L’uomo è davvero padrone del proprio tempo se vi si adegua passivamente?

   Pranzo in una cittadina dimenticata, sala semivuota, aggredita dal rimestio molesto della radio e dagli strilli di un piccino dimenticato da sua madre. Un giovane obeso con immancabile barba da anacoreta si immerge nella contemplazione del suo telefono tra una portata e l’altra. Se ne direbbe gratificato, così la donna, indifferente ai richiami del piccolo in lacrime.

In che anno mi trovo e dove sono.

   Alla radio c’è uno che immagina di cantare in inglese su una base che è clone di altra musica, e il fatto che blateri con una voce simile a quella di chi abbia una patata in gola deve fare immaginare a molti che sia un valido cantante.

Basta scimmiottare uno stile, qualcosa o qualcuno per avere ragione di esistere? Basta avere un figlio a caso, del quale non ci accorgeremo più, nascosti in un’insignificante trattoria di un qualunque paese, scribacchiare pseudocanzoni e credersi autori, buttare giù qualche banalità credendola sufficiente per farne un libro, rabberciare ogni cosa sulla scia di questa o quella tendenza, di questo o quel modello solo perché già riuscito?

   Questo scenario brullo sembra essere l’immagine culturale del mio Paese. Ma basta davvero? Basta per tutti? O meglio ancora, serve?

Basta candidarsi alla prima lista elettorale che sembri in voga per ottenere voti? E se poi quella candidatura a caso dovesse rivelarsi vincente, che faresti? Il Politico, certo.  Potresti anche tu unirti all’elenco di quelli che portano un po’ di più alla deriva il tuo Paese. Molte altre persone potrebbero ad esempio rimanere ostaggi delle onde o annegare a dieci chilometri dalle spiagge per il semplice tuo proposito di fare la più meschina campagna elettorale. Un voto un morto. Giusto per essere all’altezza del tuo tempo.

   Intanto alla radio un “esperto” dice quanto sia difficile scegliere sceneggiature che portino a film di successo. Indica la sua come un’attività di responsabilità, che richiede passione e dedizione. Blandire chi non è mai stato aiutato a pensare è così diventata un’arte speciale, e te la vengono ad illustrare in una trasmissione di presunta cultura. Se domani qualcuno tenesse delle conferenze su come praticare crimini vari senza venire incriminati, probabilmente anche quello finirebbe per ottenere gradimento e sarebbero sempre meno quelli che si accorgerebbero di ciò che si sta sostenendo.

   L’ascolto di ciò che passa in radio, la visione della madre incapace, del giovane annichilito dal telefono e le affermazioni deliranti su come ottenere il gradimento del pubblico, mi portano a salire su un’astronave ideale per andarmene via. Via.

Il suolo si allontana lentamente sotto di me e guardando in alto riesco solo a vedere una porzione di cielo, immaginando in quella lieve ascensione come ricominciare dalle cose che hanno un senso.

   Se un territorio è ripetutamente offeso e devastato, c’è un limite oltre il quale non si può più bonificare e il desiderio di fuggire verso nuove verginità diviene l’unico proposito. È naturale.

Ma la parte più nobile di me, benché sia anche la più dolente, mi dice che  invece devo restare.

È curioso notare come le cose migliori di noi siano anche quelle che fanno soffrire di più.

   Ma perché resto?

Perché io sono di questo tempo.

E sono di questo tempo in quanto non lo riconosco come mio. Ed è questo il mio segno.

   Io sono io perché so quello che penso e quello che farei al posto di chi dirige il tal ministero, so cosa farei se fossi la madre di quel piccolo e cosa non farei se fossi il ragazzo peloso caduto dentro il telefono. Io sono il mio tempo e sono ogni tempo, perché se non sai più dire neppure a te stesso quando qualcosa fa schifo, allora la vita si ferma lì.

Ma è inutile girarci intorno: essere del proprio tempo può significare solo contrastarlo quando è necessario, non vi è altra strada. E per contrastarlo occorre saperlo ancora riconoscere, che per troppa immersione le cose non si vedono più, e ci si può credere a proprio agio con il volto illuminato da un piccolo visore nel quale penserai di trovarci la tua vita, mentre quella ti sta passando nelle vene e non non lo sai, così come la madre distratta e offesa intimamente da una vita sbagliata non sente più i richiami ostinati del proprio bimbo nato solo e destinato a rifugiarsi dalla paura di vivere negli stessi rimedi adottati da lei.

Bene, allora chi decide le cose per gli uomini che non sanno decidere di vivere?

