1.

   Sono le cinque del mattino di un qualunque giorno di fine estate. Distese di sassi, pendii scoscesi e nuraghi fanno da risposta nella prima luce al nulla vacuo e biancastro di un cielo che sembra di veder finire in mare.

In mare, mare.

Mare di isola, confine col niente, mare immenso ed estraneo, verde e schiumoso.

Il mare è un concetto difficile da pensarsi persino dall’interno montano di un’isola, perché se un mare è sempre possibile via di fuga e cambiamento, un’isola può essere prigione sotto il cielo.

   L’uomo si guarda le mani nell’umidità del mattino, scruta il cielo estivo e pensa. Da qualche parte, alle sue spalle, sotto un leccio e nascosta dietro a rovi, c’è una coppia, entrambi con un piede legato ad una catena e questa al fusto dell’albero, gli occhi bendati, i capelli arruffati e sporchi, e indosso gli stessi abiti da settimane. L’uomo che scruta la verde sassaia in discesa pensa a loro come penserebbe a buoni amici, ma con un lieve magone per il male speciale che lo divide dai due sconosciuti. Pensa a lui, il poeta con la chitarra e lei, la cantante leggera, venuti a vivere in una terra lontana dal clamore quanto basta per inventarsi una vita diversa, allevare i figli, pensare. Si domanda che distanza corre tra la vita di un artista cantante e quella di un isolano spiantato, e l’unica risposta che gli viene è che deve essere la stessa distanza che divide la Sardegna dal continente. Poca, se coperta su mezzi sicuri, incalcolabile se la si deve affrontare a bracciate, come si fa con una vita dura.

   Nelle lunghe ore di guardia, tra le cose che affollano la sua mente insieme alle grandi risposte che giungono come un’alzata di canto di cicale, si chiede perché mai i soldi non possano essere condivisi senza vergogna e senza delitto tra chi ne ha molti e chi non ne ha affatto. La proprietà altrui gli appare come una sottrazione a ciò che è anche in qualche modo suo, qualcosa che gli neghi l’appartenenza al mondo degli arrivati, di chi non soffre l’isolamento, la paura e la mancanza. Queste e numerose altre cose si domanda un uomo rattristato davanti a una nuova aurora scrutata dall’altipiano, e a quel cielo bianco col magone chiede perché doversi sentire esiliati persino nella propria bella e durissima terra.

Raccoglie da terra il suo bastone e torna indietro, taglia delle fette di pane e di formaggio e va dai suoi ospiti bendati.

   Un altro giorno infinito si alza da oltre il monte spellato, un altro sole a picchiare verticale sulle teste verrà a breve a ricordare che il mondo non è mai stato giusto, e questo può spingerti a immaginare di poterti risolvere la vita sequestrando persone ricche. Fortunate. Belle. Persone che il mondo ama, che il mondo vuole avere con sé, che vuole ascoltare quando parlano e cantano, che vuole vedere in pubblico e per le quali tanti pagherebbero pur di conoscerne i segreti.

L’uomo offre la colazione e le sigarette al poeta e alla sua donna dopo averli svegliati gentilmente, e pensa che vorrebbe non avere accettato mai l’incarico di tenere nascoste due persone solo perché dalla vita hanno avuto molto e lui no.

   2.

   È il 1979, Fabrizio Cristiano De André non ha ancora quarant’anni, ed è il più stimato cantante di storie poetiche che ci sia nel Paese.

Le canzoni che lo hanno reso famoso sono popolate di sfortunati simili al carceriere suo e della sua giovane e dolce compagna Dori, ora che da settimane sono segregati in un’altura remota dell’isola in attesa che trattative segrete portino al pagamento di un riscatto in cambio della loro vita. Il sequestro potrebbe divenire una tragedia come già altre se ne sono verificate. Sparire all’interno dell’isola per mano dell’anonima sequestri può significare non venire mai più trovati. È una prospettiva che deve essere per forza presa in considerazione da chi, gli occhi coperti da un cappuccio e le mani legate, stia subendo una simile esperienza in attesa di conoscere la propria sorte.

