Intervista a Max Dedo, che ci racconta il suo nuovo album “Un Posto Vero”

0

Max Dedo nasce come trombonista con alle spalle una solida esperienza in orchestra. Proviene da una formazione classica, ma limitarlo ai soli strumenti a fiato non gli rende affatto giustizia. Max, al secolo Massimo De Domenico, non è mero esecutore ma un creatore polistrumentista, musicista e cantautore a tutto tondo. I suoi brani rispecchiano la sua sicilianità e incalzano con armonie ricercate. Il suo terzo album da solista Un Posto Vero è appena uscito e vanta importanti featuring con Carmen Consoli, Erriquez della Bandabardò, Ramon Caraballo e Max Gazzè.

Max presenterà il disco al pubblico il 5 gennaio 2019 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Nella nostra intervista gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa c’è dietro al suo nuovo album.

Parliamo del tuo nuovo album Un Posto Vero. Qual è il denominatore comune che lega la varietà dei brani contenuti nel disco?

Un Posto Vero è una storia unica. Parte con Ipocondria Sintomatica incentrato sui malati immaginari trattati con dei placebo che in realtà servono a ben poco. Il discorso è leggermente più profondo e riguarda il fatto che pur essendo diversi uno dall’altro, veniamo curati allopaticamente con gli stessi medicinali.

Anche gli altri brani fanno parte di una storia univoca dove si parla di umanità. Si parla di disagi, di migranti, d’amore, di sogno, di bellezza, come ad esempio né I Papaveri di Monet, dove faccio un tentativo di descrizione della bellezza che provo guardando questo quadro.

Parlo di migrazione, come nel brano U Piscaturi, unico brano in dialetto siciliano. Mi sono sentito in dovere di parlare della tragedia dei morti nel Mediterraneo. Per l’occasione ho duettato con Carmen Consoli che oltre a avere una voce strepitosa, sente anche lei questo problema.

Questo impegno a raccontare un tema così delicato mi porta alla prossima domanda; un interrogativo che si pone oggi al cantautorato contemporaneo. Cosa pensi dell’assunto ormai sempre più spesso rivolto ai cantautori, ovvero che non debbano “immischiarsi” nella politica o nel sociale, ma “limitarsi” a fare i cantanti?

Mi trova in disaccordo, perché prima di essere cantautori e musicisti, siamo persone come tutte le altre. A me interessa sapere chi ci governa, mi va di criticare se una cosa è fatta male, se al governo c’è qualcuno che non sta facendo gli interessi comuni. Per me è importante. Soprattutto chi ha la possibilità di salire su un palco e di essere ascoltato da più persone ha il dovere di dire qualcosa.

Percepisci quindi una sorta di limitazione che impedisce di assolvere a questo compito?

Assolutamente sì. Parlarne è anche complicato perché vieni accusato di vedere solo il negativo. Bisogna vedere positivo, certo.  Ma di fronte a circostanze del genere bisogna dire quello che si pensa e manifestare in qualche modo. Ognuno deve ottimizzare il pensiero e cercare di parlarne.

Per quanto riguarda il processo di scrittura dell’album, come si è sviluppato il lavoro?

Il brano con cui ho iniziato è U Piscaturi, un brano che insieme a Terra Non Temere, altro brano che parla di sociale, è stato scritto durante il tour in Spagna un anno e mezzo fa. Questi brani vivono di un andamento sia ritmico che armonico proprio della musica andalusa e hanno il sapore della Spagna, quella più vera.

Così hanno preso forma tutti gli altri brani; il lavoro di pre-produzione è durato circa un anno, altri sei mesi invece il lavoro di registrazione, per poi concludere tutto l’album con un brano strumentale, come sono solito fare nei miei album. In questo caso ho inserito come undicesima traccia Otto Di Catania, dove mi sfogo con gli strumenti a fiato, i miei strumenti principali. Io nasco come trombonista e nella maggior parte del disco il trombone si sente molto poco. Con questo brano chiudo il cerchio.

All’interno del tuo album hai collaborato con dei grandissimi: da Carmen Consoli a Max Gazzé, da Erriquez dei Bandabardò al musicista Ramon Caraballo. Hai scritto dei brani che si incastrano perfettamente con lo stile dei singoli artisti.

