Tears For Fears a Milano: la felicità non si somma, si pesa

0
Tears For Fears
@Francesco Prandoni

Cos’è l’amore? Eh, bella domanda. Sicuramente l’amore non è conoscere una persona, incominciare a frequentarla e fare tante cose divertenti con lei (o con lui). Quello è l’innamoramento e ovviamente si rifiorisce all’improvviso. Sono i “semi” – giusto per citare un gruppo a voi caro – ma la strada per l’amore resta lunga e impegnativa, soprattutto in un “mondo matto” come questo che va in scena nel terzo millennio.

Ok, ora la pianto con le citazioni. Anzi no, concedetemene ancora una. L’ultima. Credo che la definizione migliore di “amore” non l’abbia data un poeta, un filosofo o un musicista pop, ma Francesco Totti, l’ex capitano della Roma, uno dei simboli assoluti dell’essere italiani e della romanità. Nella sua bellissima autobiografia Un Capitano (scritta assieme al giornalista Paolo Condò), l’ex Pupone ad un certo punto svela: «Ci fu un attimo nella mia vita che pensai di andarmene dalla Roma. Il Real Madrid mi avrebbe coperto d’oro, ma io – soldi a parte – come avrei potuto giustificarlo ai miei tifosi? Erano anni che mi elargivano il loro affetto sconfinato implorandomi di non andare via. Di più: con questo tira e molla della cessione avevano già speso tutte le loro riserve d’amore nei miei confronti. Non ne avevano proprio più ed io dovevo dar loro qualcosa in cambio. Scelsi di restare e non me ne sono mai pentito». In poche righe il buon Totti c’è arrivato. L’amore è questa cosa qui: spendere riserve, energie supplementari, anche quando non ne hai più. Anche quando la soluzione più ovvia sarebbe lasciar perdere tutto e voltare le spalle al nuovo acquisto della Casa Blanca. Maledirlo. E invece no. Il numero 10 giallorosso sarà pure stato il “man in chains”, il capitano incatenato di una gloriosa società di calcio ma, anche se fosse andato al Real, l’amore della curva Sud non sarebbe mai mancato. Rassegnato, certo, ma pur sempre eterno.

Ed ora rapido salto in avanti.  Pensate un po’ a cosa abbiamo assistito sabato sera, in un Forum d’Assago strapieno di gente e messianico senso d’attesa, e fatevi un po’ due conti. Non stiamo parlando della stessa cosa? Erano ventinove lunghi anni (primavera 1990, c’era la DC al governo, I CD in classifica e Roby Baggio era già un campione, ma ancora distante dall’essere il Divin Codino) che i Tears For Fears non tornavano in Italia. Nonostante un disco eccellente come Everybody Loves A Happy Ending del 2004 non suffragato da un tour nella Penisola. Nonostante una data (quella del 23 maggio 2018) annullata per non meglio specificati motivi. Nonostante un disco nuovo di cui si parla da anni, ma che istericamente non esce mai. Nonostante due inediti (quelli della raccolta Rule The World: The Greatest Hits del 2017) che non abbiano fatto di certo gridare al miracolo. Nonostante l’ultimo coccolone mediatico in ordine di tempo: Curt Smith – cantante/bassista, 58 anni a giugno, il 50% del gruppo – che a poche settimane dall’inizio dei concerti europei comincia a mandare dei tweet sospesi tra il curaro e la mera provocazione. «Mi chiedete se ci sarò? Non lo so. Chiedete al proprietario dell’azienda» o qualcosa del genere. E il “proprietario”, manco a farlo apposta, è Roland Orzabal, songwriter principale, anche lui classe 1961 e minato recentemente da un lutto talmente grande che non è nemmeno il caso di raccontarlo. Uno che non è che abbia il carattere più addomesticabile del mondo. Il tipo, anzi, è piuttosto fumantino e tendente a buttare via il bimbo con l’acqua sporca. Se non sono riserve d’amore queste…

Tears For Fears
@Francesco Prandoni

Piccola nota a margine: citando Curt e Roland stiamo innanzitutto parlando di una coppia di ferro. Di due veri fuoriclasse del pop. Di due che forse si detestano da decenni (a Milano sono arrivati in separata sede), ma che – magia dell’arte – su disco e sul palco funzionano come Di Caprio e la Winslet in Titanic. Anzi, fatemelo aggiungere visto che abbiamo toccato l’argomento: non oso nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se questi due, invece che due maschi dell’Inghilterra meridionale, fossero stati un uomo e una donna. Probabilmente avrebbero bruciato tutto in poche stagioni e non sarebbero andati oltre The Hurting, l’epocale debutto del 1983, e qualche singolo sparso qua e là.

Roland, infatti, è “matto” come un cavallo (d’altronde il creativo nella band è lui; e provateci voi, se non ci credete, a scrivere il diluvio di melodie/armonie che compongo Woman in Chains) mentre Curt è il pragmatico (manco a farlo apposta suona il basso, lo strumento che ti colpisce le viscere e ti riporta subito coi piedi per terra) ma pure quello che non le manda a dire. Carattere forte e umorale il primo; maniaco del controllo e sarcastico il secondo. Insomma, più che una partnership, una bomba ad orologeria. Che a Milano ha fatto il suo dovere. Esplodendo e facendo godere ogni singolo presente.

