Springsteen on Broadway: è tutto un trucco…

1

Considerazioni a margine dello show più bello dell’anno, prima della sua messa in onda – domenica 16 dicembre – su Netflix.

Da che ho memoria di Bruce Springsteen, Springsteen è sempre stato associato all’idea (e alla realtà ) di un concerto epocale, una folla immensa, ore e ore di attesa, migliaia di chilometri da percorrere con qualsiasi mezzo e con qualsiasi condizione metereologica. Springsteen ha sempre richiesto una immensa fatica fisica. Ogni volta ampiamente ripagata da quanto vedevamo. Ci ha fatto vedere il mondo, ci ha fatto spendere una quantità di soldi che sarebbe stata sufficiente – forse – per comprare una macchina, ci ha fatto prendere insolazioni, ci ha fatto congelare d’inverno con attese lunghissime, ci ha fatto correre, ci ha fatto venire l’ansia (a me personalmente quella di non arrivare in tempo), ci ha regalato infinite notti insonni. Eppure nessuno di noi ha mai rimpianto ogni minimo istante e ogni singolo centesimo di quanto speso per lui. Io personalmente l’ho visto negli stadi, nei palasport, nei teatri, all’Augusteo di Napoli e all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, addirittura in prima fila. Si, sono stata fortunata. Mai però avrei creduto di vederlo in una situazione come quella del Walter Kerr Theatre. Perché mai nella mia vita avrei creduto che una rockstar del suo livello, un uomo dalla fama planetaria, avrebbe scritto un’autobiografia cosi diretta, così sincera, così spiazzante. Certo avevamo letto i libri scritti su di lui, anche quello d Peter Ames Carlin, l’unico che getta qualche lievissima ombra su una figura ai miei occhi praticamente perfetta, però nessuno avrebbe mai immaginato – io almeno – che lui stesso in prima persona avrebbe parlato cosi apertamente di se stesso, dei suoi fantasmi, delle sue fobie, delle sue angoscie e di un padre così … bizzarro, diciamo così. Quale artista al mondo, della sua fama, parlerebbe con tale generosità dei suoi difetti?  Confesso che nei momenti più duri della mia depressione, ho pensato “Be’ se perfino Bruce Springsteen, ai miei occhi la perfezione umana, soffre di depressione ed è addirittura arrivato a pensare di suicidarsi, be’ allora ce la posso fare”. E mi sono sentita subito meno sola.

Ecco, leggere BORN TO RUN è stato per me come stare dietro la finestra di casa Springsteen e guardare dentro. Andare al Walter Kerr Theatre a New York invece è stato come sedersi nel salotto di casa sua, con lui. Sì perché il concerto, il monologo, lo show di Bruce a Broadway – ognuno lo chiami come vuole – è un’esperienza indimenticabile che non ha nulla a che vedere con quanto visto prima. Perché è una cosa completamente diversa da un concerto, da un monologo teatrale, da uno show. È una chiacchierata che ti concedi con l’artista che più ammiri al mondo e che più hai inseguito al mondo, che sta lì davanti a te, per te e che ti racconta la sua vita.  Ma al tempo stesso ti racconta anche la tua di vita. Un’esperienza inimmaginabile che ha suonato alle mie orecchie come un terribile presentimento. Che sia questo il suo addio alle scene? Entrare al Walter Kerr Theatre è stato come varcare la soglia di un tempio, un posto assolutamente magico dove nel momento in cui la voce dall’altoparlante ti invita a sedere, a fare silenzio e soprattutto a spegnere il cellulare, cambia dimensione. Il silenzio è assoluto e ti avvolge completamente, e tu sei finalmente davanti a uno dei sogni della tua vita: vedere Springsteen a New York (città che personalmente adoro),  in un teatro piccolissimo dove c’è solo lui, la sua chitarra, il suo pianoforte. E Patti. Poi ci sei tu, e basta.

