Finalmente i Creedence, colmato un vuoto sugli scaffali italiani

Aldo Pedron, autore e giornalista varesino, questa volta ben affiancato da Maurizio Galli, archivia i convincenti e preziosi saggi dedicati a Beach Boys e Ry Cooder, dedicando quasi 500 pagine alla brevissima ma seminale epopea della band di John Fogerty. Born on the Bayou – La storia dei CCR costituisce l’ennesimo viaggio targato Arcana per un’analisi certosina ma gustosa, adatta a curiosi neofiti ma anche a smaliziati cultori

0
Creedence

Probabilmente, è stata la band statunitense più influente e incisiva di sempre. Pochi fronzoli, tanta creatività, nessuna concessione allo scandalismo per anime candide a caccia di finte ribellioni oppure a invenzioni collaterali per attirare le allodole tra post esistenzialismo ruffiano e nullafacente ozio bohemienne a suon di trip lisergici. Per contro, r’n’r personalizzato in maniera rocciosa e atipica, una voce ruvida e polverosa, una chitarra tagliente e ispirata, una sezione ritmica poderosa e impegno socio-politico quanto basta per mescolare in maniera inconfondibile influenze paludose e strazi da juke joint con ballate autostradali, tormentoni da call & response con torride aggressioni da antesignani degli eroi blue collar. E aggiungiamoci anche le camicione a scacchi, in anticipo persino su Neil Young e, ovviamente, anche sugli sbandati del grunge, nonché strambe zazzere post beat che neppure i Byrds.
Eppure, all’epoca, parliamo del periodo tra il 1967-1972, questo combo dei miracoli tutto spontaneità e nessuna artificiosità da management trafficone venne persino messo sotto accusa per ‘eccesso di hit’ e per una (solo presunta) faciloneria creativa, nonché per un’intollerabile leggerezza nella composizione di dirompenti e accattivanti ‘three minutes songs’ da primo posto in classifica.
Troppo perfetti per essere  veri, troppo vincenti per suscitare le simpatie in certa critica che pretendeva un impegno militante superiore e noiose deviazioni sperimentali. Quasi fosse una colpa!

La copertina di Born on the bayou (Arcana)

Altri tempi, ovviamente. Tempi che il solito Aldo Pedron, questa volta ben amalgamato con Maurizio Galli, si preoccupa di analizzare con certosina precisione sia sotto il profilo artistico, che su quello ambientale. Senza tuttavia mai cadere nel tranello del polveroso saggio universitario contro l’insonnia, né ovviamente sotto quello degli scadenti ‘instant book’ da piccoli fan allo sbaraglio che vanno tanto di moda oggidì tra superficiali ricerche Wikipedia style, scatti da rivista da parrucchiera e testi da blog influencer con i like generosamente ‘sponsorizzati’ dallo zio facoltoso.
Scorrevole, facile ed esauriente, Born on the Bayou – La storia dei Creedence Clearwater Revival colma un vuoto quasi intollerabile sugli scaffali italiani (491 pagine, Arcana, 25€ ottimamente spesi), benché vada dato merito al milanese Antonio Lodetti di essersi rivelato già trent’anni or sono precursore assoluto con una pionieristica e meritevole pubblicazione. Tuttavia, in questo caso, il tomone ritrova in plancia di comando l’inesauribile Pedron da Cassano Magnago che, dopo le recenti monografie dedicate a Beach Boys e Ry Cooder (altri volumi fuori dagli schemi e dalle logiche della ripetitività, anche questi sempre disponibili nel catalogo Arcana), rimane dalle parti della California e, insieme al meneghino Galli, si perizia di narrare le avventure targate CCR fin dai tempi degli esordi nella piccola e ben poco ridente El Cerrito. Grafica semplice ma curata, testo e contenuti nettamente privilegiati rispetto il pur gradevole e mai pomposo colpo d’occhio grafico (gli scatti in b/n, in tal senso, servono anche per spezzettare le sequenze e aiutare la lettura). Un regalo per il cuore e per l’anima, non un arido ma vistoso soprammobile da arredamento per scaffali di libreria casalinghi tristemente semivuoti. Qualcuno può immergersi avidamente tra i suoi capitoli come se si trattasse di un appassionante romanzo (tra esaltazioni e drammi, fratture e cause legali, incredibili oblii e morti precoci), assai consigliato a neofiti e/o distratti; altri, per quanto preparati in materia, possono invece approcciarlo come un ottimale manuale di consultazione didascalica per smaliziati cultori e topi d’archivio mai sazi. Tra saggio e biografia, è di certo il volume più fruibile della trilogia del Pedron che, in questo caso specifico, sembra fondere bene il suo stile con quello del compagno di avventure Galli. Al punto che non è mai troppo evidente chi abbia scritto cosa. E, per il lettore, è cosa buona.

