“toglietevi il cappello e parlate sottovoce”

Via Broletto

Sergio Endrigo, 1962

   Nel brano “Via Broletto”, nel 1962 Sergio Endrigo dipinge l’ossessione di un uomo per una donna. Non ricambiato a sufficienza, poco dopo averla uccisa, invoca la stima, la commozione e il rispetto per chi passasse sotto la finestra della sua amata, perché è lì che abita il suo amore ormai per sempre addormentato.

ma proprio sotto il cuore/ha un forellino rosso/rosso come un fiore”.

   Il delirio tracciato dalle parole della canzone illustra un misto tra bisogno disperato di attenzione, dedizione all’amata e sottile ferocia. La ferocia che sottende a ciò che noi comunemente chiamiamo amore.

Scritta così tanti anni fa, si potrebbe dire storia di vita d’altri tempi, ma se presti attenzione a ciò che accade alla porta accanto alla tua, non lo è affatto.

   Un uomo dice di amare una donna, questa donna che prima forse lo ha in qualche misura voluto, poi non lo vuole più. L’uomo allora precipita in una crisi abbandonica che probabilmente ha sempre covato dentro e ora questa gli oscura la mente. Si convince che quella e solo quella persona, lei come nessuna, lei e soltanto lei, deve essere cosa sua. Ma non potendo più avere il suo bene con l’insistenza, con le suppliche, con la violenza, l’impotenza prende il sopravvento e l’unica soluzione diviene la sua eliminazione.

Entriamo di più nella testa di questo uomo.

Nel delirio, l’eliminazione dell’oggetto del desiderio propone due vantaggi.

Il primo è quello di suggellare per sempre un’appartenenza: non ti avrò io e non ti avrà più nessun altro.

Il secondo è la cancellazione radicale della causa dell’ossessione.

E a quel punto finisce l’ossessione di cui è vittima.

Ma se queste dinamiche non sono del tutto aliene al convenzionale rapporto d’amore, in cui i concetti di appartenenza, di esclusiva, di possesso, di dipendenza sono riscontrabili da chiunque e a ogni livello di ceto, allora cos’è quello che, comunemente, vogliamo chiamare amore.

Elezione o condanna.

Esclusione o ammissione.

Entro in te per collocarvi in mezzo il mio scettro, e questo ti farà mia di fronte a qualunque altra cosa o persona. Per sempre, ad ogni costo.

È una faccenda umana, dunque complessa e zuppa di tante tensioni divergenti come una spugna imbevuta in un liquido tanto delizioso quanto, in certa misura, fatale.

Cosa ci serve per capirlo? La condanna e basta? L’isolamento del mostro? Il corteo pubblico contro le pulsioni? Lo sbandieramento a ogni angolo della brutalità maschile contrapposta alla bontà costituzionale della donna?

Tutte scorciatoie.

   Per capirlo occorre capire bene che gli individui sono comunque e troppo spesso pedine della storia.

Sono sempre e comunque soggetti a condizionamenti ben più profondi di ciò che i loro gesti rappresentano.

Ma se non si affrontano i temi di fondo che ci muovono, allora possiamo solo fare cose inefficaci. Così come in effetti si fa quando si piangono le tragedie collettive dovute a disastri strutturali invece di provvedere in anticipo intervenendo sul miglioramento delle strutture stesse. Come nel caso dei terremoti in cui si piangono le vittime ma si evita lo stesso di apportare le dovute modifiche alle strutture dei luoghi interessati da un fenomeno non controllabile, così facciamo con le morti per passione.

   Mentre si conia un termine utile a riempire le bocche e consolare le coscienze, dite voi quale, si evita di passare ai fatti per aiutare la gente a conoscersi e vivere meglio.

Come spesso accade, confondiamo il sintomo con la causa.

   Ma se qualcosa che sarebbe opportuno, utile, necessario fare per il bene di tutti non viene fatto, forse vuol dire che è più utile e conveniente ad alcune categorie non cambiare le cose. Lasciare le persone in balìa di una disperata conduzione delle proprie esistenze.

Ed è questo il vero delitto che dalla responsabilità di chi gestisce rovina sulla pelle di chi subisce.

Ma la canzone? Può una canzone aiutare a capire le persone e il mondo in chi si muovono? 

