Vice- L’uomo nell’ombra

La vera storia inventata di Dick Cheney, il vicepresidente della guerra all'Iraq

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Vice
di Adam McKay
con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell, Tyler Perry, Alison Pill.
Voto: diversamente politico

La grande scommessa di Adam McKay era una commedia demenziale, ma anche un dramma, ma anche una specie di reportage drammatizzato, tratto da un libro di Michael Lewis (lo stesso che stava dietro al più strambo dei film sul baseball riletto attraverso le statistiche computerizzate, Moneyball) per spiegare come fosse stato usato il crollo del mercato immobiliare americano per scommettere sul massacro dell’economia attraverso le intuizioni di un economista/ batterista che aveva capito come il fiume di soldi dei fondi pensione sarebbe ritornato dallo stato alle stesse banche che l’avevano sperperato.Vice è una sorta di continuazione in un’ideale contro-enciclopedia della politica americana: Vice, che si può anche leggere vizio, parla del Vice, cioè del vicepresidente: la seconda più alta carica in cui un politico americano di solito raggiunge il vero potere solo se il suo Presidente schiatta. Questa è la storia di Dick Cheney, che sbagliando tutti i passi fondamentali in gioventù nell’era post Nixon, scalò il partito repubblicano e, complice un brutto carattere, le sbornie, un cuore matto e l’aiuto di una moglie dannatamente più ambiziosa di lui, si ritrovò ad aggregarsi a Donald Rumsfeld,  a perdere (per fortuna) le presidenziali per  poi diventare il vice di un presidente che qui appare morto in vita: il debole, eterno figlio di suo padre, George Bush Jr: Cheney, l’uomo nell’ombra, scopre quanto gli piace decidere e comandare visto che il suo Presidente lo fa con molta indecisione, e diventa il grande burattinaio di tutta la filiera che a partire dalle grandi società petrolifere trovò il suo sbocco naturale in quello scambio sangue/petrolio che fu la seconda Guerra del Golfo. Un film di questo genere, nello stile di McKay, mette insieme quasi con violenza analisi politica, esagerazione, cabaret televisivo con una delle più belle masnade di comici e tragici che non si tirano indietro davanti a nulla. Forse uno storico di professione non lo troverà corretto, ma d’altra parte anche la classificazione per i Golden Globe ha messo il film nella categoria commedia. Perché questo è una specie di pamphlet in forma di biografia fantastica. Il modo in cui Mckay affronta le trame del potere è, come in La grande scommessa, triplice: c’è la modalità biografica tradizionale, quella in cui gli attori giocano un po’ a fare le statue di cera degli originali, mimano gli atteggiamenti, hanno vestiti corretti e parlano come i protagonisti della Grande Storia. Poi c’è la modalità demenziale, in cui si utilizzano seriamente anche forme scorrette o eccessive, di assoluta fiction per rendere le biografie se non più vere, più interpretate. E poi c’è la satira più ruvida, ma lì, a un pubblico non americano, qualcosa può sfuggire per la ricchezza di segnali che non ci sono familiari. Christian Bale, che già aveva incarnato lo psicopatico della Grande scommessa, si è gonfiato fisicamente su misura per prendere le forme di Cheney e quando gli hanno chiesto se non temesse ritorsioni per una satira così tagliente si è limitato a commentare che  Cheney era un uomo adulto e preparato a queste evenienze. Poi ha vinto il Golden Globe e ha ringraziato Satana…

Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori

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