Ermal Meta al Bellini: una notte d’inverno, un sognatore

L'artista italo-albanese fa tappa a Napoli con il suo tour teatrale in compagnia dello Gnu Quartet: due ore per vestire di nuova bellezza una favola diventata storia.

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Ci sono tanti modi di narrare una storia: lo si può fare con fredda e nuda precisione, e allora diventa cronaca; si possono mescolare elementi di realtà e d’invenzione, e allora si parla di racconto più o meno romanzato a seconda di quale delle due componenti prevalga; si può semplicemente catturare un sogno, una suggestione, una scintilla pescata in un’alba o in un sorriso, ma anche in un molto più prosaico terreno battuto dalle suole o in un piatto gustoso, e sottoporli alla maestria di una sartoria di parole che li vesta con tessuti e colori differenti, rendendoli somiglianti all’alba, al sorriso, al terreno, al piatto a cui tutti pensiamo, d’istinto, a occhi chiusi, quando questi termini ci arrivano all’orecchio, poco importa se quell’alba ci abbia accecati o riscaldati, se quel sorriso fosse sarcastico o amorevole, se quel terreno ci abbia riportato a casa o sia stato motivo d’inciampo, se quel piatto ci abbia disgustati o fatto gridare al visibilio gustativo.

Ermal Meta, accompagnato dai quattro straordinari componenti dello GnuQuartet (presto pubblicheremo un’intervista esclusiva che permetterà a chi lo desideri di conoscerli meglio), nella sua più recente avventura artistica decide di impugnare strumenti e spartiti come pennelli, sedendosi al tavolo e creando una modalità di narrazione ancora diversa: dal suo contenitore di vita tira fuori le tavole illustrate animate e inizia a ridipingerle, concentrando l’attenzione sui colori primari e modificando così la prospettiva sui protagonisti di ogni singolo episodio in note.

In una cornice di legno, velluto e riverberi di Storia a far da sfondo silenzioso e ascoltatore complice di ogni sussurro, le stelle giochi di luci creati con estrema classe, gli astri sfere colorate che simulano il sorgere e il morire di ogni nuovo giorno sollevandosi e abbassandosi quasi al ritmo dei respiri, i volti immaginati da Ermal vengono inquadrati da un occhio che sempre abbraccia, medita, accarezza e sprona, ma non giudica e anzi sceglie di scendere ancora più in profondità, spostando il proprio punto d’osservazione per cogliere spigoli e curve che, da fermo, sarebbero rimasti bui; il violino, il flauto, la viola, il violoncello, le chitarre sono quell’occhio, dolce e sincero, attento e ribelle: ecco allora che i pennelli di corde e argento marcano nella splendida Voce del verbo, richiesta di prendersi cura di un cuore che s’è speso troppo e porta addosso, a volte con orgoglio, a volte con timore, tutte le scalfitture di amori sbilanciati, non più lo sguardo basso di chi implora sperando, ma le braccia aperte di chi regala con fiducia; le sfumature di rabbia e rivalsa di Lettera a mio padre, cambiando focus, diventano il passo certo di chi ha troppo da vedere per lasciare alle cicatrici il potere di indolenzire i muscoli riducendone la capacità di camminare e costruire; la gioia un po’ infantile e decisamente trascinante del riconoscersi nel sorriso dell’altro, cuore di Dall’alba al tramonto, con l’incalzare di ritmiche più acustiche sorprende diventando essa stessa il suono concitato ed ebbro di quel correre mano nella mano senza altro approdo che non sia un domani da scrivere insieme.

La Piccola anima che scappa dai suoi fantasmi in una notte distratta e buia non è più ripresa di schiena, chiusa in se stessa per proteggersi dal freddo di una ferita inattesa, ma di viso, sul quale si dipinge una espressione di stupore commosso di fronte a una promessa in punta di piedi. Lo stesso stupore commosso che coglie Ermal e il pubblico in sala quando, come in occasione di ogni live dell’artista, su questo pezzo le voci si fondono con una tale armonia da non riuscire più a percepirne le distinte identità, in un coro che è calore, incoraggiamento e protezione reciproci.