   Ci si può domandare quante volte all’uomo De André sia venuto in mente di pensare sotto il cappuccio a come stessero le cose vissute dalla parte dei sequestratori, e non già dalla parte dei mandanti, ma da quella di chi faceva loro da amichevole guardiano in quella impresa disperata. Si può supporre che abbiano avuto la precedenza il pensiero della propria incolumità e di quella della sua donna, così come la pena sopportata dai propri cari. Ma si può anche supporre che proprio per la sua attenzione all’universo-mondo dei dolenti, la parte più vulnerabile ma più fiera di sé abbia bussato più e più volte alla sua porta interiore per fargli sentire vicini quei carcerieri improvvisati come vittime a loro volta, e per dirgli che la vita può talvolta mettere a prova dura la nostra integrità così come la coerenza.

   Alla maniera sua, secca e coincisa, racconterà subito dopo la liberazione, avvenuta nella notte tra il 21 e il 22 dicembre del 1979 dopo quattro mesi di segregazione, di avere subito allo stesso tempo un torto ed un favore dai sequestratori che hanno puntato ai quattrini di suo padre Giuseppe. Il torto è ovviamente la privazione della libertà per lunghi, interminabili mesi e l’estorsione di una somma vertiginosa ai danni del padre. Ma il favore, quale potrebbe mai essere?

E il favore fu l’opportunità più che mai acuta di conoscere a distanza ravvicinata chi una vita sbagliata la vive per davvero.

   Di odiare quei disgraziati che hanno creduto di poterla fare franca con un simile gesto non gli riuscirà mai, e lui e la compagna, pur essendo stati segregati e minacciati nella libertà e nell’incolumità, non si costituiranno parte civile nel corso del processo, come non lo farà suo padre, il derubato. Tanto al padre, uomo d’affari dopo essere stato insegnante, quanto all’ex figlio degenere poi divenuto cantore illuminato baciato dal successo, sarà stato noto una volta di più che la pietas è l’unico sentimento che deve e può legare individui tanto differenti gli uni dagli altri. Proprio come sostengono le canzoni di De André.

   3.

   Il mondo visto dalla parte delle canzoni di Fabrizio De André è in effetti il mondo di chi non avendo niente è alla ricerca di un riscatto, un appiglio, un qualunque minimo espediente che gli risparmi la sorte di sprofondare nel nulla. La sua reazione al rapimento, malgrado la grave offesa personale subita, non avrebbe potuto dunque essere altra che quella della comprensione. Essere celebri comporta dei rischi, è la parte scomoda del protagonismo, ma va detto che non tutti saprebbero gestire con altrettanta pacatezza una sventura come quella toccata ai due coniugi. Non sappiamo se al posto suo altri esponenti dell’intellighenzia italica avrebbero avuto la stessa tolleranza e lucidità nel valutare il gesto dei propri aguzzini. Sappiamo però con certezza che questo è esattamente ciò che ci si aspetta da persone giuste e intelligenti, quando siano anche consapevoli dei privilegi offerti loro dalla vita.

   Pare che l’amore di De André per l’umanità derelitta fosse già forte parecchio tempo prima che egli lo cantasse. Si sa delle sue frequentazioni dei bassifondi di Genova, lo si può sentire ammettere nel corso di interviste imbarazzate il ricordo vago dell’invaghimento in giovinezza per una creatura creduta femmina e poi scopertasi maschio, e dalla sua biografia spuntano relazioni, condivisioni, contatti di varia natura con la parte difficile della società, da anarchici acuti e disadattati a reietti ignoranti, compresa una fidanzata-prostituta.

Ma se qualcuno si chiedesse perché da parte mia “cantare” la figura di De André debba per forza comportare lo scavare in quella direzione, la risposta è semplice: perché quello è De André.

Meno pasolinianamente di Pasolini, ma più deandreianamente di chiunque altro ci abbia provato solo per posa, De André è quasi tutto in questo amore contratto per le “vittime di questo mondo”.

E alla domanda secca su chi fosse De André, ecco la mia risposta: qualcuno che ha amato, tanto nei libri quanto nella realtà, la gente minima, pur non appartenendo a quella categoria, ma riconoscendola come la parte più significativa degli uomini.