Se non lo fanno con sufficiente potenza altre più specifiche categorie, il lavoro difficile lo può fare persino chi scrive canzoni, laddove e se esistono spiriti illuminati.

   E allora torniamo alla nostra canzone del 1962.

Una canzone comunque, e come è giusto, intrisa di un sentimento individuale e sociale proprio di altri tempi, tempi in cui avere e frequentare una donna fuori da ogni schema prestabilito, il fidanzamento (notiamo la base etimologica del termine) e il matrimonio, non era cosa tanto facile. La frequentazione sessuale nel senso trasgressivo era più di oggi relegata alla sfera dei vari e frastagliati ambiti della prostituzione. Tempi in cui un uomo poteva trovare la perdizione sensuale e poi mentale nella frequentazione di una prostituta, cosa estranea alla descrizione delle circostanze in cui muove la graziosa descritta, che potrebbe a tutti gli effetti essere un’amante ormai disaffezionata. Certo è invece che stesse già crescendo in quegli anni una maggiore coscienza delle molteplici possibilità che la vita può offrire ad un essere di sesso femminile. Le donne cominciavano a prendere coscienza e diritto delle proprie sorti. 

E questo si paga.

E purtroppo, come si vede, si paga ancora oggi.

   La forza innegabile del brano consiste nel suo impianto narrativo, unito alla natura popolare e insieme colta delle sue melodie e nella magistrale descrizione di un sentimento tanto struggente quanto malato. Un miracolo di musica popolare.

Ma la sua vera grandezza consiste nel fatto che  1962 un brano di musica destinata al grande pubblico indugiasse sulla descrizione di un amore malato che termina con un omicidio, unico vero termine utilizzabile.

A proposito di relazioni forzate, Dino Buzzati aveva già in cantiere da tempo “Un amore”, un romanzo in cui il protagonista finisce per innamorarsi forte, non ricambiato, della ragazzina che frequenta in una casa d’appuntamenti. Quando il romanzo esce, è il 1963. Quindi i tempi erano più analitici di questi.

Emergono infine almeno tre aspetti salienti dall’analisi di una canzone come questa: la prima è che Endrigo illustra con tempismo e con un certo dolente realismo uno spaccato psicosociale, la seconda il fatto che evidentemente il bisogno di enunciare determinati temi, per quanto scabrosi, fosse più forte di qualunque ipocrita chiusura. Il terzo elemento da cogliere al confronto con i nostri giorni è la mancanza oggi di una uguale potenza narrativa nella canzone italiana.

Perché.

Perché i tempi che viviamo sono tempi di anestesia e di retrocessione, mentre quelli erano malgrado tutto tempi di crescita collettiva.

Ma forse è anche meglio così, se il risultato che venisse da canzoni che si arrampichino su tali temi non dovesse avere uguale fuoco descrittivo.

   Ciò che in tutti i casi risulta più evidente è il fatto che il tema della morte è sempre saldamente allacciato a quello dell’amore. L’uomo descritto da Endrigo è un uomo bistrattato da una compagna che appare frivola e capricciosa mentre la si pretenderebbe invece compagna stabile e innamorata.

Esattamente come il debole si illude debba essere una donna. Docile, nostra, dipendente.

Il mito dell’amore, passato attraverso le lenti deformanti della dipendenza, del possesso e in qualche sfumata misura del mercimonio, tenta di uscirne mondato da ogni lordura per tentare di divenire pulito e autentico, e per farlo può solo ricorrere al fuoco assoluto della morte.

   La società, di ieri e di oggi, cosa dice? Nulla.

Guarda con apparente stima all’arte, ma poi ubbidisce ai dettami della propria volizione, e se deve sbagliare sbaglia.

    Se l’arte esiste per dirci o ricordarci come stanno le cose, gli uomini comunemente sembrano piuttosto e sistematicamente sordi. 

E questo ammanta di più il mistero del dolore, perché il colpevole è sempre specchio della vittima.

“sono stato io/mi perdoni iddio/ma sono un gentiluomo/e a nessuno dirò il perché”.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.

1 COMMENTO

  1. Ciao sono osvy, come sempre trovo intetessanti le molteplici analisi che dai alle cose, come in qsto caso di una canzone di s. Endrigo. Sempre imprevedibile e oggettivamente condivisibile. Un abbraccio.

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