Sanremo 2019. Ecco chi è Rancore, il rapper che affianca Daniele Silvestri

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Rancore

Rancore a Sanremo, anche se non da solo (rappa in Argentovivo di Daniele Silvestri) fa strano. Fa strano perché, per quanto si stia sdoganando la scena rap nel panorama italiano, quello dato in pasto al pubblico di norma è un prodotto di plastica, usa e getta, edulcorato o con una rabbia adatta più al cattivo di un cartone animato che ad un essere umano vero.
Qui invece parliamo di altro. In una scena tra animali da circo che danno al pubblico ciò che questo chiede a gran voce in cambio di una bistecca gratificante e vecchi leoni che una volta regnavano nella savana sterminata prima di finire a invecchiare e ingrassare tra i flash e gli applausi di un pubblico di bambini incantati e genitori che sbadigliano annoiati c’è qualcosa di confortante nell’avere qualcosa che appartiene a pochi interessati.
Qualcosa di selvaggio, qualcosa di puro allo stato brado.
E allora vorresti difenderlo, vuoi avvisare quel branco del pericolo, vuoi curare quel predatore ferito che arranca nella sua dignità, vuoi insegnare all’animale a essere animale.
Ma l’animale è animale, la prima regola del documentarista è non intervenire e lasciare che la natura faccia il suo corso.
Darwin farà il resto.
E poi arriva Rancore, al secolo Tarek Iurcich, sangue croato ed egiziano temprato dal Tufello e da quella Roma verace poco seppia e molto grigia, strascichi della quale sono immancabilmente presenti nel pezzo che con ogni probabilità colpirà gli spettatori come un gancio al fegato.
Un falso mito racconta che la parola rap sia l’acronimo di Rythm And Poetry.
Samuel Taylor Coleridge afferma che la poesia è “emotion recollected in tranquillity”.
Diamo per buona questa nomenclatura del genere e prendiamo a piene mani questa idea intrinseca della catarsi inerente alla poesia stessa: dove lo troviamo lo spazio per del rancore? Analizziamo la parola stessa

Rancóre s. m. [lat. tardo rancor -?ris, der. di rancere «essere rancido» (è quindi, propr., l’astratto di rancidus)]. – Sentimento di odio, sdegno, risentimento profondo, non manifestato apertamente, ma tenuto nascosto e quasi covato nell’animo.

C’è un bisogno spasmodico di gridare, raccontare, parlare, comunicare, analizzare, anche sputtanare, una smania di sputare la propria anima su un microfono, l’anima di uno che lucidamente guarda intorno a sé e vede.
Cosa vede non importa neanche troppo.
Vede, questo basta.
Dalle battaglie freestyle e dalle comparsate nei licei quando ancora adolescente il rapper romano si è ritagliato sempre più un posto di rilievo tra gli appassionati del genere pur rimanendo sempre non troppo vicino ai riflettori.
Lo stile unico è una miscela senza soluzione di continuità di testi e ritmi sanguigni e raffinati, grevi ma con classe, una cultura immensa mantecata nel ghetto, quello più simile a quello vero.
Un costante animo crepuscolare è lo sfondo costante di molte sue creazioni, l’impossibilità di vedere un vero lieto fine, troviamo speranza, troviamo lotte disperate, troviamo un semplice stringere i denti ed andare avanti, ma c’è sempre una nota malinconica, sempre quel sentimento rancido che ti fa dire “si però…” un po’ come in quei film horror di un tempo.
O come nelle storie vere.
Ora andiamo ad affrontare qualche canzone adatta per immergere i piedi prima di bagnarsi nel mare magno della sua discografia:

S.U.N.S.H.I.N.E.

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Pezzo poster di quel periodo estremamente florido che è stato la collaborazione con Dj Myke, una poetica cruda e sofferente che va in putrescenza di pari passo al mondo e tramite la parola rinasce. Probabilmente descritto così non ha senso, le mie parole non hanno senso, inquadrare questo pezzo non ha senso. Facciamo così, mettete play e preparatevi ai 7 minuti e 48 secondi tra i più intensi dell’hip hop. Per hip hop intendo anche quello d’oltreoceano.

Capolinea

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Una carrellata di fotogrammi e racconti di storie visti da un autobus notturno che incede per Roma, tante storie raccontate in pochi versi, istanti inconsistenti nell’economia generale, inutili, superflui e in quanto tali struggenti e toccanti.

Lo spazzacamino

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Attingendo alla poesia di William Blake volta a denunciare i bambini costretti a lavorare come spazzacamini nella Londra a lui contemporanea, Rancore e Dj Myke riprendono l’immagine e in parte la stravolgono rendendo la fuliggine che corrompe e ruba l’innocenza anche un modo per ripulirsi e redimersi.

Scirocco

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Affiancato da un altro mostro della scena nel narrare questo triste racconto in cui il vento è viatico di un cambiamento di stato tanto drastico quanto apparentemente necessario, Tarek tira fuori una strofa che potrebbe tranquillamente essere inserita in una qualunque antologia senza sfigurare, anzi…

Underman

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Singolo d’introduzione all’ultimo album (in senso cronologico ovviamente) “Musica per bambini” questo pezzo sembra essere un recap, un punto di inizio, un reboot nel quale rigenerare un universo narrativo e ricominciare a raccontare sè stesso con parole semplici: esattamente come se dovesse spiegarlo a dei bambini. Non esita neanche a togliersi un sassolino dalla scarpa ricordando alla scena mainstream che“È musica che non vende, di certo non fa i milioni Portando rispetto a tutte le donne scrive canzoni Musica che non parla di soldi e di medaglioni Per questo quando l’ascolti mi dici “Che due coglioni”.

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