   Osserviamo il suo canzoniere più dolorosamente umano.

Ecco un uomo che condannato a sopportare l’onta di essere affetto da nanismo, divenuto giudice si vendica su coloro che manderà al patibolo come rappresentanti dell’umanità che lo aveva deriso. Ecco la fresca giovinezza di Marinella, che dopo l’unica giornata d’amore tra i campi con lo sconosciuto amante scivola nel fiume per morirvi.

   E se nel primo caso la colpa è il dolore della diversità che si trasforma per via istituzionale in vendetta, nel secondo è la precarietà del bene a trovare campo come in tutte le sue favole crude, venate della narrativa e della saggistica amata, e scritto-cantate con elementare sapienza.

   Perché De André “scriveva” veramente solo cantando.

Ma proseguiamo.

   Ecco il professore pensionato che delapida la pensione in puttane e, molto più in avanti nella discografia, il giovane transessuale che sogna il bisturi che decreterà la magica trasformazione dei propri genitali, mentre per raccogliere la somma necessaria all’operazione si vende per le strade di Milano ad una clientela maschile ebete e benestante. E poi indietro ancora, la donna arida che sfrutta squallidamente il cieco amore del suo sottomesso chiedendogli il sacrificio estremo, per poi pentirsi amaramente vedendolo morire contento e innamorato mentre lei rimane sola e disperata.

   De André canta per tutta la vita un’ammirata empatia per chi è dalla parte sbagliata, ben sapendo che il lato giusto tra gli uomini non è mai individuabile con assoluta certezza. Cerca il cristo dei vangeli apocrifi e lo elegge primo vero rivoluzionario, crede e manifesta apertamente di credere in un anarchismo che, benché poetico, è più autentico, lirico ed ottocentesco di quanto possa ormai essere il pensiero anarchico in epoche di svolte come quelle verificatesi tra la fine degli anni sessanta e la fine dei settanta.

È in effetti a tutti gli effetti un uomo sintonizzato su altre vibrazioni rispetto al mondo che lo circonda.

   Appartato e lontano dalla bruta e meschina recita dell’ordinario, dove la vita è ben più prosaica e complessa di quanto si possa sospettare, lui è lettore appassionato di testi libertari, mentre in oscuri ambienti di comando si fomentano golpe, si ordiscono trame di destra estrema e si fanno saltare banche, piazze, treni, quando la sinistra, non riuscendo a liberarsi dalle proprie pastoie teoriche e non sapendo accogliere la modernità del proprio ruolo, fuori dal parlamento declina in frange estreme dedite alla guerriglia.

  La società italiana si rimescola, passando dai movimenti studenteschi e operai al loro dissolversi bruciati al fuoco lento della massificazione, livellati da metamorfosi di partito e da tutti gli aggiustamenti per difetto che la storia sa adottare sempre ai danni di chi sta più in basso. L’ex giovane eccentrico che da tempo ha rifiutato una vita agiata ma prevedibile e sospeso gli studi per coltivare la chitarra, avendo acquisito maturità, canta il mondo attraverso una lente forgiata da sé attraverso molteplici frequentazioni di libri e dischi speciali.

4.

   Sarà così lo schietto cantore di scenari da lui amati in altri autori. Tradurrà e canterà Brassens, l’autore che più di tutti lo condizionerà impregnando le sue ballate rusticane, sporche e ironiche, poi Cohen e la sua canzone narrativa, e Dylan, in coda a tutta l’ammirazione maturata per la poetica di strada della Beat Generation.

Fascinazioni assorbite e innamoramenti febbrili poi restituiti in canzoni a un’Italia esterrefatta, proprio come fossero cose sue. De André è talmente interprete nel senso più compiuto del termine, e talmente convincente in questo, da venire facilmente scambiato per l’autore di tutto ciò che canta. Il fatto che così non è, risulta un dato secondario, perché un ermeneuta vero è capace di accogliere su di sé tutti gli splendori oscuri di chi abbia voluto ripetere.

