Eugenio in Via di Gioia: di uomini, strada e modernità

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Eugenio in Via di Gioia

Gli Eugenio in Via di Gioia, nuova realtà cantautorale italiana, hanno pubblicato il primo marzo Natura viva, terzo album in studio.

l gruppo, il cui nome è frutto della combinazione di quelli dei suoi componenti  Eugenio Cesaro (voce, chitarra acustica e chitarra classica), Emanuele Via (piano, tastierina della Lidl, fisa, campionatore e cori), Paolo Di Gioia (batteria, percussioni e cori) e Lorenzo Federici (basso, chitarra elettrica e cori), torna dopo l’esordio nel 2014 con Lorenzo Federici e il successivo Tutti su per terra, datato 2017, e lo fa con un progetto che coinvolge, come nel suo stile, diverse forme d’arte oltre alla musica: Natura viva è infatti disponibile in  digitale e in una speciale edizione su cd il cui booklet contiene dieci tavole in bianco e nero, realizzate — come l’intero artwork — dallo street artist torinese BR1, da colorare a seconda della fantasia e delle sensazioni del momento. Il primo video promozionale, Camera mia, ideato e diretto dai quattro con Giorgio Blanco e le animazioni a opera di Maria Cesaro, Leonardo Ligustri e Margherita Clemente,  su YouTube dalla mezzanotte del primo marzo, ha già ottenuto più di 15mila visualizzazioni.

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IL NUOVO ALBUM

Parafrasando, in questa terza opera gli Eugenio restano quantomai fedeli alla loro natura, dando una forma ancor più compiuta e matura a uno stile i cui tratti cardine erano già chiaramente emersi nei due lavori precedenti e che è tanto più affascinante quanto più è desueto rispetto all’offerta sonora e testuale della musica contemporanea nel nostro paese — o, per evitare discutibili e arbitrarie generalizzazioni, rispetto a quella che appare essere l’offerta sonora e testuale che incontra il gradimento della più ampia fascia di fruitori di musica e concerti; nelle dieci tracce tornano infatti la filosofia, la storia, la religione, la tecnologia, l’attenzione all’ambiente, ma soprattutto torna più ferma e più creativa l’abilissima mano con la quale da questi gomitoli aggrovigliati ciascuno secondo una propria logica e di colori così diversi da risultare non di rado contrastanti vengono tessuti racconti dalla trama fine per eleganza ma non per consistenza, ché di esile e facile al logorio da abuso di retorica in Natura viva non c’è una parola che sia una.

Le parole, ecco, proprio loro sono le protagoniste assolute — ancora una volta — dei racconti in note degli Eugenio: cambi di vocali e consonanti che diventano agili salti semantici, giochi d’accostamento verbale azzardati e insieme armoniosi che si ascrivono a pieno titolo nel solco della gloriosa tradizione di quel canto socio-ironico figlio di Rino Gaetano ed Enzo Jannacci e bandiera di alcuni tra i più illuminati cantautori contemporanei, da Caparezza a Cristicchi, ribaltando completamente la prospettiva della narrazione, perché il tu costante interlocutore non è un amore iniziato o finito attraverso il quale filtrare il proprio sguardo sul mondo, ma l’uomo in sé, imperfetto e contraddittorio, libero e prigioniero, tenace e distratto, oggetto di un affetto critico e sincero che si mantiene ben lontano da quello struggimento uno in due così caro alla nostra tradizione musicale e che diventa anch’esso filtro, sì, ma per una introspezione giocoforza più ampia e più obiettiva, perché non condizionata da un intimismo talvolta talmente esasperato da risultare miope e finanche stucchevole, se ritratto da mani poco avvezze a sporcarsi di una terra che non sia quella del proprio orto.

La melodia resta anch’essa un peculiare elemento di riconoscimento delle produzioni del gruppo: sonorità variamente speziate che soddisfano i gusti di ogni palato e che rendono impossibile non solo un pieno incasellamento, ma anche solo un tentativo di accostamento a un genere; un uso assennato della tecnologia al servizio delle note fa sì che il prodotto finale risulti una affascinante passeggiata di riflessione in equilibrio più o meno perfetto tra artigianato compositivo e modernità produttiva.

Chi sono davvero gli Eugenio in Via di Gioia, dunque? Dalle biografie ufficiali, anch’esse insaporite dalla classica ironia del gruppo, si legge che sono nati come buskers, che si sono spesso divertiti a organizzare flash mob nei luoghi più disparati e a intrattenere con la loro musica viaggiatori annoiati su treni dispettosi, che i loro live sono bombe d’energia alimentata da uno zoccolo duro di supporter entusiasti, che la loro produzione artistica è una danza cross-mediale che attraversa l’universo dei videogame (il singolo Pam, del 2016, è stato lanciato proprio attraverso un gioco per smartphone, Pam-Man, grafica anni ’80-’90 a ricordare l’immarcescibile Pac-Man) così come quello dell’animazione, del teatro e del montaggio cinematografico (per Giovani illuminati, brano dell’album Tutti su per terra del 2017, gli Eugenio hanno realizzato il primo video musicale in hyperlapse in Italia). Noi, curiosi di saperne di più su questi multiformi ingegni, ci siamo fatti raccontare dai diretti interessati da dove tutto è iniziato, come è proseguito e dove pensano che approdi: il risultato è un’intervista ricca di spunti di riflessione e di profonda leggerezza, che getta una luce di sincero ottimismo sul futuro di un cantautorato costretto ogni giorno di più a sudare per trovare un varco tra una rima pedestre e un ritornello vuoto, ma che proprio per questo si ostina a marciare col proprio passo, certo d’incontrare lungo la strada chi lo rifornirà con un orecchio paziente, un’emozione da lasciar decantare, una mente che non si lascia sedurre dalle lusinghe di una TRAP-pola per topOi.

LA NOSTRA INTERVISTA

Come è iniziata la vostra avventura?
(Eugenio) Noi siamo nati cinque anni fa, e l’inizio della nostra storia è abbastanza particolare, perché io avevo scritto queste tre o quattro canzoncine quasi per gioco; all’epoca suonavo per strada e suonavo delle cover: a un certo punto, mi sono stufato di suonare cover e mi son detto «Voglio iniziare a scrivere delle canzoni, anche improvvisate, anche prendendo in giro le persone che passano nelle loro abitudini e nelle loro paradossali mosse quasi inconsce che compiono ogni giorno, dalla coda dal gelataio che costa di più solo perché vende un marchio di un certo tipo alla gente che veste i cani per accompagnarli a far la pipì». Così sono nate le prime canzoni, un po’ anche per interagire con la gente che incontravo per strada. A un certo punto Emanuele Via, che è  il tastierista attuale della band e faceva l’università con me, era interessato al fatto che suonassi per strada perché voleva fare un po’ di soldi anche lui   — non era a conoscenza del fatto che in realtà non si facessero poi molti soldi  — e così abbiamo iniziato a suonare un po’ insieme. Così ci è arrivata un giorno la proposta di fare una serata in un locale, che in realtà era una scuola abbandonata, e in quella serata avremmo dovuto ovviamente proporre delle canzoni. Per puro caso ho riincontrato il batterista Paolo, che conoscevo perché alle superiori suonavamo insieme nel gruppetto della scuola ma non lo vedevo da tre anni, proprio qualche sera prima dell’evento. Ne parliamo, facciamo questa prima data e così nasce a tutti gli effetti il gruppo, che prende il nome da me, da Via che è il cognome di Emanuele e da Di Gioia che è il cognome di Paolo. Si è poi aggiunto Lorenzo Federici, che è il bassista, e la storia è divertentissima: Lorenzo l’abbiamo incontrato a Londra mentre suonava il contrabbasso per strada e l’abbiamo a tutti gli effetti rapito, aiutati dal fatto che lui, ternano, si fosse trasferito a Torino per amore di una ragazza.

