Ermal Meta alla Fondazione Mirafiore: il video dell’evento, un’altra fotogallery e qualche nota in più…

Ospite ieri del laboratorio sociale piemontese per una lectio magistralis sul valore delle parole, il cantautore ha divertito e affascinato con aneddoti, suoni e ironica profondità.

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Ermal Meta

Vi abbiamo già raccontato cosa è accaduto ieri a Serralunga d’Alba, dove Ermal Meta è stato ospite del Laboratorio di Resistenza Permanente della Fondazione Mirafiore per una lectio magistralis sull’importanza delle parole. In aggiunta all’articolo pubblicato questa mattina, vi segnaliamo qui la ricchissima fotogallery di Impressioni61 e proviamo a fare qualche ulteriore riflessione.

Quando un artista sale sul palco, di qualunque natura la sua performance sia, a stabilirne il genere è la melodia che fa da scheletro, da tappeto, da makeup alle sue parole. Fuori dal palco, invece, quando al racconto su carta si sostituisce quello su pelle e gli si chiede non più di condividere un canovaccio pensato, meditato, rielaborato e perciò “artificiale” pur nella naturalezza degli intenti che l’hanno generato, ma di lasciar fluire idee concepite hic et nunc, con la forza e i limiti di una ossimorica immediatezza più o meno mediata, allora la storia cambia. Allora a definire il genere non è più il contorno, ma la parola stessa. Quella che, come Meta stesso ha spiegato ieri, è mistero e potenza, perché è forma scolpita nell’aria, non tangibile e perciò nemmeno confinabile. E allora c’è chi le parole le poggia tutte sul tavolo davanti a sé, massa confusa e polverosa accanto alla calcolatrice scientifica della convenienza, che permette di selezionare dal mucchio solo ciò che impressiona, fa parlare o rafforza, come un doppio tratto di matita, i contorni di un personaggio già solidamente tratteggiato.

A questi ragionieri del verbo si affiancano i risparmiatori cavi, quelli che di parole ne hanno poche e scadenti, e perciò si limitano a riprodurre quelle con le quali sono stati imbottiti da chi ne governa le sorti e le finanze (quanti esempi si potrebbero fare…). Un’altra categoria è quella dei gran maestri del fonema, coloro per i quali le parole vergate in grassetto su un certificato di laurea o su un premio discografico di prestigio rappresentano l’atto notarile che marca la distanza tra se stessi e una umanità che, per quanto si sforzi, non è naturalmente attrezzata per comprenderne la genetica superiorità. E poi ci sono le macine a energia di vita, quelle che lavorano parole con metodica saggezza, esposte alle intemperie ma tenaci e incrollabili, generatori di profumata, saporita, genuina Bellezza ma mai del dubbio che il grano che ne verrà fuori sia farina di un altro sacco, addizionato con suggerimenti viscidi e polvere di furbizia. Ermal Meta appartiene a quest’ultima categoria, e su questo non c’è alcun dubbio. Quando, in occasione dell’intervista, al cantautore italo-albanese viene chiesto di offrire la propria definizione di termini dal peso specifico decisamente importante — artista, felicità, bellezza, maestri, successo, tra le altre —, glielo si legge negli occhi come un film, il percorso dalla mente alle labbra passando per quel filtro interiore che sta a metà strada tra petto e stomaco. Glielo si legge nelle pause che precedono ogni risposta, nello sguardo che passeggia in un ricordo o in un senso da trovare, persino nei sospiri. Risposte studiate, dunque? No, lo dicevamo prima. Ché ciò che è studiato, lo riconosci subito: la marionetta sa esattamente come muovere la bocca e quando smettere di farlo, il pieno a perdere s’attorciglia intorno ai propri silenzi fino ad arrendersi.  Ermal cita con cognizione di causa Nietzsche, Pirandello e Bob Marley, ma non c’è un velo di sussiego nel suo tono: anzi, ride dei propri giri infiniti intorno al centro di un pensiero, inciampa in un affluente inatteso venuto fuori da chissà dove, si aggrappa al Sole e alle sue forze di superficie per spiegare che la felicità è un secondo di calore che scioglie una vita al ghiaccio.