Andiamo con ordine. Lo show, dopo il supporto un po’ moscio di Justin Jesso (il solito cantautore moderno tutto basi bombastiche e svolazzi vocali), inizia puntale alle 21:15 e sul palco – dopo l’azzeccata intro di Lorde – sale una band allo stato dell’arte tra cui la vocalist Carina Round. Si comincia con Everybody Wants To Rule The World (oggi abbiamo Trump, Putin, un’Europa divisa, un nord-coreano instabile e quindi, rispetto a quel 1985, non è che sia cambiato granché…) e la voce di Curt Smith arranca un po’ nel beccare le note giuste, ma ci sta. Ogni concerto ha bisogno della sua degna carburazione.

Tears For Fears
@Francesco Prandoni

Qua, la carburazione, arriva tramite l’ingresso di Orzabal visto che Secret World, gemma del loro sesto album, è soul anni ’70 purissimo, vellutato, sensuale. Di quello che avrebbero potuto scrivere gli Earth, Wind & Fire se fossero nati nel circuito northern soul inglese invece che a Chicago. Il terreno è buono per la semina e difatti Sowing The Seeds Of Love – per chi scrive l’ultima grande canzone degli anni ’80, quella che ha fatto da vero spartiacque tra i due decenni – è la solita bomba beatlesiana dove la senti la “garra charrua” dei Tears For Fears sospesa tra eleganza psichedelica e voglia di urlare al mondo che, da sempre, c’è qualcosa che non funziona. Splendida.

Così come splendida è Pale Shelter con le sue chitarre scintillanti (identiche alla versione su disco) e la dedica di Curt che non ammette repliche: «Ok, questa canzone parla di due amanti». Forse si riferiva alla moglie, presente anche lei a Milano, oppure al collega distante pochi metri. Chi lo sa. Break It Down Again dovrebbe essere territorio marcato dal solo Orzabal (stava su Elemental del 1993, il primo album post-scissione del duo) eppure Curt non si fa pregare e il coro, dopo pochi passaggi, diventa qualcosa di irresistibile che fa balzare tutti in piedi, compresi quelli comodamente seduti nel parterre.

Ormai il ghiaccio è rotto, ma la sorpresa resta dietro l’angolo. Una performance di Advice For The Young At Heart talmente perfetta da tirare in ballo un’altra splendida band di quegli anni ’80 che non moriranno mai: i Prefab Sprout. Le linee vocali e i falsetti in crescendo lasciano letteralmente il Forum senza fiato. C’è bisogno di rallentare un attimo (una cover di Creep dei Radiohead gestita amaramente da Roland) anche perché il convitato di pietra The Hurting reclama la sua parte con il poker d’assi formato da Change, Mad World, Memories Fade e Suffer The Children. Un orgasmo di synth e tenebre. Il popolo new wave può andare a dormire tranquillo.

Quello più sofisticato, invece, reclama altre semenze che puntualmente arrivano con la pelle d’oca di Woman In Chains (sapete, avrò visto migliaia di concerti in vita mia, ma le lacrime che reclama quest’assurda canzone d’amore devo ancora compararle a qualcosa d’altro. Forse alla Into My Arms di Nick Cave, anche se quella resta una ballata minimale rispetto al pathos dolcissimo e surreale della stessa Woman In Chains) e il jazz-blues di Badman’s Song dove la band si scatena ed è subito locale newyorchese sulla Cinquantatreesima Strada.

Il pop “triste-allegro” di Head Over Heels – accompagnato da un video che trasuda erotismo – ci porta al congedo e chiude il breve concerto della premiata coppia. Prima del bis solitario e inevitabile di Shout con tanto di Roland che si fa una piccola passeggiata nel parterre. Shout è la quintessenza del pop anni ’80 (resto fermamente dell’idea che i Depeche Mode, da timido gruppo synth-pop di Basildon, ci abbiano costruito sopra una carriera da stadio dopo averla ascoltata in quel magico novembre 1984) e osa giocarsi anche delle chitarre fighette nelle prime battute, ma poi il tutto finisce in gloria tra cori, assolo di Hammond, guitar-heroismi, tempesta di note e grida primordiali care al signor Arthur Janov.

Fine. Il pubblico mugugna dopo interminabili applausi: bello eh, ma potevano anche concedersi di più… D’altronde solo un’ora e venti di concerto dopo ventinove anni di assenza sono un bacino sulla guancia dopo mesi interi di astinenza. Eppure chi l’ha detto che per la musica dal vivo debba sempre valere la regola anni ’70 di Springsteen? Suonare a lungo, metterci dentro anche dei pezzi minori, allungare il brodo? No, signore e signori: i Tears For Fears, sabato sera a Milano, ci hanno raccontato la verità più trascurata dell’arte e della vita in generale. Ovvero che le emozioni non vengono via per niente, come se ci fossero sempre dovute.

Aggiungo in conclusione: la felicità, per essere definita tale, non si somma grazie a quattro/cinque canzoni in più, qualche siparietto on stage o a qualche ruffianeria assortita verso l’audience. La felicità semplicemente si pesa. E quella sprigionataci in quel di Assago da Orzabal e Smith pesa sì e no una tonnellata piena. Elementare, Roland.

Scaletta Tears For Fears @Forum d’Assago, 23 febbraio 2019:

Lorde (intro tape)
Secret World
Sowing the Seeds of Love
Pale Shelter
Break it Down Again
Advice for the Young at Heart
Creep (Radiohead cover)
Change
Mad World
Memories Fade
Suffer The Children
Woman in Chains
Badman’s Song
Head Over Heels
Shout (bis)

Tears For Fears
@Francesco Prandoni

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Simone Sacco
Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno in cui i Cincinnati Reds (la temibile 'Big Red Machine', la più grande squadra di baseball di tutti i tempi) vinsero le World Series. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, sport, letteratura ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e ai dischi (tra cui 'Nevermind' dei Nirvana) che uscirono proprio in quell'indimenticabile stagione.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome