Nantas Salvalaggio contro Vasco Rossi: il famoso articolo del 1980

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Nantas Salvalaggio

Oggi è una ricorrenza molto particolare, di quelle che hanno segnato una svolta nella carriera artistica di Vasco Rossi.
Questi i fatti storici: è il 14 dicembre 1980, il Blasco è in collegamento con Domenica In dal Motor Show di Bologna ed esegue Sensazioni forti, tratta dall’album Colpa d’Alfredo. Qualche giorno dopo sul settimanale Oggi arriva l’articolo di Nantas Salvalaggio, una firma molto prestigiosa, dal titolo pesantissimo e inequivocabile: Anche alla TV c’è l'”ero” libera (trovate il testo integrale in fondo a questo post).
Il resto è storia, e Vasco risponde a modo suo a Salvalaggio presentando al Festival di Sanremo del 1982 Vado al massimo, brano in cui fa riferimento a “quel tale che scrive sul giornale”.
È curioso notare che quasi in concomitanza con questo anniversario si sia tornati a parlare di censura, riguardo i testi di Sfera Ebbasta e altri trapper. Ovviamente non ci pensiamo nemmeno a paragonare la qualità e il livello artistico di Sfera e del Blasco, saremmo dei folli solo a pensarlo, ma il parallelo e le molte similitudini riguardo il trattamento che in questi giorni sta ricevendo il trapper e quello che 38 anni fa ha ricevuto il rocker di Zocca sono quantomeno singolari per la durezza con cui entrambi sono stati trattati circa il contenuto delle loro canzoni. Diciamo che non c’è molta differenza tra i nuovi censori e il Nantas di allora. È cambiata la società in cui viviamo, è cambiata la musica (in peggio, a nostro avviso) ma, come dicevamo qualche giorno fa in questo articolo, ogni generazione pensa che la musica con cui è cresciuta sia la migliore, che quella che ascoltano i loro genitori faccia schifo.
E anche Vasco, quando era ancora praticamente agli esordi, mentre si affacciava nel panorama musicale nazionale, fu letteralmente fatto a pezzi dalla critica e da gran parte della società di allora… “Vendicandosi” alla grande col passare degli anni!

Ma ecco il “famigerato” articolo di Salvalaggio:
“Ma poi, come una manciata di guano in faccia, è apparso un “complessino” che io destinerei volentieri a tournèe permanenti in Siberia, Alaska e Terra del Fuoco.
Il divo di questo “complesso”, che più complessato di così si muore, è un certo Vasco. Vasco de Gama? Ma no, Vasco Rossi… per descriverlo mi ci vorrebbe la penna di un Grosz, di un Maccari: un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”. Unico dubbio, e se fingeva? E se alcolizzato o drogato non era per niente?
Eh no: un vero artista, anche quando interpreta uno “zombie”, un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell’ orrido che contiene il personaggio.
Invece, quello sciagurato di Vasco era “orrido-nature”, orrido-allo-stato-brado. E non è tutto: era anche banalmente, esplicitamente allusivo. Diceva in parole povere: emozioni forti, sensazioni violente, questo voglio, violente sensazioni, sempre più forti, anche se il prezzo da pagare è la vita… era una visione così sgradevole, un messaggio talmente abbietto, che lo stesso Baudo, quando il guittone stracotto è riapparso per ricevere gli applausi di rito, ha tagliato corto con un saluto gelidino (mi è parso): un arrivederci freddo…
Ma quell’uomo barcollante, sullo sfondo della periferia bolognese, non lasciò presto la mia mente. Continuò a turbarmi in quanto immaginavo le centinaia di migliaia di ragazzini imberbi, succubi, che dalla tivù bevono tutto quello che viene, come fosse rosolio o elisir di vita eterna. Quell’ebete che esalta le emozioni forti, pensavo, in un crescendo da allucinogeno, è il “profeta audace”, il “filosofo del nuovo verbo”. E intanto mi chiedevo: gente della Tv, della stampa, del governo, ma quando faremo un’indagine seria, un calcolo approssimativo, di tutti i giovani che si sono “fatti”, che si sono procurati un passaporto per l’altro mondo, sulle orme dei cantori dell’eroina, come quel tale Lou Reed, che a Milano si pronuncia giustamente Lùrid?
Dicevo, all’inizio, che ci sono mattine in cui provi un bisogno fisico, impellente, di “andare giù piatto”. E allora, molto piattamente, io chiedo al programmatore di “Domenica In”, al mio collega Egidio Sterpa che è nella commissione parlamentare di vigilanza della tivù: “Chi ha chiamato quel povero guitto da suburra? Non esiste un dizionario alla RAI? Oppure: quale partito politico, quale vescovo o notabile o senatore, ha raccomandato il Vasco suonato?”. A questo punto, temo, “alti lai” si alzeranno da ben noti ambienti industriali: da quelle case discografiche, voglio dire, che si sono da tempo ritagliato questo losco praticello che esalta con psichedeliche suggestioni, il “messaggio”, la “ribellione” della droga. “Ecco”, inveiranno, “ecco l’inquisitore, il cieco reazionario: spara sulla cultura!”. Cultura? Eh, già, lettore: è di moda, oggi, chiamare cultura tutto, anche il pernacchio da stadio, anche le scritte nei cessi pubblici. Esiste un sociologo che difende “la cultura della droga”.
Così va la cultura: mi piacerebbe tanto ascoltare ciò che ne pensano gli illuminati ometti del passato: ma sì, alludo a un Platone, a un Socrate, un Seneca: cosa direbbero del Vasco cotto da periferia?…”

Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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