Faber, Nanda, e la Bocca di rosa

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Bocca di rosa
Fabrizio De André nel poster realizzato da Rolando Giambelli e autografato con dedica a Giò Alajmo (c)

Lo chiamai a Natale, dopo che tante voci sulla sua salute giravano sempre più insistenti da quando aveva interrotto il tour “per un forte mal di schiena”. Mi rispose Dori, gentile come sempre. Mi disse che Fabrizio stava riposando ma che stava meglio, che non dovevo preoccuparmi, e mi ringraziò degli auguri. De André se ne andò pochi giorni dopo, quando il tumore gli staccò la spina. Dori lo aveva difeso da tutto fino all’ultimo.
Avevo ascoltato le sue canzoni per tutta la vita. I miei genitori avevano comprato un suo album a metà degli anni Sessanta, quello con la sua faccia in mezzo a una copertina di fiori: Tutto De André. Era uno dei primi album entrati in casa mia, tra Carosone e Peppino di Capri che suonavano il twist e il rock’n’roll alla napoletana, un po’ di jazz e di classica. Era anche il suo primo disco a raccogliere canzoni che già un po’ giravano da sole, le storie di Marinella, di Piero in guerra, dei Papaveri rossi e di Geordie impiccato con una corda d’oro.
Erano canzoni, strane, diverse, piccole storie di piccola gente e quella buffa avventura di Carlo Martello che finiva con “grandi puttane”. Puttane! Ha detto puttane? Neanche sapevo che l’avesse scritta con Paolo Villaggio. Neanche sapevo chi fosse Paolo Villaggio. Ben prima che in cilindro e marsina lo trovassi in tv a insultare e maltrattare il pubblico nei panni del prof. Kranz, l’antipresentatore scorretto.
Fabrizio aveva questo sguardo strano, un occhio con la palpebra un po’ cadente. Bello non era. Nulla sapevo della sua polio da piccolo quando i vaccini ancora non si usavano. Però aveva una voce che ti penetrava addosso, trascinandoti con le parole.
Pochi anni dopo un amico mi disse che De André era stato invitato alla festa di fine corso dei cadetti del Collegio Navale di Venezia, il Mac Pi. Cercammo inutilmente di imbucarci con mille scuse. Niente da fare. Lui arrivò – ci raccontarono – e mostrò subito di essere piuttosto a disagio: “Per un genovese avvicinarsi a Venezia dà sempre una certa inquietudine”, mi spiegò un giorno memore delle storiche battaglie e rivalità ai tempi della Serenissima. “Non ti preoccupare. La laguna è piena di navi genovesi affondate”, gli avevo rincarato la dose ridendo.
Gli chiesero naturalmente di suonare qualcosa ma non ci fu verso. Per lui suonare in pubblico era sempre un problema. In tour con la Pfm la sua bottiglia di Johnny Walker prima e dopo lo spettacolo era ciò che lo aiutava ad affrontare la folla. Gli offrirono anche di cantare a Milano prima di Bob Dylan, allo Stadio. Rifiutò. “Me la sarei fatta sotto”, confessò una sera in osteria a Bologna, prima di sparire con Guccini per una memorabile partita a carte in cui nessuno dei due voleva perdere.
Faber era timido e rispettoso. Fernanda Pivano (ad agosto saranno dieci anni dalla sua scomparsa) ricordava di quando andò a trovarla nella sua casa-studio a Milano per chiederle il permesso di tradurre in canzoni l’Antologia di Spoon River. Lei, che per prima aveva tradotto l’Antologia di Masters, si disse entusiasta e gli scrisse le note di copertina dell’album poi si salutarono: “Gli aprii la porta e vidi appoggiata sul pianerottolo una chitarra. Mi disse che l’aveva lasciata lì perché non voleva disturbare…” Nanda adorava De André che considerava “il più grande poeta italiano del Novecento”, alla faccia delle istituzioni accademiche che disdegnavano il valore della canzone. “Canzonetta”, la chiamavano. Prima che Bob Dylan vincesse il Nobel. “Chiamano De André il Bob Dylan italiano – diceva spesso Nanda – ma secondo me si dovrebbe dire che Dylan è il De André americano!”.
Un giorno lo chiamai per un commento a una notizia di una rivolta di comari contro la prostituta che aveva successo presso i mariti di queste. Una Bocca di rosa, l’avevano subito chiamata in redazione. Lui si inalberò: “Dì al tuo direttore che non ha capito proprio niente! Bocca di Rosa non era affatto una puttana!”, cancellando così ogni ipotesi interpretativa ancora oggi in voga. Quanto alle “cagnette a cui aveva sottratto l’osso”, questo sì, aveva delle analogie.
Il tour con la Pfm fu una invenzione della band. Si fece convincere a malincuore: “Mi serve una stalla nuova per la mia tenuta in Sardegna”, mi spiegò. Alle prime date pretese di non avere in spia altro che la sua voce e la sua chitarra per non essere distratto dal gruppo “e che gli altri si arrangiassero a seguirlo”. Fu solo poi, riascoltando le registrazioni, che capì davvero che razza di lavoro avessero fatto alle… sue spalle Di Cioccio e soci. E apprezzò. Poi fu rapito.
Un giornale scriteriato, La Notte, parlò di un “rapimento miliardario” mettendogli in tasca non solo il cachet personale ma tutto il costo del tour come se tasse, costi, spese e stipendi non esistessero. “Tanto in Sardegna la Notte non la leggono”, si giustificò il direttore alle tante rimostranze di amici, familiari e collaboratori.
Lui che aveva scelto la Sardegna per fare il contadino, fu aggredito perché così si faceva “ai cantanti, ai famosi”. Ne uscì vivo con Dori dopo giorni passati in un buco a pensare che in fondo anche i rapitori erano vittime della stessa società di ineguali. Anni dopo Dori mi raccontò che “ogni tanto, scontata la loro pena, li incontriamo per strada, i nostri rapitori, e chinano la testa e passano oltre senza guardare”.
L’esperienza rese Fabrizio in qualche modo più aperto e meno diffidente. Aveva passato il peggio. Nulla poteva essere poi così male.
Massimo Bubola gli fornì molto materiale su cui lavorare, anche intere canzoni che Faber faceva sue cambiando quel che trovava necessario, titolo, ambientazione. Aveva sempre maggiore attenzione per i linguaggi popolari, il napoletano, il lunfardo argentino, il genovese, parole di lingue vive di proprietà della gente.
Dopo essersi scagliato contro il craxismo e la casta al potere nella Domenica delle salme provò a raccontare le sue storie con protagonisti gli ultimi in un disco tutto in genovese, Creuza de ma, realizzato con Mauro Pagani. David Byrne, dei Talking Heads, se ne innamorò. Una copia la regalai io a Roger Glover dei Deep Purple.
Mauro col suo bouzouki divenne il direttore musicale e il coordinatore dei suoi concerti, poi Fabrizio gli preferì il figlio Cristiano “che mi sembra sia musicalmente più preciso” e portò in tour tutta la famiglia, con Dori e Luvi ai cori. Fu l’ultima avventura di una lunghissima storia che l’amico giornalista Cesare Romana cercò di raccontare fin dove possibile nel suo libro Amico Fragile.
C’è un piccolo paese dell’entroterra veneziano, Marcon, in cui tanti anni fa hanno creato una biblioteca e un piccolo centro culturale. Al momento di scegliere un nome, hanno voluto chiamarlo Fabrizio De André. A Firenze è successo lo stesso per un pezzo del lungarno dove hanno luogo eventi di richiamo. “Né io né Shakespeare ci siamo mai chiesti se tutto questo è letteratura”, scrisse Bob Dylan rispondendo alla chiamata del Nobel.
Fabrizio e io avevamo parlato di questo possibile Nobel a Dylan quando vi fu la prima candidatura, nel 1996.
“Che bello! – commentò – È una cosa importantissima… e sarebbe anche ora che la canzone venisse considerata fonte di letteratura, mezzo per esprimersi anche letterario, e d’altronde la poesia nasce cantata. Bob Dylan merita il Nobel più di tanti altri poeti che già sono stati premiati. E’ tra i pochi autori di canzoni la cui parte letteraria sia valida indipendentemente dalla musica. Il suo modo di scrivere ha cambiato il linguaggio, è diventato un punto di riferimento dal punto di vista letterario come da quello musicale. La sua maniera di scrivere abbastanza rotta e surrealistica che prende spunto da esempi letterari come Dylan Thomas – lui dice di no ma basta leggerlo – ha interrotto il modo piano di scrivere versi per canzone. Anche in Italia abbiamo avuto degli epigoni di Dylan, e De Gregori è quello che è riuscito meglio a seguirne le tracce. Più lui di Guccini, che in realtà è un gozzaniano. I miei punti di riferimento sono diversi, gli stessi di Brassens: Rutebeuf, Charles d’Orleans, Eustache Deschamps e François Villon (poeti francesi vissuti tra il XII e il XV secolo – ndR.). Ma oggi siamo in un periodo di sincretismo, di contaminazioni. Il testo di una canzone è diverso da una poesia che deve assumere in sè anche la musica, ma in un momento sincretico è giusto che si premi un poeta della canzone come Dylan”.