   Su di lui si diranno cose che mai erano state dette di un cantante, si scomoderà sempre più spesso la poesia facendo i paragoni più altisonanti, quando avrebbe lui per primo declinato volentieri ogni attribuzione eccessiva, come in effetti modestamente farà nelle rare occasioni in cui il discorso potrà essere approfondito.

Ma lo stesso la macchina dell’elezione a sommo non si fermerà, perché qualche tasto speciale è stato da lui pigiato seppur senza vanagloria.

   Prima di una celebre intervista-inchiesta televisiva di una decina di anni dopo la morte, la moglie chiederà espressamente al giornalista Minoli di poter accettare a prendervi parte a patto che del marito non fosse fatto un santino.

Non è andata così, ma non già nella suddetta inchiesta, bensì a furor di popolo. Così è il mondo della cultura popolare, e se un eletto serve, un eletto vi sarà. De André è De André, né la cosa può essere in alcun modo discussa. Che sia la sua autentica ritrosia o il timbro ieratico della sua voce, siano le parole solenni desunte da ogni suo innamoramento letterario o musicale, sia la combinazione felice con le musiche frutto di collaborazioni eccelse, o semplice carisma naturale, il fatto è che già sul finire dei vaghi anni sessanta e poi con piena affermazione nei maledetti settanta e sino ai nostri giorni, Fabrizio De André, in bilico tra aristocrazia popolare e piglio poetico, non ha rivali in fatto di credibilità.

   Il poeta Mario Luzi si sbilancerà nel dire che nelle sue canzoni il sottotraccia, il non detto, trasmette un afflato lirico che è pertinente con la poesia. Probabile che abbia inteso eleggere al massimo grado il margine poco visibile ma esistente tra poetica popolare ed elezione intima propria della poesia, ma sono pronto a giurare che se De André tornasse ora dal profondo a visitarmi con la sua chitarra sarebbe solo per darmi ragione ribadendo che la poesia è altro, e confermare a me come a tutti ciò che può essere serenamente evinto da ogni sua pubblica apparizione e dal senso delle sue stesse parole, sia quelle cantate sia quelle pronunciate.

Occorre solo prescindere dai vapori dell’icona che inebriano ogni coscienza.

   E le interviste, poche, ci rimandano la sua verità umana, quella di un uomo insicuro e nascosto dietro lenti ambrate, dietro al ciuffo da ragazzino anche in età matura, e negli eccessi del fumo abbracciato dopo avere a lungo cercato riparo nell’alcol. Lo si osservi emozionato al cospetto di un già rimbambito Gregory Corso durante una memorabile intervista televisiva condotta dal pioniere emotivo Gianni Minà. 

5.

   De André è un innamorato ricambiato solo a metà, laddove la metà non è l’oggetto del proprio amore, cioè la poesia del bene che lo ricambia in pieno, bensì il pubblico, entità ingrata, disattenta, superficiale persino quando ti osanna. Egli dimostra a se stesso che l’elezione da parte del pubblico è il contrario del senso profondo del fare poesia.

Ma questo, pur sgomentandolo, non gli impedirà lo stesso di tentare l’impresa.

   Un passo ancora indietro. Quando nel 1973 uscirà il suo disco più criticato anche e soprattutto a sinistra, “Storia di un impiegato”, – di cui dopo averci tanto creduto e lavorato dirà che alla sua uscita avrebbe voluto bruciare – un album in cui si lancia in una rappresentazione del quotidiano di un individuo alienato giunto sino all’atto terroristico per farsi giustizia rispetto alla società, Gaber gelerà tutti criticandolo apertamente e in modo molto duro: “Scrive bei temini ma non è chiaro se sia un liberale o un extraparlamentare”. E i settori più accesi della sinistra si spazientiranno accusandolo sostanzialmente di pressapochismo e di avere infilato una serie di banalizzazioni nell’analisi del sociale e in particolare nella figura del suo bombarolo. Lui se ne dispiacerà, dirà in seguito di aver probabilmente sbagliato nella formulazione di ciò che aveva da dire, (sebbene il disco fosse ampiamente condiviso nei testi con Giuseppe Bentivoglio) e seguiranno poi per lui anni più delicati. Basta niente nel 1973 per essere contestati e “processati” in pubblico, cose per cui altri hanno pensato di cambiare mestiere, ma che lui sembra non temere fino a quel punto.

