De André canta De André: “Storia di un impiegato” live è una «tachipirina per l’anima»

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Foto: Andrea Giovannetti

E’ esattamente con queste parole, «tachipirina per l’anima», che Cristiano De Andrè ha definito l’opera di suo padre Fabrizio, il più grande cantautore della storia musicale italiana. E lui stesso si è autofefinito «un sacerdote che porta la parola del Padre, come in una messa laica».
Ed è vero, perchè anche se sono state scritte venti, quaranta o anche cinquant’anni fa, le sue canzoni sembrano scritte ieri e la poetica dei suoi testi è un toccasana per il cuore e per il cervello. Scegliere, poi, di portare in scena in questo periodo storico-politico ed in versione integrale Storia di un impiegato, uno degli album più discussi e sicuramente il più politico di tutta la discografia di Faber, denota anche un grande coraggio artistico da parte di Cristiano, che con questo tour vuole «risvegliare le coscienze», sopite o forse perfino assuefatte a ciò che le circonda e ai soprusi quotidiani che il potere, qualsiasi tipo di potere, mette in atto contro le persone comuni.
Anche la scelta dei brani in scaletta segue questo filo comune e quindi la maggior parte dei brani sono tratti dagli ultimi album di Fabrizio, Le nuvole e Anime salve, mentre alla fine non possono mancare alcuni pezzi storici come Creuza de mä e Il pescatore. Coraggiosa ma coerente con il fil rouge che percorre tutta la scaletta anche la decisione di lasciar fuori quasi tutti i brani più “famosi”, come Bocca di Rosa, La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Amico fragile, La canzone dell’amore perduto. Sono capolavori anch’essi, ma questo concerto lancia un messaggio sociale molto forte, e questo messaggio arriva chiaramente e diretto in ogni brano, senza deviazioni o distrazioni che potrebbero arrivare da canzoni che in questo concerto sarebbero “fuori tema”.

La prima parte del live è dedicata all’esecuzione integrale di Storia di un impiegato, che Cristiano ha riarrangiato completamente insieme a Stefano Melone, facendola diventare una sorta di opera rock con qualche inserto di elettronica che va ad attualizzare un album datato 1973, mantenendosi comunque fedele e rispettoso dell’opera originale.
Celebrando l’anniversario del 1968 (il tour è partito lo scorso anno) De Andrè vuole riportare in auge i figli della rivoluzione pacifista: l’utopia, l’anarchia, il Sogno, da una parte, il Potere, la paura, l’inabissamento delle qualità individuali a discapito delle esigenze globali, dall’altra.
E Faber, con la sua immensa classe poetica era riuscito a fotografare perfettamente tutti questi stati d’animo e stati sociali, sebbene il disco all’uscita sia stato ferocemente criticato sia dalla stampa specializzata che dal pubblico, fino a spingere lo stesso Fabrizio a fare autocritica: «La “Storia di un impiegato” l’abbiamo scritta, io, Bentivoglio, Piovani, in un anno e mezzo tormentatissimo e quando è uscita volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi.»

Per chi scrive, invece, Storia di un impiegato è uno dei migliori album della discografia di De André, se non il migliore, la storia narrata è quantomai attuale e, fatte le opportune trasposizioni col mondo moderno e coi mass media di oggi, può essere perfettamente rapportata alla situazione socio-politica che viviamo: un impiegato, ascoltando una canzone del maggio francese del ’68, si confronta coi sessantottini, unendosi a loro da individualista anarchico e in un primo sogno piazza una bomba “al ballo mascherato”, dove ci sono tutti i simboli di ogni potere, da quello culturale (Dante) a quello religioso (Cristo e Maria), quello politico (l’ammiraglio Nelson) e anche quello parentale (il padre e la madre). L’obiettivo è quello di togliere la maschera agli ipocriti, delegittimare il potere e colpire le istituzioni. Il sogno continua, l’impiegato diventa imputato colpevole di strage, ma il giudice gli fa notare come, distruggendo i simboli del potere, lo abbia rinnovato e sia entrato lui stesso a far parte del potere. A questo punto la scelta è quella di prendere il ruolo che fu del padre, nella media borghesia, a vivere una vita normale ma tutto sommato mediocre, che gli dà l’impulso di farlo ribellare di nuovo e stavolta, per davvero, preparare un attentato, che però invece di far esplodere il Parlamento si limita a distruggere un chiosco di giornali, mettendo in ridicolo l’attentatore che, dal carcere vede la propria donna parlare di lui e del loro rapporto davanti ai giornalisti. Il cerchio, e l’album, si chiudono con una presa di coscienza da parte dell’impiegato che nel carcere, in una realtà non più individualista, ma forse il massimo dell’essere uguali, scopre un nuovo modo di capire la vita e le cose che lo circondano. Scopre la realtà della parola “collettivo” e della parola “potere”, si compie la maturazione che porta il carcerato a “capire che non ci sono poteri buoni” e si conclude con il sequestro dei secondini nell’unica frase al plurale: la sua lotta non è più una sterile protesta individuale ma una lotta collettiva.
E mai come in questi giorni l’ultima strofa di Nella mia ora di libertà rimbomba forte nella testa col suo pesante significato politico: “Per quanto voi vi crediate assolti / siete lo stesso coinvolti”.

La seconda parte del concerto, presentata in un lungo discorso da Cristiano, mira a voler individuare il potere, qualsiasi esso sia, per poterlo meglio riconsocere e combattere, e così ci sono Don Raffaé con la mafia e la collusione, La domenica delle salme, capolavoro assoluto eseguita troppo poco spesso live sia da Faber che da Cristiano, Smisurata preghiera, che si schiera a fianco delle minoranze contro la superbia delle maggioranze, Khorakanè, Disamistade, racconto di faida tra famiglie, e Il testamento di Tito, che smonta uno dopo l’altro uno dei capisaldi della potere religioso cristiano, ovvero i dieci comandamenti.
Chiudono il live alcuni dei grandi classici deandreiani come Amore che vieni amore che vai, Quello che non ho, Fiume Sand Creek, Creuza de mä e Il pescatore.

Sul palco insieme a Cristiano De André ci sono Davide Devito alla batteria, Davide Pezzin al basso, Osvaldo Di Dio alle chitarre e Riccardo Di Paola a tastiere e programmazioni.

Queste le prossime date del tour:
2 marzo – Cesena
4 marzo – Milano
11 marzo – Torino (sold out)
5 aprile – Udine
4 maggio – Lugano
6 maggio – Bologna
23 maggio – Torino

Ecco la scaletta del concerto:

1. Introduzione
2. Canzone del maggio
3. La bomba in testa
4. Al ballo mascherato
5. Sogno numero due
6. Canzone del padre
7. Il bombarolo
8. Verranno a chiederti del nostro amore
9. Nella mia ora di libertà

10. ‘A çimma
11. Mégu megún
12. Don Raffaè
13. La domenica delle salme
14. Smisurata preghiera
15. Khorakanè (a forza di essere vento)
16. Disamistade
17. Il testamento di Tito
18. Amore che vieni amore che vai
19. Quello che non ho
20. Fiume Sand Creek

21. Creuza de mä
22. Il pescatore

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