Oggi dove sono quelli con la coscienza politica e civile di un De André?

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De André
Roberto Manfredi (col cappello e i capelli lunghi) mentre suona la chitarra con De André (foto di Guido Harari)

Fabrizio De André lo conobbi nel 1976, negli uffici della sua etichetta discografica, la Produttori Associati, il cui proprietario era Tony Casetta, forse il personaggio più particolare con cui ebbi occasione di lavorare durante la mia attività discografica. Casetta adorava la musica, in particolare il jazz, ma aveva fatto una fortuna vendendo la musica più commerciale possibile. Nel suo cast c’era gente come L’Orchestra Spettacolo Casadei, il duo Santo & Johnny, specializzati in versioni hawaiane di grandi classici, il violinista Piergiorgio Farina, Johnny Sax che era l’alter ego di Fausto Papetti, gli Alunni del Sole, forse l’unico gruppo di capelloni “antibeat” che in quegli anni cantava classicissime canzoni d’amore. Insomma, roba simile.
Gli unici a distinguersi erano Pino Donaggio, il gruppo progr Maxophone, un giovanissimo Massimo Bubola, una giovanissima Donatella Rettore, che allora era una cantautrice femminista, e naturalmente Fabrizio De André, che in quel catalogo c’entrava come un musulmano alla Sagra del Lardo di Colonnata.
Sicuramente io non ero da meno, dato che portavo barba e capelli lunghi, baschetto alla Che Guevara e ascoltavo rock psichedelico e cantautori americani. Quello era il mio primo impiego e per un amante della musica come me la Produttori Associati appariva come un museo del trash. La cosiddetta “musica leggera formato filodiffusione”, le canzuncelle napoletane, il liscio, il valzer e la mazurka producevano su di me un effetto a dir poco disturbante. Il bello è che io ero stato assunto per promuovere quei dischi per la stampa alternativa e le prime radio libere. Apriti cielo…
Così mi buttai a pesce sui dischi di Fabrizio, che oltretutto conoscevo poco, a parte le sue canzoni più note come La canzone di Marinella o La guerra di Piero. Non ero nemmeno amante degli chansonnier francesi, perché il beat anglo-americano mi aveva fulminato sulla Abbey Road e sulla Route 66, ma l’ intensità di Fabrizio mi rapì immediatamente, così in quegli uffici all’ottavo piano dell’unico grattacielo in via General Fara a Milano, aspettai di incontralo per settimane intere.
Poi, una mattina come tante, accadde che Fabrizio entrò in ufficio. Mi prese subito in simpatia come se avesse visto un indiano al circo di Buffalo Bill. Casetta non era ancora arrivato, così mi invitò a bere con lui al bar e se ricordo bene non ordinammo caffè ma qualcosa che normalmente si beve dopo.
Quando mi lasciai scappare che mi ero diplomato al liceo artistico di Carrara, dove c’era la sede della Federazione Anarchica Italiana, che ogni tanto frequentavo perché c’era una ragazza che mi piaceva assai, sorrise per la prima volta. Scoprii così che Fabrizio sosteneva le riviste del movimento anarchico e della sinistra extraparlamentare.
In realtà lo sapevo già perché correva voce che, dopo il suo debutto alla Bussola di Focette, il proprietario e impresario Sergio Bernardini propose un contratto a Fabrizio per un tour teatrale. Come poi risulta nel libro Non ho mai perso la Bussola, scritto dallo stesso Bernardini, pubblicato nel 1987, Fabrizio propose una clausola alquanto particolare. Una percentuale degli incassi doveva essere devoluta a “Potere Operaio” e la cosa doveva avere la massima pubblicità a livello di informazione. Bernardini rifiutò e l’accordo saltò.
Così quando dissi a Fabrizio che ero stato nel primo gruppo dei fondatori della rivista underground Re Nudo il suo viso si illuminò. La stessa cosa capitò quando gli dissi che ero nato a Genova. Fu contento che fossi io a occuparmi della promozione dei suoi album. Pochi minuti al bar ed eravamo già amici, quegli amici che negli anni a venire si frequenteranno poco ma bene, perché le affinità elettive, la stima e la fiducia reciproca li fanno sentire vicini comunque.
Anni dopo mi riconobbi totalmente in una dichiarazione di Fabrizio riguardante il suo concetto di anarchismo, che qui riporto integralmente: «Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo, ma anarchico vuol dire senza governo, con questo vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamento della democrazia».
Nel 2018 sono stati pubblicati decine di libri su Fabrizio. Analisi dei suoi testi (ancora ?), De Andrè visto dai suoi amici (in Amico Faber di Enzo Gentile ci sono anche io), l’ennesima biografia postuma in cui si raccontano cose che tutti gli appassionati di Fabrizio conoscono a memoria.
Peccato che pochissimi lo ricordino per il suo impegno politico e sociale. Oggi trovare un artista che dichiara pubblicamente il suo pensiero politico è come trovare un ago in un pagliaio. Fabrizio ci manca anche per questo, per l’onestà intellettuale perduta, per il coraggio smarrito di essere antagonisti a un sistema marcio, per la forza di sentirsi uomini liberi, non omologati al governo di turno, per quell’anarchismo come perfezionamento della democrazia che nessuno più ricorda.

Roberto Manfredi
Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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