Vietato morire con i colori nuovi è la carezza salvifica di una madre coraggiosa più che l’eco della sua voce ferma e incrinata che risuona nella mente di un figlio diventato uomo a suon di cadute, Quello che ci resta è lo sguardo che si sposta sulle mani che si cercano timorose alla luce di una fiammella timida ma stoica allontanando l’attenzione dal buio di un silenzio che guadagna spazio di attimo in attimo; 9 primavere diventa quel ti voglio bene che lascia le labbra in tempo per raggiungere il destinatario ingannando il moto della porta che s’appresta a chiudersi, Bob Marley — probabilmente uno dei pezzi nei quali si avverte più forte la magica complicità con gli Gnu — è un carnevale di imbarazzata leggerezza e dolce sfrontatezza tipiche della prima dichiarazione d’amore e un moonwalk sonoro, come l’iconico passo di MJ sembrava fare con la gravità, rende impalpabili i contorni tra i due brani, facendo dell’incipit di Billie Jean l’imponente lancio di coriandoli che accende la festa e incita alla gioia.

Molto bene molto male nei suoi colori primari, a tamburi muti e aria vibrante, si trasforma da propulsore esplosivo in energia cinetica costante, rallentando la potenza dello scatto ma non la tenacia della corsa alla volta di una vita che assomigli alla migliore versione di noi stessi.

Non mi avete fatto niente, con un inizio dalla sonorità del tutto differente rispetto alla versione originale, non è più il primo piano di un dolore diventa rabbia resiliente, ma piuttosto l’inquadratura fuori fuoco del volto di chi riapre gli occhi dopo un’esplosione e annebbiato, intorpidito e ferito, si prende qualche attimo per ritrovare se stesso in una realtà nuova e il coraggio di affrontarla, più fragile e più consapevole insieme.

Amara terra mia è già colori — e calore — primari: polvere, arsura, addii umidi di solitudine e sudore, montagne nemiche e cieli di speranza, solchi di fatica sulla pelle e di nostalgia nel petto. La proiezione della luce acustica rende quel paesaggio e quei visi ancora più struggenti, ancora più vivi: fermare una lacrima sul finale in falsetto, che è aria alta da respirare e insieme macigno che inchioda al passato per il terrore di non riuscire a scorgere nulla nella nebbia del futuro, è umanamente impossibile. Soprattutto qui, in questa terra che amara e dolcissima lo è davvero, per colpa e merito suo, da sempre.

Si potrebbero analizzare e descrivere angoli e quadri nuovi per ciascuno dei brani, ma forse è il caso di soffermarsi su un altro aspetto: Ermal Meta non è solo il ridisegnatore di istantanee in movimento; come ogni bravo autore, infatti, si intrufola tra i  giorni e le trame emotive che racconta dando voce, con la sincerità e la spontaneità che gli sono proprie (e alle quali chi lo segue dovrebbe aver fatto l’abitudine, ma che sono però così rare nel bailamme quotidiano di maschere e retorica da rendere questa abitudine un miraggio), a pensieri e ricordi, ad aneddoti e battute in punta di sarcasmo, a manifestazioni d’entusiasmo e affetto che si fanno doppio vetro, uno che permette una affacciata privilegiata su quei cambi di prospettiva e l’altro che li riflette, illuminando le parti della nostra anima che tanto assomigliano ai volti, agli urti, ai rivoli di sofferenza, poesia e felicità che l’artista dipinge con disarmante, colta, umanissima naturalezza: dita macchiate di colore e terreno, anima che scruta e sogna con la stessa incrollabile determinazione.

Come vi abbiamo anticipato all’inizio di questo nostro resoconto, presto condivideremo con voi una ricca intervista esclusiva realizzata ai quattro Gnu proprio in occasione del concerto del quale stiamo provando a descrivervi — pur consapevoli che mai una sequenza di caratteri potrà imprigionare percezioni che scorrono molto più in profondità di quanto gli occhi riescano ad arrivare — le sfumature più suggestive.

Non si può  fare a meno, però, di rimarcare quanto prezioso sia il loro contributo in questa splendida opera di riscrittura di una bellezza dal forte sapore di vita: Francesca Rapetti (flauto), Roberto Izzo (violino), Raffaele Rebaudengo (viola) e Stefano Cabrera (violoncello) sono proprio le particelle che, mescolandosi fra loro e a un talento cristallino come la proverbiale acqua di sorgente, vanno a formare i più corposi, palpitanti, fluidi colori della tavolozza che Ermal Meta tiene stretta tra le sue dita: come hanno raccontato al nostro microfono, l’artista ha lasciato loro assoluta carta bianca nel ridisegnare contorni e forme di storie e battiti e il risultato è tutto ciò che la Musica dovrebbe essere per meritare con piena dignità questo titolo: sul palco armonie e fraseggi diventano incantevoli, raffinate ma sempre sincere e mai artatamente sofisticate danze di propositi e complicità, come gli scambi tra amici veri, che hanno tanto da dirsi eppure sanno benissimo quanto denso possa diventare un chiacchierare che non usi la voce. Archi e flauto non sorreggono, ma vigilano sui personaggi disegnati da Ermal, proteggendoli e portandoli su strade differenti, angeli custodi laici e lievi, discreti ma trasformativi, che riempiono lo spazio con la loro luce e si fanno ombra discreta quando a illuminare la scena è un prorompente bisogno di sentire, nella forma più nuda possibile. Musicisti-gemme, fuor di dubbio.

