Abbiamo ascoltato in anteprima le canzoni in gara a Sanremo 2019, seconda edizione del Festival “targato” Claudio Baglioni. Diciamo subito che non è un ascolto ottimale: 24 canzoni mandate a loop, una dietro l’altra, senza interruzioni, in un ambiente asettico.
Del resto lo ha detto pure Baglioni: «Anche io avrei preferito farli ascoltare dal vivo, con orchestra, a Sanremo. Il phatos è sicuramente diverso. Però ci sono regole e riti che bisogna rispettare».
Poi ha aggiunto: «Le 24 canzoni selezionate a mio avviso rappresentano bene l’attuale panorama musicale italiano, che è largo e vivace. Ho cercato il senso della bellezza, ma anche della bizzarria, dell’originalità, della sincerità e della verità. Ovviamente mi auguro di aver fatto le scelte giuste, anche se nessuno è infallibile».
Come dicevo prima, questo ascolto non può essere considerato né esaustivo, né definitivo, però è comunque un modo per farsi un’idea di massima.
Ecco quindi la mia “first impression”. Giudizio che chiaramente mi riservo di modificare dopo un ascolto più approfondito.
Mi farò trovare pronto di Nek – Senza infamia e senza lode. Inizia con alcune note di piano, cresce, poi diventa uno spensierato brano pop, caratterizzato da un classico ritornello “alla Nek” e con un intervento orchestrale che nella versione live potrebbe dargli forza. Dice: “Libri di milioni di parole / ce ne fosse almeno una / per essere all’altezza dell’amore”.
Un’altra luce di Nino D’Angelo e Livio Cori – La prima strofa la canta Cori, poi entra Nino, quindi le due voci si amalgamano. Un brano lento, d’atmosfera. Con un Nino D’Angelo che non ti aspetti: la sua voce è filtrata dall’autotune. Testo in napoletano, che prova a unire la Napoli di ieri con quella di oggi. E ci riesce.
I tuoi particolari di Ultimo – Il vincitore di Sanremo Giovani dell’anno scorso sta crescendo bene. Forse non è il suo pezzo migliore, però non è male. Un brano lento, che parte con un giro di piano, poi diventa più energico quando entra la ritmica: è una riflessione su una storia d’amore finita raccontata con parole non scontate.
L’amore è una dittatura degli Zen Circus – Brano caratterizzato da una ritmica che ricorda il tic tac di un orologio. Il pezzo cresce a mano a mano che va avanti, e ti cattura. Il testo è intenso, piuttosto complesso come tutti quelli scritti da Andrea Appino: “Siamo delle antenne, dei televisori / emettiamo storie che fanno rumore”. E sdogana, almeno per quanto riguarda Sanremo, un termine ormai di uso comune: “Mi spiego meglio, senza nascondermi dietro a cazzate”.
Senza farlo apposta di Federica Carta e Shade – Studiata apposta per acchiappare la vasta platea dei teen, è ‘na canzunciella che certo non passerà alla storia. Ma assolve il suo compito. Anche se non diventerà certo la “trottolino amoroso” dei giorni nostri. Comunque lei ha una bella voce, e gli interventi del rapper torinese non sono fuori misura.
Mi sento bene di Arisa – Di cognome fa Pippa, ma quando canta non lo è per niente. Stavolta riesce addirittura a sorprendere, proponendo una canzone a due fasi, che a un certo punto diventa un godibile brano pop che sarà molto ballato.
Abbi cura di me di Simone Cristicchi – È una sorta di preghiera laica che «affronta il tema millenario dell’accettazione, della fiducia, dell’abbandonarsi all’altro, che sia esso un compagno, un padre, una madre, un figlio, o Dio», come spiega il cantautore romano. Scritta con Nicola Brunialti e Gabriele Ortenzi, a tratti s’avvicina alla poesia (“Più che perle di saggezza / sono sassi di miniera / che ho scavato a fondo a mani nude / in una vita intera”). Interessante anche la costruzione, con un violino struggente verso metà e un finale mozzafiato con grande orchestra.

Rolls Royce di Achille Lauro. In fase di presentazione aveva detto che il suo «non è un brano d’amore. Non è trap. Tutti si aspettano che utilizzi l’autotune, invece è qualcosa di più vicino agli anni ’70-’80, un nuovo rock’n’roll con dentro anche Elvis». In effetti Elvis è citato (forse per ucciderlo un’altra volta). E sono citati i Doors, Amy Winehouse, Marilyn Monroe, Jimi Hendrix, Axl Rose, Rolling Stones. Musicalmente scimmiotta una certa new wave degli anni ’80. Funzionerà, ma è solo plastica.
Aspetto che torni di Francesco Renga – Il vincitore di Sanremo 2005 propone una canzone dai contenuti intimistici (cita il padre e la madre), costruita attorno alla sua bella voce. Le prime strofe paiono un pezzo di Ron.
I ragazzi stanno bene dei Negrita– Loro lo definiscono «un rifiuto, la non accettazione di certe storture che la società contemporanea ci regala e ci impone ogni giorno». Introdotto e chiuso da un fischio “che canta”, è un brano rock che vorrebbe indurre a una riflessione sui rapporti intergenerazionali. Interessante il testo, alla cui scrittura ha collaborato Il Cile.
Parole nuove di Einar – Questo ragazzo originario di Cuba, classe 1993, è il primo dei due vincitori di Sanremo Giovani. La canzone che porta al Festival promette: “Riscriverò l’amore con parole nuove”. Onestamente di nuovo non c’è molto.
