10 Brani per scoprire gli Zen Circus

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Zen Circus
@Magliocchetti

Con l’annuncio ufficiale della prima metà di partecipanti alla kermesse arrivano, puntuali come ogni anno, le più disparate reazioni, scommesse, previsioni, ipotesi di complotti orditi dalle case discografiche, critiche e dubbi.
Facendo un rapido giro tra bacheche e feed noto subito che la domanda che va per la maggiore è “Si, ok, ma chi sono ‘sti Zen Circus?
La risposta sintetica sarebbe: un gruppo rock italiano con circa un quarto di secolo alle spalle.
La risposta di Edoardo sarebbe: UN GRUPPONE ASSURDO CHE TI GIURO SO’ TROPPO FORTI.
La risposta che cerca di mediare tra le due racconterebbe la storia di un gruppo che fa musica dal 1994, che ha cambiato formazione più volte mantenendo la propria identità intatta ed ha sviluppato la propria identità crescendo e non cambiando, una band in grado di cantare la provincia nel senso più universale del termine.
Mettiamo un attimo a fuoco i volti che vedremo in Rai per poi dedicarci alla musica: la voce e il volto (ma anche la chitarra e l’armonica) del Circo Zen appartengono ad Andrea Appino, membro fondatore del gruppo con un’ottimo progetto parallelo da solista in fondina (Targa Tenco 2013 per quella bomba di album che è Il Testamento), Ufo imbraccia il basso sin dal giorno in cui il nome The Zen Circus è stato partorito, Karim Qqru maltratta amorevolmente la batteria dal 2003 portando quella cattiveria necessaria (il sogno resta di vederlo con l’iconica canotta “Eat Pussy Not Vegetables” sul palco dell’Ariston) e a concludere il quadretto c’è il (non così tanto) nuovo acquisto meglio conoosciuto come il Maestro Pellegrini riuscito a diventare in brevissimo tempo un volto da incidere sul “Monte Rushmore” Pisano.
Un articoletto non basta per riassumere una carriera così lunga e pregna quindi mi avvalgo della possibilità di lasciar parlare la loro musica, quindi, in attesa della loro esibizione con L’Amore è una Dittatura sul più famoso palco d’Italia, ci andiamo a fare un piccolo viaggio attraverso la loro discografia basilare.

L’ANIMA NON CONTA

Partiamo subito con il piatto forte, magari non il più buono nel menù, ma senza dubbio il più famoso.
Un tocco Soul, delle liriche semplici ma d’impatto e la chitarra del maestro Pellegrini che accompagna in maniera dolce e decisa le onde del vento che si infrangono sul volto mentre noi, con gli occhi chiusi, ci ritroviamo sul ciglio della scogliera pronti a buttarci.
Questo pezzo fu anche inviato alle selezioni per Sanremo ma non venne considerato valido in quanto già edito.
Ah, quasi dimenticavo, se fate il paragone con Ligabue vi aspetto nel parcheggio del Lidl più vicino non appena fa buio, venite soli.

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CATENE

Per chi non conosce bene la formazione capitanata da Andrea Appino è importante svezzarsi il prima possibile sull’ultimo album e andare a ritroso: le melodie più “complessamente semplici” e meno aggressive potrebbero lasciare interdetti i più affezionati al loro lato più fierce.
Il singolo che ha anticipato Il Fuoco In Una Stanza si fa manifesto di una svolta intimista che va a cogliere l’essenza distruttiva e catartica dei legami.
In ogni canzone c’è il fuoco, in ogni cosa c’è il fuoco: bisogna saperlo riconoscere ed individuare.
Troviamo raccontato il tema della perdita ma anche di quelle rinascite che lascia un senso di amaro e di colpa, si parla di spolpare le relazioni fino a raggiungerne l’ossatura per ritrovarvi le sensazioni più istintive e basilari che ci legano agli altri.
La prima volta che l’ho sentita ho pianto. Le altre pure.

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VIVA

Viva è l’inizio, Viva è un video correlato di Youtube partito più per caso che per altro, Viva è “Ma lo sai che questi so forti, famme vedè un po’ come se chiamano…“.
Viva è un grido, Viva è una liberazione di dire quello che non si può dire, Viva è purificazione, Viva è spaccare a pugni lo schermo d’ipocrisia e del luogo comune.
Viva è quella giornata esasperante, Viva è l’espressione incattivita quando ti senti intrappolato.
Viva è il pogo alla fine dei concerti, Viva è il colpo di grazia alle corde vocali, Viva è un inno.

