Ma siamo certi che la crisi del disco dipenda (solo) dai talent?

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La maggioranza delle persone, Red Ronnie compreso, crede che i talent show siano nati una decina di anni fa, che siano quindi un fenomeno recente grazie alla televisione.
Niente di più falso. I talent esistono dagli anni cinquanta, almeno in Italia. Il debutto live di Ricky Gianco risale a quel periodo in cui una volta partecipò proprio a Milano a una manifestazione che si chiamava Il cappio d’oro ed era sicuramente più cinica degli odierni talent show. Gli aspiranti cantanti e gli esordienti si presentavano sul palco cantando una canzone, edita o inedita. Se il pubblico fischiava, entrava il presentatore sul palco con un cappio di corda, di quelle spesse che si usano nei film western o sulle navi, e lo metteva attorno al collo del mediocre artista trascinandolo fuori dal palco come un cavallo. Il vincitore invece otteneva un contratto a cachet.
Certo, Il cappio d’oro non andava in tv ma il concetto dell’eliminazione era più o meno identico a quello di oggi. Non vorrei poi fare l’elenco delle infinite gare canore che poi sbarcarono nella Rai in bianco e nero, in format quali Settevoci condotto da Pippo Baudo o nelle piazze di Ariccia o di Castrocaro. Sono davvero troppi.
Ma a testimoniare l’età anziana dei talent show, c’è persino uno stupendo film di Milos Forman datato 1971. Il film è Taking Off, vincitore persino di un Grand Prix Speciale al 24 esimo Festival di Cannes (in apertura, un’immagine tratta dal film). Il film è ambientato per la metà in una location dove si svolge un affollato casting di cantanti femminili. Lo scenario è praticamente uguale alle audizioni di X Factor. Ci sono le giovani che parlottano tra loro condividendo pianti, ansie ed emozioni varie, i giudici dietro il tavolo e le cover da eseguire. Un film fantastico e divertentissimo dove si incrociano vari gap generazionali. I genitori pensano che la figlia sia scappata di casa, invece lei è al casting da ore e ore perché la fila è interminabile. Quando la figlia torna a casa con l’esaminatore-musicista che è un giovane hippy che fa milioni scrivendo canzoni sulla droga, scopre i genitori fatti come biscie che giocano a strip poker praticamente nudi.
Parte di alcune scene di Taking Off le inserii nel book trailer del mio primo libro: Talent Shop (dai talent scout ai talent show) pubblicato da Arcana. Correva l’anno 2010 e proprio allora facevo l’esaminatore nell’ultima edizione Rai di X Factor ).
Accettai di farlo per documentarmi meglio sui segreti del format e soprattutto per scrivere il libro. Fu un’esperienza interessante ma anche divertente perché spesso mi sembrava di rivedere il film di Milos Forman, dal vivo, film che nessuno o quasi ricorda, e che non a caso mi sta ispirando a scrivere un soggetto di un nuovo film musicale. Hai visto mai che a qualcosa i talent show servono?
Tutto questo per dirvi che la memoria storica in questo strano Paese come il nostro è come quella dei pesci rossi, dura pochi secondi. Il talent esiste da sempre, anzi in un certo qual modo, come la radio, il telefono, la calcolatrice, la ruota dentata e la carrucola mobile, l’abbiamo inventato noi. Molto probabilmente Simon Cowell che si è documentato meglio di un qualsiasi giornalista italiano, lo sa benissimo.
Ora in Italia si parla ancora del talent show in due modi: come se fosse il principale responsabile della crisi discografica e della pessima qualità della musica italiana o come l’unica risorsa possibile per un giovane di farsi largo nel dorato mondo del pop. È il solito ritornello dualista e antagonista che canta a pieni polmoni il nostro Bel Paese. Italia sì, italia no. Talent sì, talent no.
Pochi giorni fa anche Red Ronnie all’Arena di Giletti ha cantato il solito refrain incolpando il fenomeno talent, come fosse un nuovissimo virus pandemico mortale di origine sconosciuta. Peccato si sia dimenticato di Settevoci, di Castrocaro, di Ariccia, di Vota la Voce, del Festival della canzone napoletana etc, etc, vale a dire dei talent jurassici che l’Italia ha sfornato dal dopoguerra in poi.
Certo allora la crisi discografica non c’era e se un cantante vinceva anche una sola di queste manifestazioni poteva fare almeno cento serate l’anno ovunque: nelle balere, nei night club, nelle discoteche o nelle feste di piazza o di partito, cosa oggi praticamente impossibile. Ma poteva farlo anche senza iscriversi ad alcuna gara canora.
Le differenze storico-culturali-sociali e industriali tra il valore dei talent di ieri e quello di oggi quindi esistono e sono ben evidenti. Oggi comandano i media, ma siamo sicuri che la crisi della musica italiana sia da attribuire solo ai talent? Io credo proprio di no. Che ne dite se riflettiamo un attimo sul concetto che una canzone non debba valere un euro o poco più ? come disse il mitico regista John Landis a proposito di Steve Job che una mattina si svegliò con l’idea che una canzone non dovesse valere più di 50 centesimi di dollaro? E che ne dite delle radio italiane che trasmettono solo canzoni pop integrali a gratis? E vogliamo parlare del fenomeno tribute band che in Italia è un boom come in nessun Paese al mondo? Praticamente un fenomeno a metà tra il karaoke e Tale e Quale? Macchè…. Oggi si parla solo dei talent show, di questo mostro contemporaneo nato in realtà in epoca jurassica. I suoi fossili: dischi a 45 giri, coppe in similoro, targhe in lamiera e resti di ugole infrante sono ben visibili su youtube, mica c’è bisogno di leggere dei saggi.  Buona memoria a tutti.

Roberto Manfredi
Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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