Il proprio tempo. Quell’insieme ben mescolato di malvagio e indifferente, di eventi epocali, trovate, soluzioni e imposizioni attraverso le quali passa suo malgrado la vita di un uomo passivo, di chi è costretto a subire le cose proprio in quanto non più portato ad accorgersi del fatto che le subisce.

   E qual è il peggiore dei mondi? Quello in cui vivi mentre non ti accorgi più che ciò che stai facendo non è quello che dovresti fare.

   Così mi viene in mente Gaber.

Io credo che se Giorgio Gaber potesse tornare in vita nel giorno dell’ottantesimo anniversario della sua nascita, vorrebbe tornarsene indietro dopo poco. Non sappiamo dove egli sia andato con l’arresto delle funzioni del suo corpo, come non lo sappiamo né mai lo sapremo di nessuno tra quelli che prendono il volo verso il nulla una volta passati, tuttavia di alcuni, come di lui, si è portati a scommettere che se dovessero tornare desidererebbero fare, o addirittura farebbero, un immediato dietrofront per sparire nuovamente.

   D’altra parte il mondo è sempre stato sbagliato.

Ma purtroppo va anche rammentato che, come ho detto, vi sono punti di non ritorno per ogni negatività. Per tutte le cose esiste un invisibile punto di non ritorno, superato il quale non sarà più possibile cambiare le cose. Le si dovrà subire.

   Gaber era un uomo il cui naso sapeva indicare notevoli spunti di riflessione sul reale. Come già altri importanti italiani, rientra in verità in una categoria alquanto diversa rispetto a quella nella quale siamo portati a inserirlo. Si pensa che sia stato un cantante, un chitarrista, un attore, un uomo di teatro-canzone eccetera. Tutte cose che in fin dei conti non hanno alcun significato. Molti fanno queste identiche cose senza che ciò riesca ad avere peso.

Nel suo caso c’era qualcosa di più.

Giorgio Gaber e il suo naso erano dei fini fiutatori di realtà. Sapevano mettersi ad osservare in parziale disparte rispetto ai propri simili, rispetto a persone cioè che avevano lacune comuni, come sbagliare donna, avere l’ansia, non amare la vita che tocca fare, vivere da isolati in una città popolosa, essere circondati da politici sbagliati, che ai tempi erano panzoni attempati segretamente affiliati agli industriali, mentre oggi sono finti damerini ignoranti o finti figli del popolo con felpe mutevoli a seconda delle circostanze.

Insomma Gaber ed il suo naso avevano lo stesso identico problema che ha chiunque si renda conto che la vita può somigliare ad un discreto scorticarsi le unghie mentre aggrappato al suo muro rugoso scivoli verso il baratro inevitabile.

   Faceva ridere illustrando momenti di vita quotidiana atroci. L’intero teatro si sbellicava, rombava per scrosci di risate che poi catarticamente rifluivano in applausi poderosi. Si passava dal silenzio più fitto al boato. Ma quegli applausi erano potenti solo per coprire l’angosciosa voce venuta a suggerire a ciascuno: quello di cui si sta parlando e ridendo, il disperato messo in scena, quello sei proprio tu.

   E quell’uomo disagiato infatti era il chiunque.

L’uomo chiunque di quel tempo.

Appiattito e passivamente adattato a quel tempo.

Allora il Paese nelle sfere decisionali si dava un gran da fare nel congetturare golpe, innescare esplosivi e altre amenità alle spalle di chi credeva che vivere volesse dire avere un lavoro, arrivare alla pensione dopo aver formato una famiglia e acquistato nell’arco di trent’anni di riscatto un appartamento-cella in uno dei migliaia di quartieri di una delle decine di operose città italiane, e così via. Il niente eletto a esistenza. I polli d’allevamento. L’essere vittima del proprio tempo.

   Quelli che si godevano le tirate del Signor G direttamente in teatro o attraverso dischi che erano la cronaca precisa di ciò che accadeva in scena, rappresentavano il cosiddetto ceto medio: mediamente informati, mediamente acculturati, mediamente scolarizzati, soprattutto impiegati, una categoria di lavoratore se possibile ancora più triste di quella rappresentata dall’operaio-gabbato.

Se l’operaio-gabbato poteva infatti illudersi di fondare famiglia lavorando materie prime o parti di oggetti che, se non lo avrebbero ammazzato lentamente, avrebbero poi formato ad esempio cose come ordigni esplosivi sui quali sarebbero poi saltati bimbi  di altre famiglie disperse per il mondo, – l’impiegato, con la sua misera scorta di studi mediocri, poteva sperare di vedersi ingiallire all’interno di uffici insalubri svolgendo mansioni del tutto aliene alla propria vita, e illudendosi di essere comunque una parte più consapevole della società.

