Il mio Faber. Un’ombra inquieta

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Faber

Antonio Rocchi, fondatore della pagina Facebook Radio Faber nonché grande estimatore del cantautore genovese, ha scritto per noi questa interessante riflessione su alcuni aspetti spirituali (e non solo) di cui è impregnata l’opera di De André. Per l’occasione ha collaborato con lui Roberta Placida, amministratrice della pagina FB Radio Faber.

di Antonio Rocchi

Il mio Faber. Un tema difficile: come si fa a racchiudere in poche righe quello che rappresenta per me questo poeta, cantautore, pensatore, apostolo della compassione? È un universo, per molti aspetti, ancora non del tutto esplorato e che forse non si conoscerà mai completamente, perché Fabrizio sfugge ad ogni tentativo di catalogazione e definizione.
Prendiamo, ad esempio, la sua spiritualità: è un discorso ampio, perché il pensiero di Dio percorre e attraversa in lungo e largo i suoi testi: basti pensare che il termine “Dio” ricorre 88 volte nei suoi testi. Accanto a Dio c’è il Gesù uomo, che Faber ama e ammira come esempio di “anima salva”, cioè libera dalle pastoie del potere e del giudizio, “anima salva” perché capace di autodeterminarsi e di seguire l’unica religione – a suo avviso – davvero valida: la religione dell’amore, che porta con sé un atteggiamento di misericordia e che sfocia nell’atto supremo del perdono.
Un discorso sul Vangelo secondo De André (che in parte abbiamo già affrontato), cioè la sua interpretazione della vita e dell’opera di Gesù di Nazareth, non può prescindere dal Vangelo di De André, cioè dalla sua attenzione verso gli ultimi, i perdenti, i “peccatori” per i quali prova compassione, riconoscendo in essi lo stesso “marchio di speciale disperazione” che sente in se stesso. Il suo è un Vangelo teso a scoprire e ad esercitare una virtù che, purtroppo, si è persa: quella dell’umanità.
Accanto al discorso sulla spiritualità si colloca e si interseca il discorso sul potere, che Faber osteggiava in tutte le sue forme e manifestazioni: sia esso politico o religioso che non tiene conto degli ultimi, anzi, che opprime gli ultimi nella morsa di una morale farisaica che tiene l’uomo in schiavitù.
Faber racconta appunto dei senzadio, dimenticati proprio da chi dovrebbe proteggerli, “per i quali chissà che Dio non abbia un piccolo ghetto ben protetto, nel suo paradiso, sempre pronto ad accoglierli” (parole sue).
L’invito è a non giudicare e a non condannare da “buon borghese”, ma a riflettere lasciandosi trasportare dall’umana compassione. Allora queste creature si scopriranno, anche se non gigli, figli, vittime di questo mondo, creature della vita e del dolore, fiori che nascono dal letame, e si ritroverà l’infinito nell’umiltà.
Insomma, se voglio semplicemente evadere, ascolto musica, buona e bella musica, ma se voglio varcare le soglie del Paradiso, ascolto Faber, il mio Faber, l’unico che sa farmi vibrare l’anima, coccolandola e accarezzandola con la forte dolcezza delle sue parole che toccano le vette più alte dell’umanità.
Considerato da gran parte della critica uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi. Il mio Faber ha fatto crescere generazioni e ancora porta la sua poesia, in musica.
Anni fa nella Città Vecchia, dopo la merenda, si ascoltava Faber e ci accompagnava in giornate fredde invernali, casalinghe…
Faber lottò sino alla fine, non voleva addormentarsi per paura di morire e sino all’ultimo lavorò cercando di finire un’opera in 4 Notturni.
Si potrebbe scrivere per giorni, ma chiudo con la frase da Lui cantata nella canzone Amico Fragile: “Pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita/ debba in qualche modo incominciare una chitarra”.
De André

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