Ai funerali di Faber a Genova c’era una folla immensa, in chiesa e tutt’attorno. Non ricordo più chi ci fosse e chi no, a parte Kay Rush che ero passato a prendere a Milano e Francesco Baccini che stava registrando un disco a Treviso e si fece la notte in autostrada di corsa. Ma l’unico ricordo lucido e sempre vivo che ho negli occhi è il ragazzo che, in piedi tra la folla sul sagrato,  in silenzio, rimase fermo per tutto il tempo, sostenendo l’asta su cui sventolava una bandiera nera con la A dell’Anarchia.

Dylan il Nobel l’ha vinto poi, ma le tante piccole e grandi cose sparse per l’Italia intitolate a De André sono il Nobel della gente, che Fabrizio si è guadagnato con il suo saper tradurre in canzoni quello che sapeva guardare con occhi diversi.

Giò Alajmo
(c) 3 gennaio 2019

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

2 COMMENTI

  1. Più che un articolo, una splendida testimonianza per una persona ( poeta, musicista ) che ho sempre amato e considerato un maestro di vita : quante cose ho capito ed imparato ascoltando le sue canzoni ! Grazie Giò Alajmo.

  2. Sintetica e precisa descrizione di un’importante figura della musica e poesia italiana. Un uomo che ha cantato la vita e i suoi protagonisti, vittime di svariate sfaccettature che inesorabilmente segnano i destini di ognuno di noi. Un maestro che con la sua personale descrizione dell’essere umano e dei suoi sentimenti ha insegnato molte cose a me e a tutti quei scolari che hanno imparato cos’è la vita, cos’è l’uomo e cos’è la sua libertà. Raffinato cantore degli umani sentimenti e meticoloso censore di una società che i suoi occhi hanno sempre analizzato con prospettive di smisurata umanità. Sono trascorsi vent’anni e se da una parte manca il suo attuale pensiero e la sua analisi sociale fonte di storiche canzoni, dall’altra mi consola il testamento spirituale che posso riscontrare in ogni sua opera.

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