Parla di resilienza e coraggio, Meta. Parla di quanto le spalle al muro insegnino a ripartire come nessun professore potrebbe fare, parla della sua sensibilità femminile e della gratitudine nei confronti delle donne — mamma, nonna, sorella —  che, crescendolo e crescendogli accanto, gli hanno offerto l’opportunità di osservare vedendo e non semplicemente guardando. Non nega d’aver perso volontariamente qualche giorno di scuola, né d’esser stato secchione; non veste le sue screziature figlie degli anni, degli schiaffi della sorte, della fatica di un correre incessante, con l’abito della festa per nasconderle e darsi un tono da uomo che non deve chiedere mai. Ermal chiede, anzi: chiede d’essere persone semplicemente perbene, ma nella sostanza e non nei proclami. Chiede di non lasciare che gli anfratti bui e il caos stordente distolgano dall’andare a cercare il Bello che si mimetizza tra sale e polvere. Chiede di proteggerlo, quel Bello, ché se s’impara a farlo, il tempo distrae ma non distrugge.

Macina a energia di vita, dicevamo. A quelle pale di legno e battiti non sfugge niente: Ermal si sofferma sulla melodia insita nella lingua italiana, che fa d’ogni parola un saliscendi multicolore i cui picchi, verso l’alto e verso il basso, vengono marcati dalle labbra automaticamente, eppure svelano panorami e radici emotivi se solo si presta loro maggiore attenzione; parla di politica ed esprime con dieci parole e un sorriso ciò che non potrebbe essere più chiaro se le parole fossero mille e il cipiglio fosse incravattato e solenne; parla degli occhi che lo seguono, lo ringraziano e gli raccontano storie come l’unica definizione di successo che riesce a concepire; parla di disegni da inseguire a prescindere da quanta luce ci sia ad alimentarli, parla di arte non come castello dai pilastri di banconote e i soffitti di paillettes, ma come di un abbraccio nel quale cercarsi, trovarsi e ritrovarsi quando ci si sente troppo soli o non ci si sente affatto. Un abbraccio nel quale chi crea perde una parte di sé e la rende di tutti, eterna e viva insieme. Parla di libri che nutrono e di note da cercare sulla pelle dei loro personaggi, parla di una fame del corpo che si spegne quando le storie saziano gli occhi migliorandone il visus sul tempo e i sogni. Parla, spiega, racconta, si guarda intorno, si guarda dentro, si guarda dietro, scava, spolvera, mostra e cela ironizzando, commuove e diverte, punge e guida. A volte contemporaneamente. Istinto, però. Imperfetto e complicato, coltissimo ed essenziale. Ragionato ma sincero, sfacciatamente nudo. Che sorprende, perché lascia sotto di sé le nuvole eppure resta sporco di terra. Perché è labirinto fitto di metafore e suggestioni, eppure porta spalancata sulla naturalezza. Da parole del genere non può che nascere una musica che assomigli loro così tanto da poterle prendere per mano senza intralciarne il cammino.

E così, una volta imbracciata la chitarra offerta dal padrone di casa Oscar Farinetti, la macina a energia di vita tira fuori il suo grano migliore, lasciando che i chicchi scivolino sulle corde senza pause: Sperare, Invecchio, Amara terra mia richiesta da Farinetti stesso, Non mi avete fatto niente, l’inestimabile gemma Voce del verbo, Un’altra volta da rischiare, Piccola anima, Vietato morire. Ed è tutto lì, in fondo: migliorare, invecchiare, sorridere, cambiare le stelle, camminare in equilibrio tra errori e certezze, pulir via il sangue dopo una caduta, rimettersi in gioco, partire, amare, lottare, (ri)costruire. Con una gravitas che è serietà ma non seriosità, con una leggerezza che è ottimismo e non banalità, con una generosità umile che non è furba strategia ma consapevole gratitudine. Questo è Ermal Meta, sulla strada con le parole sottobraccio, mille suoni tra le dita, un gomitolo di suggestioni tra palpebre e petto, il sorriso sulle labbra e un orizzonte che, a giudicare dai commenti entusiasti di tutti i presenti, sembra promettere una lunghissima alba.

L’appuntamento live con Ermal Meta è fissato per il 30 gennaio al Teatro Sociale di  Nizza Monferrato per l’inizio del tour con gli Gnu Quartet. Vi rimandiamo alla sua pagina Facebook per tutte le date, la maggior parte delle quali sono ormai sold out.

In chiusura, il video completo dell’evento:

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più sulla vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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