Venezia 75. Tramonto

Il tramonto dell’Occidente si cela in una modisteria di Budapest

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Napszállta di Laszlo Nemes è il Tramonto. Anzi, il tramonto dell’Occidente. Una giovane donna di cognome Leiter arriva a Budapest, che ferve nell’impero austroungarico come la nuova Vienna, e cerca un lavoro come modista alla Leiter, che un tempo fu la fabbrica di cappelli di famiglia. Ma dopo una non meglio definita catastrofe la ragazza è sola, nessuno della nuova direzione della Leiter la vuole assumere e un vetturino manesco la informa dell’esistenza di un fantomatico fratello molto pericoloso. Tutto il Tramonto di Nemes (di Budapest, della Belle Epoque e dell’Europa) è sulle spalle della giovane Leiter, nel senso che o è ripresa di spalle con la macchina che la incalza (la essa tecnica usata in Il figlio di Saul) e progressivamente mette a fuoco il mondo dai meravigliosi colori morenti e dai reperti necrofili attorno a lei  (nella modisteria c’è persino una stanza murata con velette e reperti della mitica imperatrice Sissi)  o è ripresa di fronte mentre il mondo va in fiamme intorno a lei e progressivamente la sua bellezza femminile si trasforma in una durezza maschile, perché lei in un certo senso va a prendere il posto del fratello. Tutto il Tramonto di Nemes è un complicatissimo valzer di personaggi elusivi che si parlano, dicono mezzi segreti, non si ascoltano, si contraddicono, si eludono e si sfuggono come figure del Processo di Kafka, oppure diventano ossessi feroci che partono di notte per incomprensibili spedizioni punitive. Il senso che giunge allo spettatore frastornato è che la Kakania dell’Uomo senza qualità di Musil è in effetti una polveriera di lingue, nazioni e ideologie nascoste dietro una modisteria che produce vaporosi cappelli per regnanti o forse produce vittime sacrificali per i principi, ma il destino di questo mondo in continua accensione è di esplodere: e l’esplosione sarà la prima guerra mondiale

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