Un po’ come la vita di Patty Pravo con Briga – Brano lento, che permette alla “divina Patty” di esprimersi a modo suo (anche se poi resta l’incognita del live). Briga fa la sua parte, senza eccedere. Forse l’errore sta nell’aver voluto amalgamare in modo eccessivo le due voci.
Per un milione dei Boomdabash – Una cosa è certa: questo pezzo funzionerà alla grande. Ritmica reggae, melodia solare, un brano decisamente accattivante. Non è un capolavoro, ma acchiappa. Potrebbe essere l’Una vita in vacanza del Sanremo 2019.
Le nostre anime di notte di Anna Tatangelo – Anna o piace oppure no. Magari è un po’ più adulta, ma alla base c’è sempre quella “ragazza di periferia”. (Nota a margine: il titolo è stato preso pari pari dall’omonimo romanzo di Kent Aruf, un libro che vi consiglio di leggere).
Soldi di Mahmood – Nato a Milano da madre italiana e padre egiziano, classe 1992, vincitore della seconda serata di Sanremo Giovani, Mahamood è da un po’ che ci prova, e stavolta potrebbe anche centrare il bersaglio. Quel “Mi chiedevi come va, come va / sai già come va, come va” non è certo una genialata, ma resta in testa. In sala ha usato l’autotune, ma ha detto che a Sanremo non lo userà. Vedremo che succede.
Argento vivo di Daniele Silvestri – Forse il brano con il testo più lungo e complicato, per il quale non basta certo un solo ascolto. È la storia di un ragazzo disadattato e pieno di problemi. La canzone è caratterizzata da un featuring del rapper Rancore, che sarà a fianco di Daniele anche sul palco dell’Ariston.
Solo una canzone degli Ex-Otago – La band genovese propone una ballad che parla d’amore, ma non dell’inizio o della fine, bensì di quella fase “di mezzo” in cui bisogna in qualche modo reinventare la storia. Lo fa usando il linguaggio della quotidianità: “Resta con me / perché da solo non ho fame / poi non è bello cucinare / solo per me”. Il pezzo parte con un pianoforte sottotraccia. Poi cresce con sonorità orchestrali, senza però perdere mail quel sapore indie-pop che è il marchio di fabbrica della band. Cresce piano, ma quando arriva al punto diventa davvero coinvolgente.
L’ultimo ostacolo di Paola Turci – La sua voce migliora col passare degli anni. Questa volta si presenta con un brano pop non esaltante, ma piuttosto avvolgente: “Fermati / che non è l’ora dei saluti / vieni qui / e abbracciami per due minuti / Guardaci / da fuori siamo la fotografia del giorno del mio compleanno”.
Dov’è l’Italiadi Motta – È un brano scritto e composto interamente dal cantautore pisano (già vincitore di due Targhe Tenco), nato dall’urgenza di raccontare l’attualità del nostro Paese, con quel riferimento iniziale al mare (i migranti) e un ritornello che diventerà un tormentone: “Dov’è l’Italia amore mio / mi sono perso anch’io”. Musicalmente è caratterizzato da un’avvincente chitarra country. Davvero bello.
Cosa ti aspetti da me di Loredana Bertè– Ha ritrovato tutta la grinta di un tempo. Parte aggressiva, su una base musicale molto solida, e poi ti acchiappa con un ritornello davvero avvolgente. Curioso di vedere l’esibizione live.
Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti –È un brano introspettivo e autobiografico che accenna alla perdita di una persona importante, ma in realtà racconta le passioni e le abitudini della generazione odierna, addentrandosi in un mondo con “centri commerciali al posto del cortile”. Bellissimo il testo, interessante la costruzione musicale. Il “ragazzo” ha grandi possibilità.
La ragazza con il cuore di latta di Irama – Baglioni conosce il mestiere e i pezzi forti li ha lasciati tutti in fondo. Questo inizia in modo delicato, con un carillon, ma poi diventa un pugno nello stomaco: racconta la storia di Linda, una ragazzina molto fragile che subisce violenza familiare: “Suo padre non fu lo stesso / a scuola nascondeva i lividi / a volte la picchiava”. Sul finale, a rendere il tutto ancora più emozionante, c’è una voce femminile “alla Pink Floyd”.

Rose viola di Ghemon – Quello del rapper campano, classe 1982, è un altro pezzo interessante. Stavolta Giovanni Luca Picariello non rappa, ma propone un brano lento, molto intenso. Bello il crescendo finale, che regala atmosfere oniriche.
Musica che resta de Il Volo – I ragazzi crescono, ma sostanzialmente non cambiano più di tanto, e ci riprovano a colpire con i loro virtuosismi vocali. Del resto abbandonare la via maestra sarebbe una sfida troppo pericolosa. Questa volta si sono fatti dare una mano anche da Gianna Nannini, che ha contribuito (assieme ad altri quattro autori) a comporre questa romanza moderna.
I MIEI PREFERITI (in ordine casuale): Motta, Enrico Nigiotti, Simone Cristicchi.
ALTRI 6 CHE MI PIACCIONO (sempre in ordine casuale): Irama, The Zen Circus, Loredana Berté, Ghemon, Daniele Silvertri, Ex-Otago.





































