Venezia 75. Werk Ohne Autor

L’heimat di Von Donnersmarck è un melodramma dal nazismo all’arte contemporanea

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Werk Ohne Autor, Opera senza autore (in Concorso) di Florian Henckel von Donnersmarck , già Oscar per Le vite degli altri, è un’opera interessante: fluviale, 3 ore, insieme colta e semplice, a volte sembra favolistica e usa il melodramma senza vergogna. E il bello è che questa sì è un’opera ispirata a  storie vere. Nella Germania nazista dove si distingue l’arte tra ariana e degenerata e i medici decidono che chi è diverso e improduttivo va sterilizzato e poi eliminato, un bambino sensibile cresce con l’esempio di una zia che per la sua sensibilità finisce sterilizzata e poi gasata in tempo di pace. Dopo la guerra quella parte della Germania è in area russa, il bambino diventa un artista e deve studiare sotto il realismo socialista (un altro modo di distinguere l’arte tra utile e decadente) e intanto ha una storia d’amore (guarda un po’) proprio con la figlia dell’uomo che aveva piegato la ginecologia tedesca all’eugenetica nazista e aveva fatto eliminare la zia. Succederanno cose terribili ma il bello trionferà, perché fuggito a Ovest quell’artista, che ogni tanto mette fuori fuoco il suo sguardo, diventerà qualcuno che sebbene non nominato somiglia terribilmente a Gerhard Richter, uno dei maggiori pittori al mondo. Ecco, l’heimat di von Donnersmarck è una sorta di drammatizzazione dell’arte contemporanea tedesca con tanto di benedizione di un sosia di Joseph Beuys. C’è il dolore, c’è l’amore, c’è l’orrore, c’è l’arte. E il titolo? L’Opera senza autore è un modo interessante con cui il giovane pittore definisce (negli anni Sessanta) un’arte che non ha bisogno di ruoli: in antitesi all’arte delle dittature, che è sempre definita da un ruolo (e quasi sempre in nome del popolo).

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