   Essere impiegato negli anni settanta corrispondeva a sentirsi una enormità rispetto a qualunque manovale e una nullità rispetto a qualunque imprenditore-capo.

Ma se l’operaio poteva temere la silicosi o la perdita delle dita delle mani, l’impiegato temeva e sperimentava la depressione, che allora medici approssimativi chiamavano “esaurimento nervoso”.

Essere vittime del proprio tempo: due diverse forme di miseria che il naso di Gaber sapeva fiutare con grande maestria.

   Ma se non era un cantante e basta, un attore e basta e così via, che cosa poteva mai essere Giorgio Gaberscik da Milano?

Un sociologo, assai più probabilmente.

Uno studioso del prossimo anche restandosene in piedi al bancone del bar nel consumare cappuccio e brioche. Ti giri con circospezione e osservi il mondo come si manifesta alle 8,40 di un lunedì mattina in un frequentato bar a Porta Venezia. Osservi, e studi.

   Il vero studioso è colui che anche dalla finestra di casa propria sa cogliere il minimo battito di ala che si muove in tutta l’estensione del tramonto.

Gaber apparteneva a questa genie.

La chitarra era evidentemente un pretesto, un supporto, come la famosa seggiola, o il tavolo in scena. Ma il vero strumento della sua indagine era il naso, oltreché fisico, specialmente psicodinamico: uno strumento di scandaglio della realtà sociale, con una particolare predilezione per l’uomo medio.

Quello con cultura media, con media intelligenza, medio in tutte le sue manifestazioni. In grado, soprattutto, di comprendere la propria pochezza.

   Perché in verità, sembrava dirci il fiuto di Gaber, non è di per sé una colpa essere mediocri, essere uomini comuni, appartenere al sottobosco indistinto dell’umanità che con naturalezza si offre in forma di moltitudine ai pochi che le cose le muovono a proprio piacimento. Non è colpa, no.

La colpa vera dell’uomo comune, quella che lo schiaccia al proprio inevitabile, inesorabile ruolo di essere comune e passivo, è proprio la tendenza ad adeguarsi a ciò che non va, il tacere quando le cose non sono quelle volute, il soggiacere a mezzi piaceri imposti solo perché così sembra piacere a tanti, l’incapacità ad alzare la testa per dire quando qualcosa fa schifo.

   E aveva ragione. Perché quando qualcosa è oggettivamente schifosa è sano dichiararlo. Ad esempio io posso dire a buon cuore che mi fa schifo chi pretende di rappresentarmi mentre fa l’esatto contrario di ciò che io farei, mi fa pena chi ha schifo dei disperati, e schifo più profondo me lo suscita il colossale adeguamento dell’umanità tutta, dalla nascita della società delle comunicazioni in poi, trasformando lentamente, progressivamente la specie alla quale apparteniamo. Mi fa schifo che chi abbia qualcosa da dire sia ignorato, e osannato invece chi dice le cose più banali, le più inutili, come schifo mi fa la cieca adesione a stili di vita che a breve verranno schifati dai più, per dedicarsi ad altri.

Ho un’antenna segreta, amici, e come i baffi di Dalì ha poteri supernaturali,  mettendomi talvolta in sintonia con chi crede. Da medium vorrei dunque annunciarvi che, fosse tornato in epoca di socialdemenza, Gaber avrebbe probabilmente trovato il modo più sottile di mettere alla berlina ad esempio questo disperato procedere tra immissioni in rete di immagini gastronomiche, di scatti di gite ai monti e autoscatti di signorine impostate per esibire avvenenze da supermercato. E riderebbe io credo dei più obbrobriosi virus lessicali, dei “piuttosto che”, dei “ci sta”, dei “si è fatta una certa”, “anche no” e via così peggiorando.

   Ma più probabilmente, guardandosi intorno e studiando attentamente il circondario, lui e il suo naso sceglierebbero di tornarsene subito dove il tempo non ha più connotazioni, né stili, né misure o costumi, fissazioni e schiavitù, e dove non è quindi più necessaria alcuna forma di vile adeguamento, men che meno per chi, come il grande naso milanese, non aveva alcuna intenzione di adeguarsi al tempo in cui è vissuto.

   Per questo ha abbandonato la televisione paesana degli anni sessanta e la televisione censoria degli anni settanta, e  snobbato la Milano da bere degli anni ottanta e l’Italia puttana degli anni novanta, preferendovi presto il teatro, una sorta di soggiorno forzato e insieme sorta di salotto pubblico, aperto a centinaia di amici, ai quali illustrare la commedia della mediocrità, e mettendo in scena la passività del prossimo, di quell’individuo cioè che si adegua in ogni tempo, e per questa misera ragione non vive da protagonista in alcuno.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome