Carmine Torchia presenta il nuovo album, con inedito di Leo Ferré

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Carmine Torchia
@Catherine Detrain

Dicono che per stare al passo coi tempi devi saper apprezzare la canzone che ha vinto il Festival di Sanremo, perfino devi saper discutere e appassionarti alla polemica innescata da quello che voleva vincere con il voto popolare. La sua canzone vanta una melodia che più vecchia non si può. Intanto la canzone d’autore, così come l’abbiamo conosciuta e apprezzata, fa fatica a trovare spazi per farsi ascoltare, sia alla radio che in televisione.

Così è per Carmine Torchia, che arriva da Sersale e ha vissuto a Milano per un lungo periodo, intensificando la sua presenza nel circuito delle esibizioni live, per suonare in apertura ai concerti di Peppe Voltarelli, Tonino Carotone, Moltheni, Niccolò Fabi e tanti altri.

Carmine ha pubblicato un nuovo album Il rumore del mondo, realizzato nello studio Barberino Val d’Elsa assieme a Peppe Fortugno (chitarra elettrica, acustica, basso, slide, dobro), Matteo Frullano (programmazioni, synth, trombone), Matteo D’Alessandro (batteria), Carmelo Arena (synth, piano, organo). 

Mi racconti come diventi un cantautore? Cosa ti ha spinto a esprimerti in canzoni?
Veramente non nasco come cantautore e forse non morirò da cantautore. Il mio approccio alla canzone è quello di un musicista innamorato della poesia. In ogni caso ho iniziato a scrivere canzoni quando suonavo con la mia prima band, negli anni novanta in Calabria. Erano perlopiù esperimenti, anche perché le mie passioni incrociavano il rock con il progressive e la psichedelia. Dalle lunghe suite sono passato alla sintesi e il momento di questo cambio di rotta è sicuramente quando ho cominciato a leggere di poesia. 

Ci racconti quello che hai fatto finora?
Ho la sensazione di aver vissuto mille vite, tutte orientate nella stessa direzione che qualcuno definirebbe “ostinata e contraria”. Sono uno che scrive canzoni e aforismi; disegna spesso un cane bizzarro, produce dischi (suoi e per altri), scrive musiche per il cinema, mette in musica i poeti. Tra le esperienze che più ricordo volentieri riguarda il tour «Piazze d’Italia (sulle tracce di de Chirico)» durato quattro mesi, per un totale di circa 9000 km percorsi, 130 ore di viaggio, un’esperienza diventata un libro (Prospettiva editrice), un cortometraggio e uno spettacolo teatrale.

Un commento disco per disco?
Ho pubblicato una manciata di dischi in più di dieci anni di seria attività. Mi pagano per guardare il cielo del 2008 è un album lontano da quello che sono oggi, in cui mi riconosco poco, un album rurale e solitario. Bene del 2013 è già un buon album, molto curato da me e Peppe Fortugno, un disco maniacale ma che suona bene ancora oggi. Poi arriva Affetti con note a margine del 2015, un disco lungo, elettrico, libero e ruvido, registrato in un casolare. Infine arriviamo a Il rumore del mondo uscito pochi mesi fa.

Alcuni di questi dischi sononati a Milano? Che ricordi hai di quel periodo?
A Milano ho vissuto tre anni, un periodo un poco complicato, di passaggio, ma intenso e gratificante, soprattutto per le amicizie che ne sono scaturite. il primo aggancio con i musicisti è stata Roberta Cartisano, songwriter e polistrumentista davvero brava, che si è offerta subito di darmi una mano a registrare dei provini. Abbiamo lavorato all’album Bene, io Roberta Cartisano e Peppe Fortugno, musicista straordinario, un tipo in cui convivono metodo scientifico, estro creativo e sensibilità. Per realizzare il disco prestavo servizio come architetto in uno studio, ma facevo anche il cameriere nei catering. A distanza di anni mi fa ancora un certo effetto quando penso alle ore passate a produrre quell’album cominciato in uno studio lungo viale Monza per poi essere terminata in un appartamento in zona Chiesa Rossa.

A un certo punto ti sei rifugiato nella campagna toscana, cosa è cambiato nel tuo percorso artistico?
Nel periodo milanese ho conosciuto la mia compagna che, nonostante le sue origini francesi, è cresciuta nel Chianti. La grande città ci aveva stancato, prima che a Milano avevo vissuto a Roma, mentre lei aveva lasciato Parigi, così abbiamo pensato di recuperare una dimensione più intima. Sono diventato padre di Tristan, che adesso ha quattro anni e adesso ho un luogo concreto in cui lavorare dove passare ore in studio a creare nuove canzoni. Ho a disposizione un paesaggio da cartolina e questa stabilità mi offre la forza necessaria per intraprendere gli impegni dei concerti.

Veniamo al nuovo disco, intanto diciamo che hai curato anche la parte dei disegni e grafica dell’album, una passione artistica in tutt’uno con la musica?
Disegnavo sin da piccolo, ho cercato di approfondire con la pittura, ma il disegno ha prevalso. Mi occupo delle copertine dei miei dischi e questo rispecchia rispecchia il mio spirito di autodeterminazione, autogestione, autoproduzione, concetti a me cari.

Parliamo delle canzoni di Il rumore del mondo, un pensiero per ciascuna?
Cominciamo da Come rondini, volevo che fosse un grido ma oggi arriva come un soffio leggero, una melodia che fluttua su accordi di pianoforte appena abbozzati. Tu chi sei? da dove vieni? parla più o meno di come intorno a noi possano esserci persone molto speciali che, proprio perché sono speciali, nemmeno lo sanno. Un brano nato dopo aver letto Il poema dell’angolo retto che Le Corbusier aveva scritto per sua moglie. Discorso immaginario con Azhar è un’immedesimazione, su quali parole potrei dire a un terrorista. Mi fa paura la sua sua violenza, però potrei suonargli qualcosa con la mia chitarra. Ne I giorni del non-amore si valuta che l’amore cambia faccia per fatti legati alla sua fisiologia, come fosse un congegno con una data di scadenza. In nessun altro posto è dedicata alle donne conosciute, mentre Rùanzu, il cane è dedicata a un «personaggio» di Sersale, il mio paese in provincia di Catanzaro. Tutti noi gli volevamo bene perché aveva atteggiamenti umani, era un cane sociale. Quando c’era un matrimonio andava a casa della sposa e poi si faceva trovare in chiesa, quando moriva qualcuno andava a dare l’ultimo saluto in casa del defunto facendo un giro intorno alla bara. Quando l’amministrazione comunale si riuniva in Consiglio lui era presente, assisteva ai comizi, lo trovavi in piazza alle feste, saliva sul palco insieme ai musicisti che suonavano. Indimenticabile. 

Nel brano … E sale quanto basta, hai voluto con forza ricordare la storia di Peppino Impastato, che è stato ucciso dalla mafia.
Il testo è di Annalisa Insardà, ne è scaturita una canzone che è un atto d’amore verso Impastato che a distanza di anni continua a ricordare con il suo esempio che la mafia e la corruzione vanno combattute.

Vogliamo anche dire che qui troviamo un brano inedito di Léo Ferré, un gigante della canzone d’autore. Cosa puoi o vuoi raccontare in merito?
Si tratta di L’ultima canzone, un testo inedito di Ferré che Manuela, sua figlia, ha tradotto per me. Come tutti i versi di Ferré, anche questo arriva da un altrove, da luoghi irraggiungibili e lontanissimi. mi piace pensare che anche la melodia mi sia arrivata da qualche galassia parallela.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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