Aldo Pedron espone le copie del volume sopra il suo juke-box (foto di Grazia Boscaro)

La sincera prefazione di Steve Wynn (il babbo del Paisley Underground, eroe losangeliano e mente dei Dream Syndacate, metà di Danny & Dusty al fianco del meno equilibrato Dan Stuart dei Green on Red: dice niente?) è un valore aggiunto, mentre le interviste a Stu Cook e Doug Clifford costituiscono ulteriori esclusive, ‘conquistate’ solo grazie a folle ostinazione e rara pervicacia. Approfondita biografia e dettagliata discografia, album ufficiali, collaborazioni, cover, alberi genealogici, piantine, elenchi completi dei live show, classifiche, brani concessi alla celluloide e alla pubblicità, scambi epistolari inediti, curiosità, varie ed eventuali.
Paladini di una ruvida e personale swamp music meno radicata al territorio iconografico e alla tradizione cajun (per quello bisogna rivolgersi al recentemente scomparso Tony Joe White che faceva uscire Louisiana e Mississippi da ogni solco), i CCR non erano di certo belli e dannati come il re Lucertola, né scatenati come John Cipollina e soci, perennemente strafatti come Captain Trip e compagni oppure rozzi come i Blue Cheer. Anime black sotto la pelle candida di seconda generazione, senza di loro (o, in particolare, di Lui, John Fogerty) chissà che fine avrebbero fatto Bob Seger, Bruce, Tom Petty o il John Mellencamp dei tempi in cui era ancora Little Bastard? E, chissà, magari, persino i seminali Lynyrd Skynyrd sarebbero stati solo una timida via di mezzo tra Allman Bros. e Marshall Tucker Band.
Andando per ordine, la storia di questi quattro ragazzi della Easy Bay di San Francisco viene subito adeguatamente contestualizzata, sia sotto il profilo geografico che sotto quello culturale, artistico e sociale. Dalla piccola casa rosa adibita a sala prove (detta The shine, riporta in mente la Big pink che diventò il Paradiso creativo di The Band in quel di Woodstock) fino ai giorni dei trionfi. Il leader indiscusso John Fogerty (oggi più che mai impegnato in tour mondiali e in attesa di una lunga ‘residenza’ a Las Vegas), il fratellino complicato e buonanima Tom e i preziosi ma spesso in secondo piano Stu Cook e Doug ‘Cosmo’ Clifford affinano progressivamente armi ed estro sviluppando i Blue Velvets del 1959, fino ai definitivi Creedence Clearwater Revival del 1968, passando attraverso i Golliwogs. L’esplosione, però, inizia solo quando Fogerty Sr. assume l’indiscusso comando creativo della baraccca e l’escalation pare non arrestarsi più. Già, pare….

Il musicista Chris Airoldi, Aldo Pedron e Maurizio Galli durante una presentazione all’Old Jesse di Saronno (foto di Andrea Furlan)

Il resto della storia, se non lo conoscete, lo trovate sul libro di Pedron e Galli.
Rimane tuttavia spazio per un’ultima disquisizione che, soprattutto negli ultimi anni, sta raggiungendo il paradosso. Qualcuno, spesso in buona fede, ‘crede’ addirittura di aver visto all’opera i CCR in Italia. Complici organizzatori furbastri e una stampa impreparata che si limita a ‘girare’ comunicati falsanti e autocelebrativi, invece, non solo non hanno ‘mai’ suonato qui ma, basterebbe un nozionismo di base che chiunque si occupi di musica ‘non può non avere’, per sapere che i CCR non esistono più dal lontano 1972. Punto e basta! Senza se e senza ma! Quei C.C. Revisited (loro, almeno, fondati solo ‘originariamente’ dalla coppia Clifford-Cook, impegnata a raschiare il fondo del barile e, in seguito, portati in tribunale da John) o, ancor peggio, quei C.C. Revived (sigh!) visti frequentemente e con eccessivo risalto mediatico nelle sagre paesane, sono solo astuti maneggioni che portano in giro un arido tributo da mestieranti (e non certo ‘moralmente’ superiore a quello di qualsiasi tribute band nostrana, magari armata da impeto giovanile o sincera passione dopolavoristica, da Pomigliano d’Arco fino a Rovereto), giocando ovviamente sull’equivoco. E, magari, prendendosi immeritati cachet e gli applausi di un pubblico che, al tempo stesso, ha invece snobbato le torride puntate italiane di John Fogerty. Lui sì, originale e inconfondibile, passato davvero da queste parti e con tanto di super band dietro alle spalle: da Kenny Aronoff a Billy Burnette.

Maurizio Galli e Aldo Pedron con il libro (foto di Andrea Furlan)

Natale è passato, ma Born on the bayou va bene per tutto il resto del 2019.
Vogliate gradire!

Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome