Venezia 75. The Nightingale

Nell’Australia dell’800 una vendetta diventa critica della civilizzazione

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Australia dell’800. Un (veramente) cattivo tenente dell’esercito inglese, ambizioso, frustrato e crudele,  vessa e stupra una ex deportata che ha scontato la pena, ne uccide il marito, ne fa uccidere la figlia neonata perché piange. Poi, per avere una promozione in extremis, cerca di raggiungere un avamposto quasi impossibile con l’aiuto di una guida aborigena. La ragazza pesta e furiosa, soprannominata The Nightingale perché canta come un usignolo per le truppe, compra anche lei l’aiuto di un aborigeno e insegue il  gruppo attraverso la foresta. Vuole vendetta, ovviamente. Inseguitrice e inseguiti passano attraverso tutto il peggio che l’Inghilterra ha fatto sopportare ai nativi australiani, e il cattivo tenente semina cammin facendo altri cadaveri, stupri e cattiverie gratuite. In modi più o meno contorti e che ogni tanto fanno a pugni con la sceneggiatura che sembra spegnersi e riaccendersi, The Nightingale compie un percorso di riconoscimento del diverso (la vendicatrice smette di essere razzista con l’aborigeno) e arriva a ottenere quello che gli spettatori, più o meno silenziosi,  invocano dall’inizio sotto la pressione di alcune scene abbastanza violente ma, più che davvero crudeli, tagliate con l’accetta o fuori misura. Questa valutazione perplessa  nasce dal fatto che il film precedente  della regista Jennifer Kent era stato Babadook , horror sulla maternità e le psicosi casalinghe che aveva soluzioni, anche estetiche, di grande raffinatezza. Questo film non lo diresti fatto dalla stessa persona, oppure le scelte estetiche  sono così  cambiate da sconfinare in quello che sembrerebbe un melò ultraviolento talvolta tirato via. Alla prossima?

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