Paul McCartney ed Egypt Station, la recensione di un album straordinario

7

Egypt Station
di Paul McCartney
Voto: 8

Non è affatto facile fare la recensione di un album di Paul McCartney ed i motivi sono molteplici: da un lato perchè siamo di fronte ad uno dei più grandi artisti della storia (per l’autore di questo pezzo di gran lunga il più grande), perciò con un personaggio simile necessariamente si perde un briciolo di obiettività. D’altra parte è difficile analizzare in maniera critica un album di Paul se il metro di paragone sono i dischi dei Beatles (o alcuni dei Wings) perchè parliamoci chiaro, a 76 anni (in teoria) non si potranno più raggiungere certi livelli.

La chiave di lettura più efficace perciò forse è quella di contestualizzare il disco al periodo storico attuale, riconoscendo a Paul la sua età e la sua esperienza. Una cosa è certa: l’attesa per questo album (il diciassettesimo della sua carriera solista) era molta, e non solo perchè sono trascorsi ben cinque anni dal suo precedente lavoro, New: la sensazione che si è avuta man mano che la produzione del disco procedeva, era che Paul avesse trovato una nuova scintilla creativa e che questo album non fosse la solita compilation di canzoni (di medio-alto livello) ma che avesse una forma completa.

Egypt Station conferma queste premesse, in alcuni punti le supera ampiamente, in (pochi) altri un po’ meno, ma, senza alcun dubbio, rappresenta un grande passo in avanti rispetto alle precedenti produzioni. E’ un album incredibilmente ricco (ben 16 canzoni) e lungo (57 minuti circa). Il disco parte con Station I, una serie di rumori e suoni di beatlesiana memoria, per poi legarsi ad I don’t know che, con Come on to me, abbiamo avuto modo ampiamente di sentire quest’estate. I don’t know è una canzone d’amore in puro stile McCartney, una delle canzoni più belle dell’album, in cui Paul riesce a creare melodie anche dove apparentemente non si potrebbero inserire. Ma i gioielli del disco sono due: uno è Happy with you, una ballad dall’apparente semplicità con un testo intimo, profondo e sincero che spiazza per la sua schiettezza ed onestà. Il secondo invece è Despite repeated warnings, un capolavoro della durata di quasi sette minuti con un testo simbolico, graffiante, incredibilmente politico. La sua è una denuncia verso tutti quei rappresentanti delle istituzioni (Trump in particolare) che, pur sapendo i rischi ed i pericoli del cambiamento climatico, semplicemente decidono di non affrontarli. Il risultato è un brano dalle mille sfaccettature, dai mille cambiamenti, in parole povere una piccola grande rock opera.

In Egypt Station Paul riesce anche a inserire, esattamente a metà disco, un brano che avrebbe tutte le carte in regola per diventare un nuovo, grande, inno alla pace: People want peace. La canzone nasce durante un suo viaggio in Israele per un concerto; prima di suonare decise di organizzare un viaggio in Palestina per visitare una scuola di musica e dare il suo sostegno ai giovani ragazzi palestinesi. Durante quella visita si stupì del fatto che, quando lui chiese loro cosa desiderassero, la loro risposta era unanime: «vogliamo vivere in pace». Perchè, esattamente come gli raccontava suo padre quando era bambino, la gente vuole la pace, sono i politici, i potenti, a desiderare le guerre.

Come tutti i dischi di McCartney è Paul il principale strumentista dell’album: in alcuni brani ha la sua band, in altri l’orchestra, in altri fa semplicemente tutto lui, impressionante ad esempio è C-Link, l’ultima parte dell’ultimo brano, puramente strumentale in cui, fa un lungo, toccante, assolo di chitarra. E la take iniziale era lunga 11 minuti…

Il risultato finale è un disco straordinario, di alto livello ed estremamente coeso, in cui Paul McCartney dimostra, ancora una volta, il suo unico ed incredibile talento.

Per concludere facciamo un gioco: tiriamo giù una lista di tutti quei compositori che, nel 1958, scrivevano grandi canzoni. Ora percorriamo quella lista e cerchiamo quelli che, ancora nel 2018 riescono a scrivere delle hit. Il risultato è uno solo: Sir James Paul McCartney.

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Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

7 COMMENTI

  1. Buona recensione che personalmente condivido solo parzialmente, in questo ultimo disco del Grande Mito ci sono certamente 6/7 pezzi degli di nota e forse qualcosa di più, ma in generale secondo me non posso considerarlo un lavoro straordinario. Ritengo che il precedente NEW fose di gran lunga superiore, anzi quello cinque anni fa lo considerai il miglior disco di Paul dalla fine dell’epoca Wings, secondo me un disco in cui si rivivevano le grandi atmosfere canore dei Fab Four.
    Dato che le opinioni sono sempre soggettive , penso che questo sia un ottimo disco ma non un capolavoro.
    Comunque concordo che a Paul possiamo solo dire grazie … grazie per esserci e soprattutto per esserci stato 50 anni fa insieme a John a George e a Ringo (il Batterista meno capace e più fortunato della storia musicale del 900).

  2. Buona recensione che personalmente condivido solo parzialmente, in questo ultimo disco del Grande Mito ci sono certamente 6/7 pezzi degli di nota e forse qualcosa di più, ma in generale secondo me non posso considerarlo un lavoro straordinario. Ritengo che il precedente NEW fose di gran lunga superiore, anzi quello cinque anni fa lo considerai il miglior disco di Paul dalla fine dell’epoca Wings, secondo me un disco in cui si rivivevano le grandi atmosfere canore dei Fab Four.
    Dato che le opinioni sono sempre soggettive , penso che questo sia un ottimo disco ma non un capolavoro.
    Comunque concordo che a Paul possiamo solo dire grazie … grazie per esserci e soprattutto per esserci stato 50 anni fa insieme a John a George e a Ringo (il Batterista meno capace e più fortunato della storia musicale del 900).

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