Partecipare a Sanremo non è mica come frequentare la Bocconi

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Sanremo

Breve premessa. Un paese moderno, democratico e progressista dovrebbe contare su uno stato che rispecchia valori, idee, bisogni e volontà dei propri cittadini nel rispetto delle leggi. Ad esempio un paese che promuova e sostenga il libero mercato contro il regime del monopolio.
L’Antitrust esiste per questo, per esercitare il controllo su chi detiene una posizione dominante di mercato, nel proprio settore industriale e merceologico.
Ma è la volontà popolare che conta, che determina il corso delle cose, che stimola le istituzioni a fare quello che sono chiamate a fare. Però quando la volontà popolare si assopisce non accorgendosi di nulla, le istituzioni accarezzano il sonno, stando bene attenti a non “svegliare il can che dorme”.

In questi giorni si fa un gran parlare dell’affaire Sanremo e del quasi monopolio affidato all’agenzia che organizza i concerti di Claudio Baglioni. Chi ha lanciato il sasso mettendo bene in vista la mano è stato il giornalista Michele Monina, a seguire Striscia la notizia e ora si è giunti addirittura all’interrogazione parlamentare promossa da Gianluigi Paragone della commissione di vigilanza RAI, in quota 5Stelle.
L’affaire si ingrossa ma non succederà niente. Perché? Perché in questo paese il libero mercato non esiste nemmeno tra le canzonette. Del resto quando un governo va al potere la prima cosa che fa è accaparrarsi la RAI, quindi se i partiti di maggioranza esercitano per primi la posizione dominante, perché mai dovrebbero farlo le aziende private? Ovvio che il cattivo esempio viene dall’alto, dalle istituzioni, per cui lo scagliarsi contro i monopoli privati non sensibilizza o preoccupa il popolo più di tanto. Il popolo italiano si è ormai abituato al monopolio, spesso lo apprezza pure, tanto è psicologicamente attratto dal potere e dagli uomini che lo rappresentano.
Quindi, pur sbuffando, è normale che ad esempio nel calcio la Juventus sia la società che vince da sette anni, perché ha più soldi e potere economico e politico. Ha il parco giocatori più forte, determina il calciomercato, gli sponsor, la lega, le tv e tutto il cucuzzaro. Lo fa e lo può fare perché lo sa fare bene e pure nel rispetto delle leggi, anche se sembra strano.
Come si esercita il monopolio? Sfruttando la posizione dominante rispetto alla concorrenza. Parliamo di cinema ad esempio. Quando la Marvel distribuisce i suoi film nel 70% delle sale, cosa fa se non monopolizzare il mercato? Quando la più grande industria alimentare italiana occupa la maggioranza di metri quadri di scaffali nei supermercati, cosa fa di diverso dal monopolio? Comanda il brand più forte. Si potrebbero fare altre decine di esempi, fare la lista dei monopolisti italiani o delle aziende, quelle che in termini diversi si chiamano “aziende leader nel settore” ma tanto sono cose che conosciamo bene da sempre.
Ora la F&P, l’agenzia che cura gran parte degli artisti musicali italiani, non fa niente di diverso dagli altri grandi brand. Esercita il suo potere di mercato che come si evince è persino promosso e sostenuto da un’istituzione come la RAI, un’azienda pubblica che vive sia di pubblicità, sia del canone pagato dai cittadini.
Certo, il regolamento Rai sul Festival impone dei limiti ben precisi, ma quando mai nel nostro paese i regolamenti valgono qualcosa? Mica siamo anglosassoni noi, siamo latini, siamo il paese dei “dica dottò, che posso fare per lei?”, dei tiragiacchetta, dei cambiacasacca, del “non ci risulta” e via di questo passo.
È il paese occidentale ideale per favorire i regimi di monopolio. Sono più di dieci anni che le piccole e le medie imprese non reggono il potere sovrastante delle multinazionali o delle imprese più forti. Da sempre i pesci grossi mangiano i piccoli e non viceversa, a meno che non si uniscano in branchi come i pirana.
Quanto detto non è certo per giustificare il dominio di pochi nei confronti di tutti gli altri, ovvio che no. Ma è bene ricordare a proposito di Sanremo che i patron (una volta si chiamavano così, se non comunemente impresari) gestivano il cast di Sanremo in piena libertà di azione, parlo di signori quali Ravera o Aragozzini. La differenza tra i decenni passati e oggi è che una volta la spartizione, i favori o il business giravano su più tavoli. Anche una piccola etichetta discografica poteva accedere al Festival senza particolari problemi; persino singoli artisti se ovviamente finanziavano di tasca loro la partecipazione, o in altro modo, magari tramite raccomandazione dell’onorevole di turno.
Fiumi di libri, saggi, articoli e inchieste giornalistiche sono stati scritti su questo, nel corso di ben 69 anni. Classico e storico “disordine sotto il cielo” nella nostra storica cultura clientelare.
Oggi, invece, comandano in pochi, due o tre, se non uno solo. È il mercato che è cambiato. Superfluo ricordare che le grosse fusioni industriali in tutti i campi della produzione, persino in quella artistica e intellettuale, hanno in mano le redini del mercato. Il problema quindi non è tanto di chi gestisce la fetta più grande di mercato, ma di chi glielo concede. E guarda caso la concessione parte sempre dalla politica, governi e partiti, quindi dallo stato stesso. Ma questo nel dibattito social, sempre piuttosto arruffato e un po’ confuso, lo si dimentica spesso.
In verità la Rai ha precisato a riguardo che “In questa edizione del festival, quasi 4 artisti in gara su 10 pari al 37% sono prodotti da artisti indipendenti, una scelta volta a premiare l’innovazione, il merito e la crescita dell’industria musicale e non sussiste alcun conflitto di interessi”.
In una seconda nota si legge:“Ogni selezione editoriale deve tener conto delle peculiarità del mercato musicale italiano, un ambito fortemente concentrato, con la stragrande maggioranza degli artisti gestiti da un ventaglio molto ristretto di società”.
Questa frase si può tradurre in modo molto semplice e diretto. L’ambito fortemente concentrato e il ventaglio molto ristretto di società significa: prendiamo i più importanti artisti scegliendo tra i pochi player che li gestiscono non in ambito di management ma di circuito live, differenza se vogliamo relativa se pensiamo al valore indotto che offre Sanremo.
Dato che la F&P ha molti degli artisti italiani più gettonati, è ovvio che ne abbia più degli altri in gara. Se a questo aggiungiamo anche il cast degli artisti della maggiore compagnia discografica (Sony) il quadro si completa facilmente. Come per la Juventus, vale il discorso che se hai a disposizione il parco giocatori più numeroso e migliore, è più facile. Se poi il campionato diventa noioso, dato che tra la prima e la terza in classifica ci sono ben 19 punti di differenza, beh… che ce lo diciamo a fare?, come dice spesso Al Pacino in un noto film.
Quello che stupisce è che la gente continui a credere nel sogno americano, come nei film di Hollywood, dove anche uno sfigato può arrivare in cima alla classifica. Peccato che si dimentichi che i sogni li produce e li vende proprio Hollywood.

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Roberto Manfredi
Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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