Trasformare il vostro amore per la musica in una professione è sempre stato un vostro sogno? 
(Emanuele) Diciamo che inizialmente per quanto riguarda me avrei sempre voluto fare il musicista, mentre Eugenio  — che studiava al Politecnico con me — mi diceva «Tu sei matto! Prima laureati e poi pensi a fare il musicista!».
(Eugenio) Perché io lo vedevo, ogni volta che andavamo all’università invece di pensare  a far gli esami — che poi li abbiam fatti tutti, anche la specialistica —, a concentrarsi sullo studio, si concentrava sulla musica e faceva concerti.
(Emanuele) E invece adesso lui è ancora più immerso di me nel desiderio di voler fare il musicista.
(Eugenio) La cosa bella è stata che tutto questo è accaduto a cavallo tra la fine dell’università e quello che di solito è il momento in cui s’inizia a cercare un lavoro.Quindi alla fine degli studi ci siamo guardati e ci siamo detti «Che facciamo? Le cose stanno iniziando ad andare bene, riusciamo a campare con quel po’ che guadagniamo con la musica, perché non crederci e continuare?». Fosse successo qualche anno dopo o qualche anno prima, quando eravamo immersi negli studi, sarebbe stato tutto più difficile. E poi, essendo un percorso molto lineare, passo dopo passo, non c’è stato quel momento in cui abbiamo dovuto scegliere quale strada intraprendere; è venuto tutto gradualmente: visto che le cose stavano andando particolarmente bene, è stato semplicemente un concentrarsi di più su qualcosa della tua vita che già funziona. 

Veniamo a un aspetto che mi è particolarmente caro: la scrittura, l’uso delle parole.
Da parte vostra sembra esserci una peculiare attenzione nello sceglierle e nel modo di associarle.
Qual è il processo di composizione di un testo? Quali sono i fotogrammi della realtà che più vi ispirano? Come li catturate e li lavorate per trasformarli in canzone?
(Eugenio) Diciamo che parte tutto da una cosa che è abbastanza imprescindibile, che sono i nostri trascorsi, la nostra vita: come ti dicevo prima, nasce tutto dalla voglia di creare; le prime canzoni sono nate per strada e continuano a nascere per strada: proprio lì noi cerchiamo di richiamare l’attenzione delle persone proprio sulle loro abitudini più paradossali che in qualche modo le rendono ilari. Un po’ come fare autoironia guardando gli altri, però individuando ovviamente negli altri i problemi che affliggono anche noi stessi; in qualche modo, si tratta di una sorta di catarsi: ci stiamo specchiando in loro, raccontandoli dall’esterno ma sempre immergendoci totalmente nei racconti. In tutto questo, cerchiamo di arricchire il nostro contenuto appassionandoci da sempre a delle letture: tutti i brani che sono stati scritti nei primi due album raccontano di un mondo che sta andando in una direzione che non ci piace; siamo diventati ambientalisti soprattutto grazie al percorso di studi che ambiamo intrapreso, quello di design; altri temi trattati nei nostri testi vengono fuori da letture le più svariate, che ci ispirano inconsciamente o meno.

Nella vostra produzione si nota un apparente ossimoro tra l’utilizzo della tecnologia in varie forme e, nei testi, una critica piuttosto netta delle derive più deleterie che l’abuso di essa sta generando. Siete riusciti a trovare un equilibrio tra questi due posizioni?
(Eugenio) Dire di aver raggiunto un equilibrio sarebbe esagerato, perché probabilmente non lo raggiungeremo mai: la tecnologia, per quanto cerchiamo di usarla nel modo più sano possibile, ci inghiottisce. Basti solo pensare a tutti i passaggi da compiere anche solo per distribuire la musica sui social e comunicare: già quello è un utilizzo complesso da controllare. Invece riteniamo sana la tecnologia finalizzata alla produzione dei brani: infatti abbiamo usato delle tecniche particolari modificando al computer dei suoni acustici , in alcuni tour più intimisti addirittura colleghiamo dei frutti a una scheda particolare così che toccando ciascun frutto si produca un suono diverso e ci siamo dedicati ai video e alla stampa 3D. Ci piace un sacco  la tecnologia: il nostro rapporto con essa è quello di un bambino che ne è curioso ma nello stesso tempo ha paura di esserne governato, di dipenderne. Sappiamo che possiamo farne a meno, ma non riusciamo a farne a meno.