Ermal e gli Gnu tornano sul palco due volte ed entrambe le volte il responso del pubblico assomiglia a un abbraccio, rumoroso e caldissimo, che non vuol sciogliersi, uno di quegli abbracci così pieni di  gratitudine, di promesse da mantenere e di timori da sussurrare che, parafrasando un pezzo di Meta, davvero si vorrebbe che non ci fosse notte per questo giorno. Il cantautore non riesce a celare la sua commozione e quel “non riesco ad andarmene, è pazzesco” c’è tutta la gamma emotiva del ridisegnatore che sa d’aver completato l’opera, riproducendo su carta esattamente ciò che la sua anima gli suggeriva: l’ultima pennellata lieve ai personaggi che continuano a passeggiare, a lottare, a perdere, ad amare, a credere, a curare, a sognare; una mano che, delicatamente, allontana qualche granello di polvere colorata che potrebbe sciupare la perfetta imperfezione della tavola; un “arrivederci” che è un sorriso lucido di tenerezza e orgoglio, perché quei personaggi tratteggiati, coccolati e rifiniti, adesso, alzando lo sguardo, sono diventati duemila occhi che ringraziano e ripescano ricordi e gridano ribelli e si ostinano a volare correndo. La raccolta si chiude, nell’attesa d’iniziare un altro viaggio. Sotto quella copertina, che non sarà più oro e velluto come i palchi e la platea del Teatro Bellini di Napoli (cornice d’inestimabile suggestione), ma assumerà le tonalità di città e prospettive diverse, anime per niente piccole, pacifisti testardi, primavere che attendono di sbocciare, terre culle di ricordi dolci e aspri, figli grati e note come muse viaggeranno anch’essi, creazioni di un’anima che cresce costantemente e ruba alla vita ogni sua scheggia, sia essa di diamante o di pietra, per farne speranza e coraggio da seminare con dita, tasti, corde e sfacciato amore.

Chi conosce già bene la produzione di Ermal Meta e chi invece avrà distrattamente ascoltato di lui una canzone o due ma avverte la tentazione di far capolino in una delle tante, preziosissime locations che ospiteranno le tappe di questo viaggio, vivranno sensazioni apparentemente opposte, ma in realtà complementari: i primi entreranno in una casa nuova, ma siederanno presso lo stesso camino di sempre, trovando familiare e inconfondibile il suo calore; i secondi si ritroveranno in casa un camino appena costruito, che proietterà su pareti note immagini e ombre nuove, tutte da decifrare, riconoscere, reinventare. Che siate ascrivibili all’uno o all’altro gruppo, se vi è possibile, concedetevi la gioia di goderne. Perché è Bellezza. Autentica, scevra di retorica e fronzoli di clamore, in punta di archetto ma potentissima. E in questo periodo più che mai se ne ha un enorme bisogno.

LA SCALETTA DEL CONCERTO:
Voce del verbo
Lettera a mio padre
Dall’alba al tramonto
Piccola anima
Niente che ti assomigli (dal repertorio de La fame di Camilla)
Due lacrime (dal repertorio de La fame di Camilla)
Vietato morire
Quello che ci resta
Caro Antonello
9 primavere
Bob Marley (mash-up con Billie Jean)
Le luci di Roma
Schegge
Molto bene molto male
Un’altra volta da rischiare
Non mi avete fatto niente
Sperare

Prima pausa e ritorno in scena:
Unintended (cover dei Muse)
Mi salvi chi può
Amara terra mia

– Seconda pausa e ritorno in scena:
Voodoo love
A parte te

Certi di non bruciare i margini di una emozione ancora da scoprire, ma anzi di accendere il desiderio di viverla, vi proponiamo il video della intensissima interpretazione di Amara terra mia:

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Sulla pagina Facebook ufficiale di Ermal Meta sono elencate tutte le prossime date del tour, alle quali si aggiunge l’appuntamento nella terra natia, a Tirana, annunciato con entusiasmo dall’artista stesso.

Qui  la splendida fotogallery di Impressioni61, dalla quale abbiamo tratto le immagini inserite in questo articolo.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più sulla vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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