Lorenzo Luporini «Per Gaber, mio nonno, quello che era importante, era essere una persona perbene»

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Gaber

Oggi Giorgio Gaber avrebbe compiuto 80 anni. In questi giorni lo abbiamo ricordato con diversi articoli, ma abbiamo voluto anche farcelo raccontare da chi si occupa, giorno dopo giorno, di tramandare il suo patrimonio artistico e culturale, Lorenzo Luporini, che, oltre ad dedicarsi in prima persona della Fondazione Gaber, è suo nipote.

Mi piacerebbe ragionare su due binari: da un lato quello familiare e dall’altro quello più “istituzionale” con la Fondazione. Vorrei partire dal ricordo personale che hai di tuo nonno e chiederti la tua sensazione, da bambino, della sua carriera e della sua importanza artistica.
Sul fronte del ricordo personale, i ricordi sono più legati ad un aspetto familiare piuttosto che artistico, perchè lui è mancato che avevo 8 anni e non potevo ancora comprendere in pieno la dimensione culturale. I ricordi che ho sono legati maggiormente agli scenari “Nonno-nipote”: il biliardino, il fatto che mi ha insegnato un po’ a suonare la chitarra, le partite viste insieme. Non mi sono reso conto di essere il nipote di un cantautore in realtà fino a quando non ho ascoltato la sua musica anni dopo. Quando lo vedevo suonare in televisione da piccolo un po’ mi sono reso conto che forse qualcosa di grosso c’era, ma non vorrei che il mio ricordo iniziasse lì, in realtà in quel momento non capì di cosa si trattasse. Più tardi (a 13 anni direi) quando lo ritrovai nelle playlist degli artisti che ascoltavo ho capito che c’era qualcosa di più.

Dopo cos’è successo?
E’ successo che mi sono messo a studiare. Mi sono messo a studiare sia con la discografia, ma soprattutto con le immagini dell’archivio della Fondazione Gaber. E mi sono documentato. Questo, per dire, dai tredici ai diciassette anni. A 18 ero molto più consapevole ed ho cominciato a lavorare con la Fondazione in varie iniziative.

Esiste una scissione tra l’artista e la persona?
Se vogliamo dirla in questo modo probabilmente parlo più di Gaber che di Giorgio, perchè quello che è Gaber interessa a tutti, mentre quello che è Giorgio interessa a noi. E’ una cosa che rimane molto più nella sfera privata. Non c’è una scissione del personaggio, mio nonno è sempre stato molto coerente nel rapporto tra la sua vita privata e la sua vita artistica. Essenziale, riservato, attento a non dire mai una parola di troppo. Era un uomo molto preciso, molto metodico e anche molto innamorato del suo lavoro, quasi ossessivo. Mi raccontavano che a cena, quando doveva scrivere una canzone diventava monotematico. Per esempio, doveva scrivere una canzone che parlava del mercato? Ecco, i dialoghi si svolgevano così: diceva cose del tipo «Mi passi il sale amore? Invece cosa pensi dei temi finanziari?», oppure «Buona questa cotoletta. Ma tu cosa pensi del mercato libero?». Però la cosa buffa è che lui spesso diceva che avrebbe preferito essere ricordato come una brava persona piuttosto che come un bravo artista. Perchè forse, alla fine di tutto, quello che era davvero importante, era essere una persona perbene, piuttosto che una grande rockstar. Questa era un po’ la sua idea. Poi rimane anche quello che è il suo lavoro artistico in merito di un lavoro pregevole che ha fatto insieme a Sandro Luporini, storico autore dei suoi testi.

Tra l’altro tu porti anche un cognome importante.
Sembra fatto per i diritti d’autore SIAE, ma è una coincidenza (ride). I miei genitori si sono conosciuti perchè Giorgio lavorava insieme a Sandro Luporini, che è il mio prozio, cioè il fratello di mio nonno paterno.

Arriviamo all’eredità artistica, che vorrei dividere in due parti: da un lato l’aspetto più istituzionale della Fondazione Gaber, dall’altro come percepisci, nonostante siano passati 16 anni, la sua eredità, sia nelle fasce più giovani, sia in chi lo ha seguito.
Chi lo ha seguito gli è rimasto molto legato e si emoziona tanto a ricordarlo, perchè il Teatro Canzone creava un rapporto molto personale con chi stava sotto. Una cosa che non si dice quasi mai è che mio nonno non è che facesse teatro perchè non poteva fare altro. Gaber in realtà partì facendo i palazzetti, poi passò al teatro per una precisa scelta artistica e per una necessità di avere un rapporto diretto con tutti quelli che aveva davanti. E con quelle persone aveva un rapporto che è rimasto vero, te lo posso confermare perchè quando parlo con la gente che lo ha conosciuto si emozionano tanto. Quando ne parlo con i miei coetanei invece, che giustamente spesso non hanno idea di chi sia, percepisco una grande perplessità iniziale, però poi mi rendo conto che la perplessità può trasformarsi in interesse, può diventare curiosità, perchè difficilmente Gaber non ti colpisce in qualche modo. Divide tanto, quello si, perchè ti sprona a prendere una posizione.