Avete detto che la vostra principale fonte d’ispirazione sono le storie dell’uomo della strada. C’è anche tanto amore nelle canzoni che scrivete, però il tema non è trattato in modo classico. È una scelta deliberata, quella di raccontare un sentimento più collettivo, o si tratta di semplice ispirazione?
(Emanuele) Intanto grazie, perché hai proprio centrato il bersaglio. Pensa che una delle prime ipotesi che ci son venute in mente quando cercavamo un titolo per l’album è stata Canzoni d’amore, ma non d’amore — come appunto hai detto tu — verso un partner, bensì verso appunto l’uomo, la tecnologia, la natura. Però non è proprio una scelta: semplicemente, diamo la precedenza a temi che sentiamo di più. Forse, come ha detto Eugenio una volta, non parliamo d’amore perché per ora in amore va bene e non sentiamo il bisogno di parlarne (ridono).

Venendo invece all’aspetto musicale della vostra produzione, anche in questo caso c’è qualcosa che spicca, ed è l’oggettiva impossibilità di ascrivervi a un genere preciso: tante sfumature differenti, tante contaminazioni, tanti innesti. Vi chiedo allora: quali sono i vostri amori musicali e cosa di questi amori avete “rubato” per poi farlo vostro?
(Eugenio) Allora, abbiamo rubato senza virgolette (ride). In più, dici bene che è difficile catalogarci in un genere, però fra gli artisti che ci hanno ispirato di più per questo nuovo album citiamo Stromae, Jain, un po’ di Chet Baker… ci rifacciamo a tanti ascolti internazionali e più che altro cerchiamo davvero di rubare, è il termine corretto, perché quello che andiamo a fare è proprio un lavoro certosino di ascolto di ogni singolo suono delle canzoni, non della canzone fatta e finita. È possibile che noi andiamo a prendere da un brano il suono di una percussione che ci è piaciuta talmente tanto da volerlo riproporre; ma poi, come sai, quando cerchi di rubare qualcosa, hai talmente tante influenze che a un certo punto la fai tua: se ripetessi la frase di qualcun altro, assumerebbe un altro valore perché a pronunciarla sono io. Inoltre, non essendo poi neanche tanto bravi davanti a un mixer, diventa ancor più particolare il risultato che ne viene fuori. Spesso accade che un brano nell’insieme neanche ci piaccia, però sentiamo che ha delle cose particolari, che ci sembrano fresche o che ci incuriosiscono, anche se si tratta di qualcosa di completamente diverso da ciò che facciamo noi. Il lavoro è proprio quello di andare a fare una selezione.

Quali sono, dal vostro punto di vista di quasi esordienti, l’ostacolo più grande e la più grande soddisfazione per chi sceglie di fare della musica una professione?
(Eugenio) L’ostacolo principale è il rischio di scoraggiarsi quando agli inizi non si sa cosa aspettarsi, in quelle prime date nelle quali suoni e davanti non c’è nessuno; l’importante è non mollare e cogliere ogni occasione, anche la più piccola, per costruire passo dopo passo la propria storia. Ognuno ha, secondo noi, un proprio percorso: non esiste una ricetta valida per tutti. Tocca scegliere un base alla propria identità e a ciò che piace fare e forse, in effetti, non conoscere cosa si è e cosa si voglia fare è davvero l’ostacolo più grande: nel momento in cui tu hai chiaro esattamente dove vuoi andare, insistendo ci arrivi. Il problema nasce quando ti convinci che siano gli altri a doverti dire chi sei e così inizi a prendere le loro indicazioni non come aggiustamenti di direzione ma come la direzione.
(Paolo) La gioia più grande è vedere che i risultati sono migliori di quanto ti aspettassi. 

