Venezia 75. Killing. Uccidere

Cosa manca a un samurai per vincere la paura della morte? La morte. Dell’avversario...

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Shinya Tsukamoto ci porta in un Giappone angusto claustrofobico e umido, in una situazione stravista da I sette samurai in poi: contadini vessati da briganti e samurai per difenderli. Alt. La similitudine finisce qui: c’è un giovane samurai bravissimo nella teoria della spada, c’è un anziano samurai senza padrone in cerca di uomini da reclutare che vuole il giovane samurai, c’è un ragazzo contadino che vorrebbe diventare samurai, c’è sua sorella innamorata del giovane samurai, ci sono i banditi straccioni cialtroni e vili, poi assassini. In questo film i tempi si dilatano e si restringono come in un duello alla spada: parti interminabili e poi d’improvviso il colpo letale. Con un discrimine forte: il giovane samurai ha malattie psicosomatiche e crolla prima della partenza per l’impresa. Perché? Perché è bravissimo ma non ha mai ucciso. E allora, mentre la situazione precipita verso il disastro totale, tocca all’anziano samurai… Ipercinetico o fermo, urlatissimo o sintetico, il cinema di Shynia Tsukamoto (uno degli antesignani dell’horror cyber con Tetsuo) è l’assoluto rovescio delle battaglie rituali e laccate del cinema cinese di Zhang Yimou. Una specie di Kurosawa dopo l’elettronica e dopo Cronenberg. Qui anche samurai anziano alle prese col rito del primo sangue da versare. Quanto…

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