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ANDATE TUTTI  AFFANCULO

Se durante un live vedi Appino mettere mano all’armonica puoi stare certo che accadranno le due seguenti cose: Sta per suonare Andate tutti affanculo e ci sarà un momento di intimità tra pubblico e artisti da antologia.
Andate tutti affanculo segna la svolta italiana, il 2019 porterà con sè il decimo anniversario dall’uscita del disco che ha dato forma all’attuale Circo Zen.
Il pezzo è sia un punto d’inizio che una pietra miliare nel loro percorso, è uno sfogo posato ma per questo ancora più sentito ed efficace, unirsi a migliaia di voci per mandare tutti affanculo è un momento magico intramezzato da una chitarra pizzicata che ipnotizza tutti, si fa maestra e signora dettando legge e tenendo tutti sull’attenti.

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NATI PER SUBIRE

No spoiler su questa: andatevela a sentire, leggetevi il testo poi tornate qui.
Perchè gli Zen Circus sono grandi? Anzi ancora meglio: Perchè gli Zen Circus sono ascrivibili come artisti?
Se sentiste il mio professore di sociologia vi direbbe che l’artista è, ancor più dei filosofi, degli studiosi e dei sociologhi, quello che è in grado di leggere per primo la società in cui si trova.
L’artista non sta anni avanti, non è decontestualizzato ma è semplicemente in grado di leggere meglio di altri dove vanno le linee del tempo.
Se guardate quel numerino che è la data, vedrete bene come Nati per subire sia del 2011.
Nati per subire è il manifesto di un album omonimo che descrive, cataloga, analizza ed evangelizza quella che sarà una decade a partire dai suoi albori.
E poi non potete dire che non carichi a bestia…

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NON VOGLIO BALLARE

Decadente, ritmata, dannatamente godibile.
Una ballata che ha lo stesso sapore di un bacio al retrogusto di nicotina, un pugno nello stomaco più preciso che violento, la disillusione di una poetica che ha sempre fatto da sfondo agli ambienti in cui Zen e affini appartengono, ideali sbiaditi che sembrano ormai prigioni.

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FIGLIO DI PUTTANA

Nella prima metà di carriera, prima di Andate tutti affanculo per intenderci, il Circo ha visto unirsi ai propri ranghi un certo Brian Ritchie (Violent Femmes) in veste di produttore e di quarto membro per i live.
La collaborazione durò solo un annetto ma questo pezzone rimane uno dei pochissimi spiragli della loro vita precedente che ci lasciano intravedere ad ogni concerto.

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I QUALUNQUISTI

Due palle d’acciaio fumanti.
È un testo che non ha paura, mette a nudo e ridicolizza in maniera sferzante e sistematica.
Il comparto strumentale canzonatorio che si solidifica nei ritornelli è uno dei più riconoscibili e rende questa canzone il vero flagello delle prime file: già dalle prime note il pubblico inizia a formare un enorme cerchio per dar vita al pogo più cattivo e maleducato della serata.
In otto concerti ho perso un paio d’occhiali, una scarpa, ho d’altro canto ricevuto due occhi neri, un dolore duraturo a spalle e costole, mi sono ritrovato improvvisamente una nota tipologia di mix tra tabacco e simpatici additivi naturali tra le labbra e una birra assorbita più dai vestiti che dalla bocca.
Ma alla fin fine, anche se dolorante e disagiato,bisogna ricordarsi di ciò che disse Hitler ovvero “Alzati e cammina!

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ILENIA

C’è qualcosa di magico in questo uragano musicale nato dalle parole di una fan.
La voce del cantante ha ben poco di femminile ma basta un ascolto per sentire Ilenia come una parte di noi, Ilenia è uno stato mentale, Ilenia è una frustrazione che trova a volte una liberazione, a volte un placebo, a volte una speranza.
Non è un caso che si tratti di uno dei pezzi più aggressivi dell’album dove la chitarra elettrica mette subito in chiaro le cose e la batteria ribadisce con veemenza la debordante e sconvolgente potenza delle fragilità raccontate.

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VENT’ANNI

Vent’anni è un breve inno ultragenerazionale a un qualcosa di sfuggente per alcuni di noi, qualcosa di estremamente vivo per i più stagionati.
Per me è un misto di Fernweh (la nostalgia di tempi e luoghi mai vissuti) e una traslazione dell’oggi: se da un lato il reggimento proletario e le risse quotidiane con i fasci sono lontane, dall’altro c’è un’universalità e un’atemporalità propria dei 20 anni che rifugge facili malinconie e melensità da ricerca del tempo perduto ed è viscerale.Anche gli amici morti di figa assumono un ruolo fondamentale in una poetica di un disincanto inconsapevole, allegramente fatalista.
Ma poi chi di noi a vent’anni non era uno stronzo?

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