Personalmente rimango sempre stupito della continua attualità di certi personaggi.
Molte riflessioni sul consumo, sulla società, sul conformismo rimangono attuali. Ma anche quando faccio sentire Quando sarò capace d’amare, che è un altro classico di Gaber, molto intimo, che indaga sull’uomo, vedo che i ragazzi percepisco di avere a che fare con una cosa che parla di loro e con loro.

La Fondazione Gaber invece?
Partiamo col dire che la Fondazione Gaber ha un nome altisonante ma alla fine si compone di quattro/cinque persone che hanno voluto bene a mio nonno. C’è Paolo Dal Bon c’è mia mamma, c’è la collaborazione di Sandro Luporini, mio papà e io che se fosse una cosa “seria” e non una situazione familiare come ti ho descritto, dovrei dire che sono quello che “si occupa dei giovani”. In parole povere mi sono sempre occupato di tutte le attività rivolte ai ragazzi e poi ho fatto qualche attività concertistica. Ricordo ad esempio un evento in Santeria a Milano qualche anno fa, si chiamava “Io ci sono” in cui c’erano Lodo Guenzi, Tommaso Paradiso, Brunori e Appino dei Zen Circus che cantavano brani di Gaber. Diciamo che, con un po’ di presunzione, possiamo dire che sono stati dei testimoni molto importanti. E’ stata un’operazione molto bella.

Noi ci siamo conosciuti lo scorso agosto quando Spettakolo dedicò il mese ad una presa di posizione contro le discriminazioni. Gaber come leggerebbe la società attuale? E come ne scriverebbe?
Faccio una riflessione un po’ complicata: Gaber ha parlato di politica in un periodo in cui c’era uno slancio preciso, quello del ’68 e degli anni ’70. Negli anni ’80, quando c’era il socialismo di Craxi, con una società molto cambiata, Gaber tornò a dedicarsi di persone. Quindi sono sicuro che si interrogherebbe su alcune cose che poi si sono rivelate nelle sue canzoni, penso ad esempio alla profezia di Destra – sinistra, che è una canzone del ’94, ma che forse si compie pienamente con questo Governo (e non lo dico in maniera festeggiante). E poi parlerebbe anche di alcuni temi a lui cari come il conformismo, o del mercato rispetto ai principi un po’ pasoliniani che ha sempre seguito. Però quello di cui sono sicuro è il modo in cui lo avrebbe fatto, con una grande severità, ma anche con tanta ironia, perché penso che quando le cose sono serie sia importante anche riderci su.

E come avrebbe giudicato la scena musicale attuale?
Io non credo che avrebbe avuto dell’astio nei confronti dei talent ad esempio. Mi immagino che un uomo con la sua curiosità ne sarebbe rimasto incuriosito in modo positivo. Lui amava i grandi interpreti, cantava insieme a Mina e lui stesso era un interprete, quindi secondo me non avrebbe avuto dei moralismi da fare sui talent. Sicuramente avrebbe appuntato quelli che sono i pericoli di questi contenitori, quelli di finire in un processo che non costruisce un’identità e alla fine per un’artista l’identità e l’identificazione sono tutto. Per gli artisti quando esci di lì l’importante è avere qualcuno che si sia affezionato a te e alla tua storia. Sulla scena contemporanea più in generale, credo che sarebbe incuriosito da questa nuova autorialità dell’hip pop.

La Fondazione ha in programma qualcosa per celebrare gli 80 anni di Gaber?
Abbiamo diverse cose in programma durante l’anno: abbiamo delle cose in pentola su Milano ad aprile, al Piccolo Teatro e poi faremo come sempre la manifestazione in Versilia, che si chiama Festival Gaber, dove facciamo un festival itinerante in 14 comuni toscani in cui in ogni comune facciamo uno spettacolo da portare in scena che ricordi Gaber. E’ una cosa bella perché facciamo questi incontri con delle personalità varie, anche molto distanti tra di loro. Non ti nego che c’è stata anche qualche polemica per la scelta di alcuni invitati, ma noi siamo dell’idea che lui sia un patrimonio di tutti e chiunque ne voglia parlare è il benvenuto. Siamo accoglienti.

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Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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