È finita. Anche questa volta siamo sopravvissuti all’overdose di canzoni dall’Ariston.
La fotografia impietosa di questa edizione, come per il resto di quella precedente, è vedere le facce degli orchestrali, di signori musicisti che per anni hanno studiato al Conservatorio e hanno suonato per una vita Mozart, Beethoven, Wagner, Puccini, etc, che battono le mani clap clap su un tormentone vincente, che certo non passerà alla storia della canzone italiana.
Se non fosse per i posti di lavoro e la sopravvivenza ( in quell’orchestra conosco alcuni musicisti che se la passano male ), verrebbe da dire che bisogna sostituirla con una superband di musicisti solisti più pop nel nome della contemporaneità. Ma onore a questi signori che hanno dedicato la propria vita alla musica e che non si meritano di essere bistrattati in questo modo.
Si dirà, beh ma queste sono canzonette pop, mica musica classica. Allora mi vengono in mente altri esempi. Come il disco dei Deep Purple con l’orchestra sinfonica della Royal Albert Hall, a Gemini Suite di John Lord, ai mille esempi di musica rock e prog dove intere orchestre sinfoniche hanno suonato, alle orchestre sinfoniche dirette da Phil Spector in Let it Be dei Beatles e infine al maestro Ennio Morricone che quando lavorava alla RCA come arrangiatore inventava suoni e arrangiamenti innovativi per la canzone italiana. E ancora Reverberi per De Andrè, Natale Massara per Pino Donaggio e via di seguito. Chiaramente la vita di un orchestrale non è certo lastricata d’oro, per cui il lavoro è sacro, ma non è più quello di un tempo perché nuovi compositori all’altezza della nostra storia musicale non ce ne sono più e forse nemmeno nuovi brillanti arrangiatori , eccezioni a parte.
Dunque la faccia seria e compassata di questi musicisti è più scura dell’abito che indossano. Non si vedono sorrisi tra loro, né compiacenza, né entusiasmo. Sono operai alla catena di montaggio, un pezzo dopo l’altro tra una pausa sindacale e l’altra. Ora il tema è la direzione artistica. Essere un direttore artistico significa avere la competenza di disegnare ogni particolare di quello che si mette in scena, tutto ma proprio tutto, non solo la scelta delle canzoni, spesso compiacente per squisiti problemi di mercato, non solo la scelta degli interpreti o degli ospiti o dei duetti, ma anche il controllo sugli arrangiamenti, sui suoni, sui testi, sulla regia luci, sulla scenografia, persino sulla grafica del format. Insomma su tutto, perché tutto è collegato, connesso, rappresenta una linea artistica, una filosofia, un’idea di rappresentazione della realtà e della fantasia popolare attraverso la musica. Sanremo potrebbe essere un’opera, ma non lo è e forse non può nemmeno esserla. Sanremo non è una visione, è solo un supermarket in cui si spaccia per direttore artistico un addetto alla distribuzione dei prodotti in vendita.
Chi l’ha detto per esempio che siano necessari i siparietti e le gag tra un pezzo e l’altro, solo per giustificare l’operato dei tecnici che sistemano il palco ? Non si potrebbero almeno raccontare brevemente le storie di questi cantanti o i temi delle loro canzoni? Anche perché, signori, le cartelle stampa non arrivano a casa per posta. Ha vinto un ragazzo sconosciuto, beh magari sapere chi è, cosa fa, da dove viene, cosa canta e perché magari gioverebbe alla conoscenza, invece no. Si sta li tra un sorrisetto e l’altro alla ricerca della sublime voluttà della battutina tanto per occupare il tempo. Avanti un altro dunque. Se non sono cantanti di una certa età che tutti conoscono chi se ne frega. Il pubblico forse li conoscerà dopo. Dato che il pubblico di Sanremo ha più o meno la stessa età del Festival ( 69 ) si può pretendere che conosca gli Zen Circus, Einar, Mahmood etc, etc?
Macchè. Si parte dal presupposto che siccome sono li, sono già tutte star. In questo senso è sicuramente più formativo un format come X Factor che sempre gara è, ma almeno illustra meglio le personalità di questi ragazzi aiutandoli a farsi conoscere.
Sanremo è anziano, molto anziano e per un pubblico di anziani. Basta vedere il tributo del pubblico a Loredana Bertè, a Patty Pravo, a Eros Ramazzotti o allo stesso Claudio Baglioni. Intendiamoci non è un fatto anagrafico, è un fatto artistico, squisitamente artistico scollocato totalmente dalla contemporaneità. Persino i costumi in scena dei conduttori appartengono all’epoca delle paillettes e delle serate di gala di provincia. L’atmosfera è quella delle convention aziendali. L’amministratore delegato è il direttore artistico che distribuisce una valanga di premi offerti dai clienti ai dipendenti di Sanremo. Un Festival così imbalsamato non ha più senso, non rappresenta più il costume di un Paese, è solo un varietà di intrattenimento. Ne abbiamo ancora bisogno? Arrivederci all’anno prossimo, per i settant’anni. Cinquantuno anni dopo lo sbarco sulla Luna.





































