Venezia 75. Tel Aviv on Fire

Può una soap palestinese scritta per caso da uno sfaccendato e pilotata da un ufficiale israeliano portare alla pace?

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Applausi, tanti, e pubblico contento a Tel Aviv on Fire del palestinese Samed Zoabi (Orizzonti) che ad onta del titolo terrificante fa sorridere, perché è una oliatissima commedia agrodolce sul rapporto palestinesi/ebrei. Tel Aviv in fiamme è una roboante soap trasmessa da un’emittente palestinese di Ramallah ma guardata avidamente anche dalle signore israeliane. Perché? Perché alla faccia della politica la soap è romantica, e molte spettatrici si struggono per come finiranno le relazioni sentimentali tra un terrorista palestinese e una spia che deve flirtare con un generale israeliano per carpirgli piani segreti. Accade che Salam, allampanato perdigiorno palestinese assunto per portare il caffè agli attori, visto che sa pronunciare bene l’ebraico metta il naso in sceneggiatura e poi, a un posto di blocco che deve passare ogni santo giorno, si vanti con l’ufficiale ebreo di essere lo scrittore della soap. Poiché l’ufficiale ha ambizioni di sceneggiatore e vorrebbe riconquistare l’attenzione della moglie, si crea un curioso, esilarante cortocircuito, in cui l’ufficiale cerca di pilotare la storia tra la spia palestinese e il generale israeliano e il portacaffé si trasforma in un apprezzato sceneggiatore di soap. Con esiti sinceramente imprevedibili. L’effetto è quello di far pensare (sghignazzando sugli sviluppi impossibili delle soap) che gli sviluppi impossibili di solito li creiamo noi, anche con effetti tremendi in politica. La materia è leggera come l’aria. Ma l’aria serve per vivere…

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