Un aspetto che vi scoraggia e uno che invece vi appare generatore di speranza sia nella società, sia nel mondo dell’arte? 
(Eugenio) Parto dal mondo in generale, non da quello della musica e dell’arte: ciò che mi spaventa sono l’alienazione e la solitudine prodotte dalla tecnologia e da una serie di valori sballati derivanti in parte dalla tecnologia stessa, in parte dalla cultura e da un certo modo di pensare. E anche il fatto che oggi si punti il dito contro tutti e tutto: anziché promuovere il bello, ci si limita a evidenziare il brutto. Un’altra cosa ci spaventa particolarmente: chi detiene o dovrebbe detenere il sapere, invece di raccontarlo e di condividerlo con gli altri preferisce — forse anche per scrollarsi di dosso la responsabilità — parlare solo delle cose che non funzionano e non proporre soluzioni. Tendiamo molto più a lamentarci piuttosto che a mettere in luce le cose belle.

Secondo voi c’è davvero un appiattimento nella direzione di un solo stile sonoro, o intravedete degli spiragli di resistenza?
(Emanuele) Noi siamo convinti che quando c’è troppa omogeneità, quel determinato sound è diventato una moda. Per cui è molto positivo proporre qualcosa di diverso, perché prima o poi si riesce a far sentire la propria voce dissonante. Da qui però deriva anche un altro aspetto negativo: secondo noi il non avere consapevolezza di cosa si vuole essere e il voler comunque arrivare a tutti i costi porta a suonare imitando un artista non perché piace, ma perché funziona. Internet ha avuto l’effetto positivo di aprire la mente di persone abituate a subire passivamente la musica, dando loro la possibilità di scegliere molto di più di quanto facciano le radio. Da questo punto di vista, lo scenario è abbastanza positivo. La nostra responsabilità a questo punto è quella di iniziare a dare veramente spazio e luce a opere artistiche più che a opere finalizzate a funzionare sul mercato.

Quali sono le mete che ambite a raggiungere e cosa vorreste si dicesse di voi tra qualche anno, quando a quelle mete vi sarete avvicinati un po’ di più?
(Eugenio) Diciamo che abbiamo un atteggiamento che ci porta a non credere mai d’essere arrivati. Qualche anno fa quando abbiamo iniziato guardavamo a gruppi che attualmente sono magari meno conosciuti di noi o hanno suonato in posti anche meno fighi di quelli nei quali abbiamo suonato noi e ci sembravano già arrivatissimi. Invece andando avanti scopri che davvero non arrivi mai e non arrivano mai nemmeno i guadagni (ridono), perché con l’aumentare dei guadagni aumentano anche le spese per produrre la propria musica e i propri progetti, quindi non c’è un momento nel quale te la godi pienamente. Succede, ma subito dopo ti ritrovi a pensare «Ok ragazzi, adesso dobbiamo migliorare e continuare a darci da fare». Il nostro obiettivo da qui a dieci o vent’anni è forse quello di aver preso coscienza nel nostro posto nel mondo e aver abbandonato le scene musicali per costruire una fattoria insieme! (ridono ancora). In realtà non c’è un obiettivo: non programmi, ma progetti, cercando di crescere passo dopo passo.
Eugenio in Via di Gioia

Queste le date degli instore degli Eugenio in Via di Gioia:

4 marzo Milano, Feltrinelli, Piazza Piemonte
5 marzo Bologna, Mondadori, Massimo d’Azeglio 34
6 marzo Roma, Discoteca Laziale, via Mamiani 62/a
7 marzo Firenze, Galleria del Disco, Piazza della Stazione

Queste sono invece le date del tour:

29 marzo Auditorium Flog, Firenze
30 marzo Urban, Perugia
4 aprile Santeria Social Club, Milano
5 aprile Monk, Roma
6 e 7 aprile Locomotiv Club, Bologna
12 aprile Hall, Padova
24 aprile Latteria Molloy, Brescia
26 aprile Pin Up, Mosciano (TE)
27 aprile Casa delle Arti, Conversano (BA)
12 luglio Sonic Park-Indimenticabile Festival, Bologna

 

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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