Sembrano quasi pensati ad hoc, nel senso che il brano una volta scritto assonava, come nel caso di Non Ne Posso Più, perfettamente con la voce di Max, rispecchiandolo nell’elettronica e nell’ossessività del ritmo incalzante. Sentivo quindi molto la sua voce all’interno di questo brano e visto che collaboro con lui da molto anni, ho chiesto una collaborazione che lui ha sposato immediatamente. Lo stesso vale per Carmen, Enriquez della Bandabardò e Ramon Caraballo, musicista polistrumentista strepitoso de L’Avana con cui lavoro spesso.

Tornando al titolo che hai dato a questo album Un Posto Vero: Qual è il tuo “posto vero”?

Tanti. Un posto vero non è un posto solo, fisso, un luogo, ma è un qualcuno che incontri, una nuova amicizia, una nuova canzone, una nuova dimensione. Raggruppa un po’ tutto quanto. Dalla parte fisica a quella più spirituale. La ricerca di un momento in cui stai bene, anche in un posto che può non piacerti, dove però le persone lo fanno diventare bello in qualche modo.

Andando a scandagliare i testi dei tuoi brani, da Ipocondria Sintomatica, linguisticamente molto interessante e denso di figure retoriche che ne esaltano il ritmo, a U Piscaturi scritto in siciliano, a Dear Mama, brano scritto in inglese… hai incluso una varietà di mondi linguistici in questo tuo album.

Sì non so spiegare come mai a un certo punto mi è venuta l’ispirazione in inglese per il brano Dear Mama. Già ho una pronuncia pessima in italiano (ride, ndr). Però ho scritto questa canzone per mia madre ed è nata in inglese, scimmiottando la lingua mentre la cantavo. A un certo punto non sono riuscito a liberarmi del testo in inglese che suonava benissimo con la musica. Mi sono quindi messo di buona lena e ho trovato una persona di madrelingua che mi ha seguito durante la registrazione. Si percepisce che sono un “meridionalaccio” che canta in inglese (ride, ndr), anche se alcuni amici di Londra mi hanno detto che non è poi così malaccio.

Qual è la lingua che senti più tua, il tuo posto vero linguistico?

Il dialetto siciliano. Inizialmente facevo solo brani in dialetto e quando posso lo uso. È importante non dimenticarsene e purtroppo i ragazzi in Italia ad oggi non lo conoscono, anche se al Sud c’è ancora un forte legame e i giovani lo parlano.

Ho notato una cosa particolare facendo de concerti all’estero, in particolare in Germania, dove canto in dialetto siciliano e lì ne vanno matti. Otto anni fa avevo tre pezzi in classifica in Germania, tutti in dialetto siciliano (Masculu Latinu, Miscia Lay, Ventu Sicilianu, ndr). Quando mi chiamò la TV tedesca per intervistarmi, pensavo fosse uno scherzo. Ma l’intervistatrice mi confermò che i tre pezzi più apprezzati del mio album erano quelli in dialetto. L’ho verificato suonando a Berlino. Non so spiegarti cosa sentono, forse un qualcosa di esotico che li entusiasma in modo particolare.

Includendo ben tre pilastri linguistici all’interno di un solo disco, questo tuo album sembra suggerire in un certo senso il multiculturalismo, la voglia di viaggio.

Sì, il disco è proprio intriso dal desiderio di viaggio; amo viaggiare. Stare in un posto fisso mi stufa e mi opprime. Qualche chilometro devo sempre farlo e grazie a questo lavoro ho la fortuna di vedere dei posti pazzeschi. Durante il tour mondiale con Gazzè due anni fa, finalmente sono riuscito a vedere una parte del Canada che non avevo mai visto. Negli anni ho visto anche il Giappone e la Cina. Diciamo che suonando sono riuscito a girare un po’.

 

L’album è disponibile nei negozi e sulle piattaforme digitali. Qui di seguito il video del primo singolo estratto, Inverno Maledetto, dove possiamo apprezzare Max Gazzè e Asia Argento in veste di attori.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Google Youtube abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome