Ligabue racconta “Start”, il disco delle prime volte

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Foto di Ray Tarantino

Ligabue riparte da Start. Una parolina di una sola sillaba, in inglese. Tutti sanno che significa inizio. Un nuovo inizio per Luciano. Che dopo l’annus horribilis, il 2017 (poi ne parleremo), e un album complesso come Made in Italy, è voluto ripartire da qui, da un disco che per certi aspetti riporta ad Arrivederci mostro, e per altri si proietta in un futuro che potrebbe riservare chissà quali sorprese. Insomma, un album più pop, nel senso migliore del termine, realizzato con la produzione di Federico Nardelli, musicista che non t’aspetti di vedere a fianco del Liga. Soprattutto in un ruolo così importante.

Racconta Luciano: «Avevo scritto un po’ di canzoni e a un certo punto mi sono detto “mi sa che ho l’album”. Stavo iniziando a domandarmi che tipo di suono potesse avere, quando mio fratello Marco mi dice: “c’è uno che secondo me è bravo. Vorrei fartelo conoscere”. Cerco cose su di lui in Rete, però trovo poco o niente. Vedo che ha prodotto Gazzelle e Galeffi, ascolto ma non riesco a capire se Federico possa fare al caso mio. Comunque fissiamo un pranzo, e mi è piaciuto subito come persona. Poco tempo dopo ci troviamo nel mio studio. Io sono abituato a vivere sommerso da strumenti vintage, chitarre, tastiere, batterie, bassi. Lui invece si presenta con un laptop. Non è un po’ poco, osservo? E lui fa: infatti mi servirebbero una batteria, un basso e una chitarra. E io: sì, ma chi li suona? Ah, risponde, li suono io… Gli faccio sentire 4 o 5 canzoni, sceglie Io in questo mondo. Erano le tre, mi dice di ripassare verso le sette. Quando torno, c’era la demo vicinissima alla realizzazione finale. Francamente sono rimasto a bocca aperta: in quell’arrangiamento c’è un’energia che rispetta una canzone che nella mia testa ha delle finalità importanti… La domanda che più mi fanno è “cosa si prova quando sei di fronte a tutta quella gente?”. Non c’è risposta, come si fa a descrivere le emozioni? Ma ora ho scritto una canzone che racconta una mia giornata in soggettiva, dal momento in cui vengono a prendermi in auto a quello in cui viene fatto lo show: io vedo uno spettacolo diverso da quello che vede la gente; i miei occhi osservano facce, emozioni, lacrime silenti, masse che si muovono. Una giornalista ha definito i miei concerti “una manifestazione collettiva d’amore”. Definizione fantastica! Ecco, per una canzone che ha contenuti per me così importanti, Federico ha trovato subito il vestito giusto. Così è partito un lavoro che è stato molto semplice, lui ha le idee chiare, è un produttore che sa dove deve andare a finire il suono ed è un polistrumentista bravissimo, è un ottimo bassista: le linee di basso di questo album sono speciali, le ritmiche sono più a fuoco rispetto a qualsiasi altro mio lavoro. Suona bene pure la chitarra, ed è diplomato al conservatorio. Quindi diciamolo: il ragazzo fa un po’ incazzare! Anche in considerazione del fatto che compie 30 anni quest’anno».

Start
Federico Nardelli

Il grosso del lavoro per incidere Start lo hanno fatto in tre: Nardelli (che ha prodotto, arrangiato e suonato basso, chitarre elettriche, acustiche e 12 corde, batterie addizionali, pianoforti, sintetizzatori, Farfisa, Moog e cori), Giordano Colombo (che ha fatto da tecnico del suono e ha suonato batterie e percussioni), e ovviamente Luciano.

Detto in altre parole, questo è il primo disco che il Liga incide senza il supporto di una band. Ma tranquilli, cari fan: per il tour negli stadi torna la band, con Luciano Luisi alle tastiere, Max Cottafavi e Fede Poggipollini alle chitarre, Davide Pezzin al basso e Michael Urbano dietro i tamburi.

Per Start, invece, hanno dato solo qualche contributo. Fede Poggipollini, per esempio, suona la chitarra in Quello che mi fa la guerra, Ancora noi e Mai dire mai (fantastico l’assolo in quest’ultimo brano); mentre Cottafavi contribuisce con i suoi arpeggi eleganti in Ancora noi e Il tempo davanti. Ricompare anche Niccolò Bossini: sua la chitarra nel nuovo singolo Certe donne brillano e il contributo agli arrangiamenti, assieme a Luciano Luisi, in Il tempo davanti.

Start
Foto di Ray Tarantino

«Questo lavoro», racconta Luciano, «lo sento molto essenziale sotto tutti gli aspetti. Lo sono la copertina, il titolo (una sola sillaba), la durata dell’album (solo 38 minuti), il numero di canzoni (mai fatte meno di 11: questa volta sono 10). Molto è dipeso dall’incontro con Federico Nardelli, che per me è un bambino, essendo nato l’anno prima che uscisse il mio primo album. Guarda caso, gli amici lo chiamano Riko, da sempre (la sua identità twitter è @Riko393, ndr). L’incontro con lui è stato molto fortunato: a Start è riuscito a dare sia questo elemento di essenzialità, sia una forma di energia che mi fa pensare molto all’urgenza. Io sono uno che parla velocemente, infatti a volte non mi si capisce, perché spesso ho l’urgenza di tirare fuori le cose. Ebbene, quando senti l’urgenza in una canzone, vuol dire che è la canzone giusta. Stavolta l’urgenza c’è tutta, sento una cosa vicina ai miei primi dischi».

IL TEMPO DAVANTI

Start è un disco più personale del solito?
«In realtà ho sempre parlato di cose molto personali, con due sole eccezioni: quando scrissi il romanzo La neve se ne frega e con Made in Italy. Semmai Start è più diretto, alle cose ci giro meno intorno, ecco perché dà questa impressione. È chiaro che Mai dire mai parla di mia moglie, Il tempo davanti della mia famiglia. Ma è difficile analizzare il proprio lavoro, specialmente a caldo».

Uno dei concetti più sviscerati è quello del tempo…
«Ho sempre affrontato questo tema: nel primo album c’era Non è tempo per noi. Questa parola finisce spesso nei titoli delle mie canzoni. Siamo tutti ossessionati dal tempo, facciamo sempre i conti con un’idea di futuro che poi non è il vero futuro. In questo momento l’unica cosa certa è che siamo qui a fare due chiacchiere. Il futuro nessuno lo conosce, nessuno sa cosa succederà domani o nei giorni successivi. C’è soltanto l’idea che abbiamo di futuro, e questo ci fa muovere in un modo o in un altro. È un po’ una fregatura, perché spesso questa idea di futuro genera preoccupazione. Non è detto che sia un futuro brutto, ma non è garantito neanche che sia bello: non c’è nessuna certezza. Ecco perché io che sono, come chiunque altro, afflitto dal concetto del tempo, resto convinto che sia meglio avere un’idea di futuro speranzosa. In questo disco c’è molta speranza, molta positività. Come dicevo già in Il meglio deve ancora venire, cosa costa pensare che il futuro possa essere bello? Al massimo una delusione. Però nel frattempo il tuo presente è abitato da un pensiero più bello, quindi la vita diventa un po’ migliore».

GLI INFERNI CHE SONO IN NOI

In questa chiave di speranza si può leggere anche una canzone come La cattiva compagnia, cioè l’idea che il nemico sia al nostro interno, quindi lo si possa sconfiggere?
«So che il mio peggior nemico sono io stesso. Ritengo di essere sfacciatamente fortunato, non l’ho mai negato, alla faccia di qualsiasi scaramanzia. Di solito mentre lo si dice ci si tocca le parti intime. Io so di essere fortunato, ma questo non fa di me una persona felice, gioiosa. Sì, ho molti momenti gioiosi, ma ho pure un’inquietudine senza la quale credo che non scriverei. Diceva Bruno Lauzi: quando sto bene esco, di sicuro non mi metto a scrivere… Ma è una parte di me con cui convivo da sempre, ed ho la consapevolezza che ognuno di noi è popolato da un inferno di varie ed eventuali. Spesso mi diverto a battezzare gli inferni delle persone vicine a me: Vitanza ha un inferno maestoso che lui alimenta costantemente con dei tronchi di acero; Valentina (la sua ufficio stampa, ndr) ha un infernino tenuto abbastanza a bada; Maioli è molto apatico nel suo inferno: ogni tanto si parlano, lui e il suo inferno, e lo alimenta, perché a lui l’idea dell’alimentazione piace molto. Io ho un buon inferno: buono nel senso che è importante, ma soprattutto perché grazie a lui mi sono interrogato molto su di me, sulle cose che vedo, su quello che credo di poter fare di utile per gli altri. Mi piacerebbe che il risultato di quello che faccio fosse tenere compagnia alla gente. Questo magari vuol dire anche sprigionare l’energia per farti ballare, farti sorridere o farti sentire meno solo quando stai soffrendo. Questo l’ho verificato, il dolore quando uno lo vive in prima persona rende soli. Sapere che certe mie canzoni fanno sentire alcune persone un po’ meno sole col loro dolore mi piace».

Ogni tanto tiri fuori il concetto di lotteria. Lo spieghi?
«Io sono nato a Correggio quando stava per esplodere il boom economico, figlio di una coppia felice, quindi la mia inquietudine non è genetica… Sarei potuto nascere nel 1985 in Angola, figlio di due genitori sieropositivi… Chi è che ha fatto succedere questa cosa? Potere divino, questione di karma, lotteria? Resta uno dei grandi temi dell’umanità perché non c’è una risposta. O meglio, ci sono tante piccole o grandi risposte che uno si può dare, e a seconda di quella che ti dai imbocchi una strada piuttosto che un’altra… In La cattiva compagnia ho voluto mettere giù questo concetto in maniera giocosa, un po’ come avevo fatto anni fa in Vivo morto o X».

CERTE DONNE BRILLANO

Certe donne brillano. Perché “certe”?
«È la galleria delle donne che brillano nella mia memoria, quelle con cui ho avuto relazioni che più hanno lasciato un segno, nel bene e nel male: racconto anche la sofferenza avuta con una. È una sorta di album fotografico della memoria, e dico con quanto sentimento mi porto dietro la memoria di queste donne».

Che ruolo hanno avuto le donne nella tua vita?
«Certamente decisivo. La donna che ho sposato da anni ha un ruolo molto importante perché ha uno sguardo amorevole verso le persone e il mondo in generale. Cosa che non è sempre da me: il mio sguardo spesso è arrabbiato, a volte incazzato, più cupo. A volte semplicemente mi sono servito del suo sguardo: ci ho cercato più respiro dentro. Questo perché se ti convinci che la realtà è cupa, vivi in modo cupo; se invece credi che ci sia luce, vivi un momento luminoso».

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Foto di Ray Tarantino

Qual è la storia di Ancora noi?
«Molti sanno che continuo a frequentare i miei amici di sempre: da 35 anni affittiamo  una casa in campagna per riprodurre la nostra idea di bar, con tanto di tavolata per le cene, un bigliardo, un calcio balilla, i tavoli per giocare a carte. Non c’è venerdì in cui non ci si veda. Facciamo spossanti discussioni politico-calcistiche: immaginate qual è l’altro tema dominante? Insomma, di loro so tanto, conosco i loro percorsi di vita. Però una sera mi sono ritrovato a osservare intensamente le loro facce: mi sembravano più belle di quando eravamo giovani. In questo ho visto quanto tutto sommato sia appassionante la vita, anche nei momenti dolorosi che inevitabilmente prima o poi tutti viviamo. Per tutti noi c’è stato un mattino arrivato dopo una nottata che sembrava non passare più… Questi sono i protagonisti di Ancora noi, trasformati dalle esperienze, ma in qualche modo rimasti uguali nello spirito».

UN “FACCIONE” IN COPERTINA

Per la prima volta, hai deciso di mettere un primo piano in copertina…
«Sono 20 anni che Maioli me lo chiede, per questo disco in particolare ha insistito molto. È successo che mi è stata fatta una foto che piace molto anche a me. In genere non mi piaccio, in questo scatto invece mi ci riconosco, così ho dato l’ok».

Qualche anticipazione sul tour?
«Farò parecchie canzoni nuove. Poi, siccome amo la liturgia della festa e mi piace vederli cantare, sarà una selezione dei pezzi più famosi. Magari vediamo se sarà possibile fare un upgrade sulle parti di basso e batteria, vediamo se può funzionare anche sulle canzoni del passato. Ma devo ancora capirlo».

Start: come nasce questo titolo?
«Ogni volta è una nuova partenza. Consideriamo che il 2017 è stato l’anno più difficile della mia carriera. Per la prima volta ho dovuto spostare dei concerti, riprendere un tour con un’influenza che mi ha fatto fare circa 15 concerti in pessime condizioni fisiche, con un problema di voce che poi è degenerato, fino a che si è formato in un polipo. E quando ti operi per almeno 5 o 6 mesi non sai se recupererai. Poi per fortuna ho scoperto che la voce era meglio di prima. Mi ha aiutato molto anche il gesto clamoroso di fiducia e di amore fatto dai fan, che hanno conservato i biglietti. Resta comunque il fatto che è stato un anno di grande sofferenza… Credo che la naturalezza con cui è nato questo album è un po’ anche la risposta all’eccesso di pensieri sorti in quel periodo, guarda caso abbinati al mio progetto con più pensieri. Made in Italy è sicuramente l’operazione più ambiziosa della mia carriera, la più articolata, la più complessa. Quindi faccio fatica a non attaccare a quel progetto la sofferenza che ne è conseguita con quel tour… Per farla breve, avevo bisogno di un maggior sollievo, di riemergere dall’ombra».

Infatti il Luci d’America canti “dai che allora andiamo al mare / la penisola intanto riesce a galleggiare…”.
«Anche qui c’è un po’ di leggerezza: in fondo possiamo permetterci di andare al mare, la penisola ce la fa a galleggiare. Magari le condizioni non sono ottimali, la vediamo a rischio di naufragio, ma la penisola continua a galleggiare e io non perdo la speranza che a un certo punto possa prendere il largo veleggiando come si deve. Io lo spero, voglio crederci».

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