Inizia la magia, il trucco … Perché è davvero magico essere seduta in quella poltrona di velluto rosso e avere davanti Bruce Springsteen, perché deve esserci davvero un trucco da qualche parte se – pur essendoci altre 974 persone insieme a te – senti e capisci che lui è lì per te, solo per te. Sta lì su quel palco di legno a raccontarti la sua vita, come se fosse il tuo migliore amico che non vedi da trent’anni, anzi, da quaranta. Sì lo hai sentito per telefono, vi siete incontrati ogni tanto in qualche parte del mondo, ma non c’è stato mai il tempo per parlare in maniera cosi approfondita, come quando facevate un tempo, quando tu eri nella tua stanza ad ascoltare ogni suo disco. E’ senza dubbio una magia se Bruce si racconta a te, senza pudore e senza giri di parole. “Mio padre era il mio idolo, ma anche il mio peggior nemico”, e tu ripensi subito al tuo di padre, a tutti gli scontri che hai avuto con lui, a quell’infinita stima che aveva per te ma che non ti ha mai dimostrato,  ma soprattutto ripensi a quanto fossi innamorata di quell’uomo bello ed elegante senza nemmeno saperlo allora. E pensi di essere stata davvero fortunata ad avere un padre che non era affetto da schizofrenia paranoide, tra le forme di schizofrenia la peggiore, perché ti convince del fatto che ci sia sempre qualcuno da qualche parte che ti voglia ammazzare. Magari proprio tuo figlio. “E’ tutta questione di DNA”, continua a dirti Bruce, eh si, ha proprio ragione. Ancora una volta. Bruce parla, ti racconta della sua infanzia e della sua adolescenza nel Jerseystan (lo chiama proprio così), un posto di merda dove fino a che non arrivato lui, non c’era nulla. New York, l’America, il mondo, la vita, stavano dall’altra parte del fiume Hudson. Lì, nel Jerseystan non c’era nulla. E tu pensi che sei stata proprio fortunata, sono nata e cresciuta a Roma, una delle città più belle del mondo (almeno un tempo), che tutti conoscono e dove c’è sempre stato tutto. Le chiacchiere vanno avanti per due ore, ogni tanto Bruce prende la chitarra e ti fa sentire quel pezzo che avresti sempre voluto sentire da così vicino, sembra quasi che ti chieda “Senti un po’ se ti piace fatta così?”. Si bella, davvero, molto intensa cosi. E vai avanti, col groppo in gola e le lacrime agli occhi perché il tuo terribile presentimento potrebbe non essere così campato in aria, ma non c’è tempo per pensarci adesso, adesso devi solo concentrarti sulla musica e su quello che ti sta dicendo. Ti racconta della sua mamma cosi diversa da suo padre, e poi di Patti la donna che “con la sua intelligenza e con il suo amore, sera dopo sera, gli salva la vita”. Quella donna che porta il tuo stesso nome (ma non sei tu), che ha una delle voci più belle che lui abbia mai sentito, che è “tosta, ma fragile”, quella donna a cui tu senti di dover essere grata, non fosse altro che per aver salvato il tuo eroe, il tuo idolo, il tuo grande Amico. Ti pare poco?

Il tempo scorre e va velocissimo e tu vorresti cristallizzarlo quel momento che dura poco più di due ore e ti sembra un’eternità e un istante impercettibile al tempo stesso. E’ l’altra dimensione, o la magia, di cui parlavamo prima. Non c’è altra spiegazione. Ti rimane il tempo di alzarti in piedi e di tributare il giusto e meritatissimo onore a quest’uomo straordinario. Una lunga interminabile ovazione che commuove anche lui, che stringe mani, manda baci e saluta la folla, tenendosi stretta per mano Patti, la sua salvatrice. Così come tu vorresti tenere stretto per mano lui, Bruce, il tuo salvatore. Adesso le lacrime non sono più solo negli occhi, scendono per le guance, sempre più copiose perché adesso sì che puoi ripensare al tuo presentimento. Cos’altro può fare di più un artista per il suo pubblico? Cos’altro può dare ancora alla sua gente? In fondo l’anno prossimo compirà 70 anni. Però è pur vero che  Bruce Springsteen – come tutti i grandissimi artisti – è imprevedibile, e poi dai, deve uscire il suo nuovo album nel 2019  e si sa che ad ogni uscita fa seguito un tour. E poi deve vincere il Nobel, l’unico grande riconoscimento che gli manca. E poi… di mezzo c’è sempre la magia. Ha avuto ancora ragione lui… è tutto un trucco!

Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

1 COMMENTO

  1. Che dire Patrizia ,mi hai catapultato a teatro e mi hai fatto drizzare i peli . Ma mi hai confermato piu che mai che non posso perdermi questo spettacolo . Brava

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome