente un primo montaggio del film, ma non ne venne a capo. Se ne potrebbe dedurre che di Welles, dopo la sua morte, non si sapeva che fare né del corpo né dell’opera. Rimane l’amarissima constatazione del genio (che avrebbe ammesso tra le sue molte colpe celate in The Other Side anche il tradimento): “Nella vita si nasce, si vive e si muore soli. Solo l’amicizia e l’amore possono illuderci per un po’ che non sia così”.

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