Motta: parlo dell’Italia e dei migranti. Ma la mia non è una canzone politica.

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Motta
@Claudia Pajewski

Che la canzone che Motta porta a Sanremo fosse una di quelle che mi piacciono di più lo avevo scritto subito dopo i preascolti dei 24 brani in gara. Dopo averla risentita più volte (incluso il duetto con Nada, che ha vinto il relativo Premio), confermo il giudizio. E la mia stima per questo cantautore nato a Pisa da famiglia livornese sale dopo aver appreso che non farà alcun “repack” di Vivere o morire, l’album, uscito circa un anno fa: «Ci ho studiato a lungo per mettere in fila le nove canzoni di quel disco, e inserirne una completamente diversa vorrebbe dire stravolgerlo».
In effetti Dov’è l’Italia potrebbe essere l’inizio di un nuovo album: «Ma quando arriverà non lo so. Quel che so è che questa canzone rappresenta nel migliore dei modi quel che io sono oggi».
Poi aggiunge: «In vita mia non ho mai lavorato così tanto a un singolo brano, ci sono dietro dall’inizio di giugno. L’ispirazione iniziale è nata sull’isola di Lampedusa, dove ho conosciuto il capitano di un caicco che mi ha raccontato storie straordinarie. Di solito inizio a scrivere quando torno a casa dopo un viaggio, in questo caso ho avvertito una tale urgenza che mi sono messo a scrivere quando ero ancora sull’isola».
«Questo pezzo», dice ancora Motta, «è la summa di diversi viaggi. Praticamente un mix tra sensazioni vissute a Lampedusa e altre vissute a New York, in Messico o a Roma, la città in cui vivo. Ci sono strani parallelismi. New York è il disincanto totale. A Lampedusa ho incontrato degli autentici supereroi. Forse il fil rouge sta nel rispetto per tutto ciò che è diverso. Anche se ci tengo a chiarire che questo brano non ha niente di politico, semmai è immerso nel sociale. È una canzone piena di speranza. Io penso che chi scrive deve avere fiducia negli altri, altrimenti per chi le scrive le canzoni? Lo so che mettere assieme i termini disincanto e innamoramento è un ossimoro, ma io voglio provarci. Io sono molto innamorato dell’Italia. Questo però non mi impedisce di dire che il nostro, forse, è un paese malato, non c’è più civiltà, c’è troppa cattiveria, troppa violenza, abbiamo smarrito ogni forma di educazione civile. In questo la penso esattamente come Baglioni, le cui parole peraltro sono state strumentalizzate: lui ha fatto semplicemente un’osservazione di carattere umano, e tutti ad accusarlo di averla buttata in politica. Comunque, anche se ormai il nostro è un paese malato, io voglio stare qui e dare il mio piccolo contributo: essendo un cantautore, consiste nel provare a raccontare nel migliore dei modi quel che succede, la realtà che ci circonda. E mi auguro che ognuno di noi voglia essere protagonista del proprio tempo, senza voltarsi dall’altra parte».
Prima di questa, sul palco dell’Ariston era già salito due volte, ma era una situazione totalmente diversa: ci salì nel 2016 e poi di nuovo nel 2018 per ritirare due prestigiose Targhe Tenco (rispettivamente “miglior opera prima” e “miglior album”): «Ma l’atmosfera e le pressioni non sono assolutamente paragonabili. Il fatto è che con Sanremo in un colpo solo arrivi a parecchi milioni di italiani, quindi non può esserci un altro palco uguale a quello».
(In questa breve videointervista racconta la sua esperienza sanremese)

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Tornando a Dov’è l’Italia («Mi raccomando, senza punto interrogativo. Anche perché io quando scrivo canzoni non uso la punteggiatura»), un cenno lo merita la copertina: in pratica una fotografia dell’Africa del Nord e dell’Europa senza Italia, inghiottita dal mar Mediterraneo. Un’immagine forte, che induce a pensare. «L’idea l’hanno avuta il mio grafico, Jacopo Gradassi, e la fotografa Claudia Pajewski. Mi è piaciuta subito e ci siamo messi al lavoro per realizzarla. Credo che rappresenti perfettamente i contenuti della canzone».
Motta
A domandargli dov’è l’Italia? (in questo caso sì col punto interrogativo), Motta risponde: «Onestamente non lo so, ma lo ripeto, io voglio esserci. Non ho la più pallida idea in quale direzione andrà, ma in questo momento sono convinto che ancora si possa salvare. Del resto se scrivo canzoni è perché mi faccio sempre un sacco di domande a cui non so rispondere. Magari mi illudo di trovare una risposta nei miei versi, ma non succede quasi mai».
Dato che lui sì è pisano, ma ha anche un “ramo” livornese, concludiamo con un accenno a Piero Ciampi, grande cantautore troppo poco considerato (e a mio avviso da riscoprire): «Era un grande, uno che ascolto sempre molto volentieri. La sua musica è permeata di malinconia, ma se si ha la volontà di scavare un pochettino, si scoprirà che è un tipo di malinconia speciale. Io dico che a volte è bello piangere, è assolutamente liberatorio. È vero che lo stereotipo della toscanità ci vuole sempre allegri, caciaroni. Ma ogni tanto è bene guardare sotto la maschera. Comunque vorrei chiarire che personalmente, anche se a volte vengo assalito dalla malinconia, in realtà sono felicissimo».
(Clicca qui per ascoltare una playlist di canzoni scritte e cantate da Motta)

Motta
© Foto: Fabione Beretta

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