   Lui che potrebbe a differenza di altri considerare il mestiere di scrivere canzoni qualcosa di affine ad un’occupazione di lusso, “un ornamento della mia vita”, dirà più avanti, deve solo pensarci su.

Ma il suo verbo ormai è da tempo diffuso e non vi è assemblea studentesca che non si picchi di cantare gli stornelli soavemente piccanti di Bocca di Rosa e del giudice nano, o le storielle tragicomiche desunte da Brassens, come quella in cui un gorilla fuggito dallo zoo per togliersi la verginità abusa di un giudice (figura-simbolo dell’autorità giudiziale, ereditata appunto dal grande francese e portata a spasso per le canzoni di quegli anni), e altre farse ancora in cui i cattivi sono buoni e viceversa, i peccatori santi e viceversa e le puttane benefattrici.

   L’immaginario della rivincita era stato sollevato.

6.

    In seguito alla sofferenza successiva al rapimento, la nostalgia del bene lo porterà a cercare di più il padre contestato in giovinezza, a smettere di bere dopo averlo promesso al genitore sul letto di morte, e a trovare nella sua famiglia un clan artistico in crescita, ritrovando il piacere potente del contatto del pubblico, e nuovi dischi in cui brilleranno aggiornate vedute di mondo grazie al sapiente operato di collaboratori acuti. E ancora concerti, con l’ensemble familiare al completo, il più completo riscatto di quell’antica paura del palco con un bagno continuo e gratificante nell’umore caldo di un pubblico sempre più vasto e trasversale.

   Se il proposito è stato sempre quello di viaggiare in direzione ostinata e contraria, non si può certo dire che il pubblico lo abbia ostacolato. Destinazione di ogni opera se il mestiere è quello di parlare a tanti, il pubblico lo ha riverito e amato in modo crescente, stimato, omaggiato e replicato in ogni modo e a tutte le latitudini italiche. E incassato con nonchalance l’accusa di falsità, ipocrisia e amore del potere insito in quasi tutte le sue canzoni, anche quando era composto dalla finta sinistra che ha contribuito al disfacimento di una coscienza collettiva. Questo dimostra una volta di più che anche il più accorato richiamo al bene è accolto solo in superficie, come lui stesso accennerà nel presentare in un concerto la canzone conclusiva del suo ultimo e definitivo album.

   Quella canzone è “Smisurata preghiera”, titolo ultimo dell’ultimo capitolo della sua antologia discografica, “Anime salve”.

E rimanda di nuovo alla poesia di un altro autore, in questo caso Alvaro Mutis, ed è invocazione di giustizia che, in quanto tale, pur sapendo di dovere cadere inascoltata, va lo stesso pronunciata. Da una parte di chi crede di aver diritto a dominare in forza di maggioranza, dall’altra le minoranze invisibili.

   Nel corso del tour partito per portare dal vivo proprio quell’album trasfuso di senso dell’immane, delle “divinità parentali” come lui definirà le entità che ci guidano in alto, Fabrizio De André accuserà il malore che porterà i medici a individuare la presenza di un carcinoma ai polmoni, qualcosa che, probabile eredità delle migliaia di sigarette respirate nel corso di cinquantanove anni, nel 1999 non è curabile.

   Alla scomparsa e per suo volere, dopo un funerale in cui è accompagnato da una folla sterminata, le ceneri del suo corpo sono state disperse al largo del mare genovese.

Mi piace pensare che un trasporto di mare, invisibile agli occhi ma noto alla natura soltanto, le abbia sospinte verso le coste della Sardegna, riportandolo più vicino a quel dolore umano che lo aveva avvinghiato una volta almeno, nell’estate più dura della sua bella esistenza.

E che se dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior, che questi fiori cantino oscillando non visti tra i campi una smisurata preghiera.

A ciascuno suggerendo la propria.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.

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